Nel 1993, del tutto casualmente, sono rientrata a Parigi
in agosto, per lavorare a un articolo che mi era stato
commissionato da
una rivista di storia per il mese di ottobre o di novembre.
Avevo guidato
tutta la notte, ero stanca, così decido di non mettermi
subito al lavoro e prendo un libro a caso dalla mia biblioteca.
Era L.A. Confidential, di Ellroy. Non lo conoscevo, non sapevo
neppure chi era. Ed è stato… uno shock, ma veramente
uno shock. Così ho letto tutto quello che era stato pubblicato
di suo in francese all’epoca, e alla fine dell’ultima
pagina dell’ultimo libro, mi sono detta: se si riesce a
fare qualcosa di altrettanto forte, vale la pena di tentare,
mi metto
a scrivere.
E. M.
: Ha
citato più volte la guerra d’Algeria e gli
anni di Mitterrand, ma non ha fatto nemmeno un cenno al 68. Anche
la rivolta, o la rivoluzione mancata, del 68 è stata tra
i motivi che l’hanno spinta a scrivere?
D.
M. : No. Nel ’68 ero insegnante in un liceo dove non era mai
successo nulla e tutto d’un colpo il liceo si è messo
in sciopero. Era un momento davvero straordinario. Poi ho insegnato
a Vincennes, fin dagli inizi del Centre Expérimental, e
anche quegli anni sono stati eccezionali. Ma non vedo alcun rapporto
profondo tra la mia scrittura e il 68. Per il momento, non ce ne
sono. Scrivo sui vuoti e sui disastri, non sui momenti pieni. Forse
un giorno scriverò su quel periodo, ma per il momento
non ne sono tentata.
E. M.
: Secondo
lei, cosa resta oggi del maggio 68?
D.
M. : Non credo che resti granché, con l’eccezione, molto
importante, della libertà nella vita privata. La contraccezione,
l’aborto, più uguaglianza per le donne, la tolleranza
nel campo della sessualità, un peso molto meno rilevante
delle norme di Stato, della sorveglianza di Stato. Ma sul piano
politico e sociale, è un’altra faccenda. Quello che
ho vissuto io all’Università, è la lenta distruzione
di tutto quello che portava in sé il 68, che si traduce
oggi nella sclerosi e nella crisi dell’Università francese.
Ho vissuto in diretta i tentativi della destra di spezzare le innovazioni
uscite dal 68, poi il lento ritorno delle nuove generazioni ai
comportamenti più “baronali”. Una volta che
tutto è rientrato nell’ordine, le riforme non sono
più possibili, e non serve a nulla gridare all’immobilismo.
Questo irrigidimento è abbastanza generale nella società francese.
Pochissimi iscritti ai sindacati, meno del 9%, e quasi tutti nel
settore pubblico. Dopo i dieci milioni di scioperanti del maggio
68, e per qualcuno come me, che ero davvero una sindacalista che
credeva alla possibilità di far muovere la massa dei lavoratori, è davvero
dura. E poi la Francia, con le leggi Sarkozy e Perben, sta diventando
uno stato di polizia. E le reazioni della società sono molto
deboli, quasi inesistenti. Quando hai vissuto il 68, l’enorme
aspirazione alla libertà che ha portato nelle piazze il
movimento, quest’apatia fa paura. No, del 68 non
resta molto, tranne che per le donne.
E. M.
: Il
fatto che il giallo francese sia di sinistra non è un
risultato del 68?
D.
M. : Il
giallo francese non è tutto di sinistra, tutt’altro.
Ma è vero che ci si trovano molti ex-sessantottini
che non hanno “tradito” le aspirazioni di quell’epoca,
o comunque hanno tradito molto meno che in altre professioni.
E. M.
: Per
lei la scrittura rappresenta una pratica politica o piuttosto una
tregua
della pratica?
D.
M. : Non esercito più la militanza perché non trovo
alcuna forma di organizzazione in Francia che corrisponda a ciò in
cui ho creduto e a cui ho voluto contribuire. La mia visione è nera
perché penso che la mia generazione non vedrà i mutamenti
sociali che ho voluto, che ho sognato. Forse la generazione dopo,
ma la mia no. Scrivere per me è il prolungamento del mio
impegno sotto un’altra forma, perché la forma precedente
non esiste più, e non sostituisce affatto l’impegno
politico, di cui continuo a sentire la mancanza. Ma è un
modo di vivere, mi dà una motivazione per continuare a vivere.
Se per un miracolo incredibile, domani mi ritrovassi davanti a
un tipo di azione che corrisponde a ciò in cui spero
e in cui credo, ricomincerei subito a fare militanza.
Ma il romanzo è tutt’altra cosa da un volantino politico.
Scrivere un romanzo, vuol dire dare vita a dei personaggi, a ogni
sorta di personaggi, è dare vita a delle situazioni, non è scrivere
un proclama. Io sono consapevole che una parte della mia formazione
intellettuale viene dalla lettura appassionata di romanzi.
Quindi penso che abbiano un impatto. Ma di altra natura.
E. M.
: Ho
letto i suoi romanzi come una cronaca degli anni Ottanta, una cronaca
anche
storica, visto che si parla di 20 anni fa. Che
ruolo gioca, di fatto, la storia, nella sua produzione letteraria?
D.
M. : La
storia ha un ruolo fondamentale nella mia formazione intellettuale.
Sono
una storica, lo sono stata per tutta la
vita, lavoro sulla
fiction come lavoravo sulla storia e trovo che l’approccio
dello scrittore di gialli sia molto simile a quello degli
storici. Lo storico costruisce e accumula tracce, indizi
e costruisce a
partire di lì un racconto razionale, dà un
senso alle tracce, agli indizi. Gli scrittori di gialli,
almeno quelli
a cui mi sento vicina, funzionano un po’ allo stesso
modo, facendo ricorso un po’ di più alla loro
immaginazione, ma niente più. Anche nell’analisi
storica l’immaginazione
ha un peso rilevante.
Anche i miei
metodi di lavoro sono molto simili. Comincio scegliendo un argomento.
Poi, per almeno sei mesi, mi documento,
senza
un bersaglio preciso, leggo giornali, libri, faccio interviste.
Per
Nos fantastiques années fric, volevo
raccontare una storia di traffico d’armi tra il 1980 e il 1990. Sono partita dal
dossier di un caso accaduto nel 1985. Poi ho letto i giornali di
quegli anni, per ritrovarmi dentro l’atmosfera. A quel punto
hanno cominciato a venire fuori delle figure, delle scene. Ho intervistato
un venditore di una grande industria degli armamenti, era incredibilmente
rilassato e divertente. Poi dei giornalisti accreditati all’Eliseo.
E ho messo insieme una bibliografia, che mi sono letta. Ma quello
che non faccio mai è lavorare sugli archivi, non
posso spingermi a tanto, mi ci vorrebbe troppo tempo.
Come scelgo
gli argomenti? Per il primo romanzo, Sombre sentier (trad. it.
Il sentiero della speranza, Marco Troppa
Editore,
2002), dalla continuità con la mia vita di militante. Sono stata
coinvolta direttamente, in quanto sindacalista, nello sciopero
del Sentier del 1980. Quando ho deciso di scrivere un giallo, ho
pensato che la scelta dell’argomento si imponeva da sé.
Doveva svolgersi durante quello sciopero, dovevo lasciare
una traccia scritta di quello sciopero. Dopo questo libro,
non ero sicura di
voler continuare a scrivere. Mi hanno detto che dovevo
farlo. Allora ho voluto parlare della mia disillusione
militante, degli anni
di Mitterrand, tra il 1980 e il 1990, in cui la Francia cambia
moltissimo. La sinistra nell’accezione tradizionale sparisce,
i socialisti riscoprono l'impresa, sono gli anni della corruzione
e dei soldi al potere. Il decentramento diffonde la corruzione,
che peraltro è molto più tollerata: gli uomini politici
corrotti vengono sistematicamente rieletti. Ho avuto voglia di
fare una cronaca di questa società corrotta. È chiaro
che si tratta di un argomento abbastanza tradizionale
del noir.
L’argomento del mio ultimo romanzo è la Gestapo francese
nel 1944. Sono nata nel 1942, quindi non ho alcun ricordo personale
della guerra. Invece ho un ricordo vivido del grande silenzio che
le ha fatto seguito. Ho voluto sapere quali erano le cause di questo
silenzio, quello che c’era dietro: l’ampio sostegno
a Vichy e all’occupante tedesco, in qualche modo
anche il lungo flirt di massa con il nazismo che la
presenza di de
Gaulle
e della Resistenza in primo piano ha permesso a lungo
di occultare.
Per concludere,
i miei argomenti non sono argomenti
storici, sono argomenti politici. Cerco di fare una
storia politica
della mia
generazione.
E. M.
: Che
ruolo gioca il soggetto, l’individuo (rispetto alle
entità collettive) nei suoi romanzi?
D.
M. : L’individuo è assolutamente fondamentale. Per me,
il romanzo risulta appassionante solo se gli individui vivono.
Sono persone che si incontrano, con cui si parla, per le quali
si nutre simpatia, antipatia, odio, desiderio, amore, bisogna che
tutto questo sia vivente, sono gli individui che vivono, non sono
delle astrazioni. Nella costruzione dei miei romanzi, comincio
dalla documentazione, come le dicevo, ed è solamente quando
mi sono impregnata dell’epoca e dell’argomento che
i personaggi arrivano. Sono sempre fortemente marcati dal loro
contesto, ma il mio lavoro specifico come romanziera è questo,
dar vita a degli individui.
E. M.
: Considera
questi individui come portatori di idee, di speranza e di cambiamento,
o si tratta unicamente di testimoni di un tempo
perduto?
D.
M. : Lei ha messo il dito su un problema difficile nella costruzione
dei miei romanzi.
I miei personaggi sono attivi, portatori
di disperazione e di speranza. Spesso, per contro, i personaggi
più positivi
sono più testimoni che attori. Il che corrisponde
sicuramente alla mia attuale posizione personale. Essere
testimone. Almeno
questo.
E. M.
: Il
successo del Front National alle elezioni e nella società a
partire dal 1983 è stato argomento di molti gialli.
Pensa che questo genere di letteratura rappresenti uno strumento
di lotta
contro la ripresa del fascismo?
D.
M. :
Nei miei romanzi, fino ad ora, non ci sono gruppi politici in
quanto tali,
quindi neppure il FN.
In
Sombre sentier racconto una
lotta operaia, negli altri mi interesso ai grandi affari
e alla corruzione dei partiti tradizionali. Ho scritto poco sul
FN, perché credo
che per scrivere su qualcosa bisogna conoscerla davvero bene,
e in tutta franchezza, il FN non lo conosco. È un
fenomeno molto importante, ma sono personaggi che capisco
male, che non
riesco a cogliere. Capisco meglio un grande industriale o
un politico dell’UMP corrotti, che in perfetta buona
fede, con la massima tranquillità, si considerano
al di sopra delle leggi, e sono assolutamente sbalorditi
nel ritrovarsi davanti alla giustizia.
Per loro, la legge, la giustizia, sono fatte per i poveri,
i proletari, gli immigrati. La sicurezza, è perseguire
chi ruba i telefonini e incendia le macchine. Loro non hanno
mai rubato il telefonino
della vicina, portato via il pane dal fornaio o fregato una
macchina. Loro rubano a milioni, ma è denaro astratto,
semplici trasferimenti tra conti bancari. A chi è che
si ruba? Le tangenti sulle fregate per Taiwan, le truffe
di Executive Life o del Crédit
Lyonnais, a chi è che si ruba? A nessuno. Perciò,
la giustizia non ha nulla a che vedere con questo. E per
loro è uno
shock essere condannati, sicuri come sono del loro buon diritto.
Riesco a farne dei personaggi da romanzo perché capisco
come funzionano… Le persone del FN mi riescono quasi incomprensibili.
E. M.
: Si
rivolge a un pubblico particolare?
D.
M. : No,
e non ci penso mai quando scrivo. Non penso di scrivere
per il grande pubblico. Prima di tutto perché,
di fatto, è roba
che non si vende al grande pubblico. Senza dubbio è un
po’ difficile. Non saprei proprio che dirle di più.
E. M.
: Perché ha
scelto una forma letteraria abbastanza giornalistica, storica
e densa?
D.
M. : Pesa su di me la mia formazione come storica. Mi piacerebbe poter
scrivere
diversamente. Non ci riesco. Per me, un avvenimento
o un personaggio cominciano a esistere solo se sono datati
e localizzati con la massima precisione. Esattamente
come avviene con la storia.
Nella storia,
una fonte non esiste, se non è datata, analizzata.
E per me, se una cosa succede il 6 giugno 1944, succede in modo
differente da come avverrebbe se succedesse il 7 giugno o il 5
giugno. Quindi, perché la mia immaginazione funzioni bene,
ho bisogno di sapere quando qualcosa succede. Il fatto che le mie
storie siano, fino ad ora, datate giorno dopo giorno, e che io
non riesca a farne a meno, è legato a un modo di pensare.
E. M.
: Diceva
Manchette, nelle sue Chroniques, che il romanzo noir ritornava
verso una forma
letteraria del XIX secolo. Pensa che
questa osservazione sia giusta?
D.
M. : Credo proprio che qualcosa di vero ci sia, in queste parole.
Nei nostri romanzi,
torniamo alla storia, all’aneddoto, ai
personaggi in maniera abbastanza classica. Siamo narratori di storie.
Daeninckx ha scritto qualcosa in proposito. È questo che
lei chiama un ritorno ai romanzieri del XIX secolo? Forse, dopo
il nouveau roman, o i romanzi spesso molto intimisti della letteratura “alta” attuale,
e la moda della autofiction. Per me Balzac rimane un punto di riferimento,
una lettura adolescenziale che mi ha profondamente influenzata.
Ma il modo di scrivere è molto differente. Per quanto
mi concerne, penso che le influenze maggiori vengano dal
cinema e
dalla letteratura americani del XX secolo.
E. M.
: Considera
i gialli un po’ come una cultura dissidente,
di sinistra, in rapporto alla letteratura “alta” della
stessa epoca?
D.
M. : Dissidente
sì, di sinistra sì. Ma forse non bisogna
generalizzare. Esiste tutto un gruppo di autori che hanno più o
meno flirtato con il movimento del Maggio 68, che hanno più o
meno lo stesso passato. Ma i più giovani, quelli che
non hanno lo stesso passato e la stessa cultura? Non credo
che la dissidenza
sia legata al genere letterario, semmai alla storia di coloro
che lo praticano.
E. M.
: Secondo
lei si può parlare di una scuola di questi
autori, o di un gruppo, di una corrente?
D.
M. : Una corrente sì, una scuola no, perché non
ci sono riunioni o discussioni collettive in senso propriamente
detto,
e non sono sicura che qualcuno abbia voglia di una scuola.
E. M.
: Se
dovesse dare un nome a questa corrente, come la chiamerebbe?
D.
M. : Dei dissidenti disperati?