Il giallo europeo nel mirino

n°2 Luglio-Agosto-Settembre 2005

 

 

Intervista a Dominique Manotti

Realizzata da Elfriede Müller

• 2/2/2004 •

 

Dominique Manotti © Seuil

Elfriede Müller : Quando ha iniziato a scrivere, e per quali motivi?

Dominique Manotti : Ho iniziato a scrivere nel settembre del ’93. Avevo già 50 anni. Non ho cominciato da giovane. Dato che sono una storica, ovviamente, avevo già scritto articoli, una tesi. Non era la prima volta che mettevo nero su bianco, ma era la prima volta che scrivevo fiction. Le ragioni vanno in profondità.
Appartengo a una generazione politicizzata e militante, ero adolescente al momento della guerra d’Algeria, ed è là che ha preso forma il mio impegno. In seguito ho continuato a militare in diversi movimenti politici, prima nella lotta contro la guerra in Algeria, poi nei movimenti politici e sindacali. Sono stata a lungo sindacalista, ed è stato nell’81, con l’arrivo al potere di Mitterrand, che sono stata presa da un’autentica disperazione. Molti hanno creduto nella sinistra al potere, io invece non ci ho creduto nemmeno per un istante. Naturalmente ho votato per Mitterrand al secondo turno, ma il 10 maggio dell’81 non sono andata in piazza della Bastiglia. Prima di tutto, per me, Mitterrand non è mai stato un uomo di sinistra. E poi, all’epoca ero nella CFDT, quindi ho assistito dall’interno a quello che succedeva, ero sicura che sarebbe finita in un disastro.

Quando uno ha fatto 20 anni di militanza non si smette dall’oggi al domani, ma nel giro di due o tre anni ho lasciato il sindacato e non ho mai più trovato un posto dove riprendere la mia militanza. Ho ricominciato a occuparmi di storia, ma non ero più motivata. Per me, la ricerca storica doveva contribuire a illuminare l’azione militante. Dal momento in cui non aveva più questa funzione, ho cominciato a fregarmene completamente. Sono una specialista del XIX secolo, e cominciavo a non trovare più tanto interessante sapere cosa pensava il padronato francese del XIX. Sono stati anni difficili. Vivevo la mia vita, ma non ero molto motivata.

James Ellroy
(Photo : Marion Ettlinger)

Nel 1993, del tutto casualmente, sono rientrata a Parigi in agosto, per lavorare a un articolo che mi era stato commissionato da una rivista di storia per il mese di ottobre o di novembre. Avevo guidato tutta la notte, ero stanca, così decido di non mettermi subito al lavoro e prendo un libro a caso dalla mia biblioteca. Era L.A. Confidential, di Ellroy. Non lo conoscevo, non sapevo neppure chi era. Ed è stato… uno shock, ma veramente uno shock. Così ho letto tutto quello che era stato pubblicato di suo in francese all’epoca, e alla fine dell’ultima pagina dell’ultimo libro, mi sono detta: se si riesce a fare qualcosa di altrettanto forte, vale la pena di tentare, mi metto a scrivere.

 

E. M. : Ha citato più volte la guerra d’Algeria e gli anni di Mitterrand, ma non ha fatto nemmeno un cenno al 68. Anche la rivolta, o la rivoluzione mancata, del 68 è stata tra i motivi che l’hanno spinta a scrivere?

D. M. : No. Nel ’68 ero insegnante in un liceo dove non era mai successo nulla e tutto d’un colpo il liceo si è messo in sciopero. Era un momento davvero straordinario. Poi ho insegnato a Vincennes, fin dagli inizi del Centre Expérimental, e anche quegli anni sono stati eccezionali. Ma non vedo alcun rapporto profondo tra la mia scrittura e il 68. Per il momento, non ce ne sono. Scrivo sui vuoti e sui disastri, non sui momenti pieni. Forse un giorno scriverò su quel periodo, ma per il momento non ne sono tentata.

 

E. M. : Secondo lei, cosa resta oggi del maggio 68?

D. M. : Non credo che resti granché, con l’eccezione, molto importante, della libertà nella vita privata. La contraccezione, l’aborto, più uguaglianza per le donne, la tolleranza nel campo della sessualità, un peso molto meno rilevante delle norme di Stato, della sorveglianza di Stato. Ma sul piano politico e sociale, è un’altra faccenda. Quello che ho vissuto io all’Università, è la lenta distruzione di tutto quello che portava in sé il 68, che si traduce oggi nella sclerosi e nella crisi dell’Università francese. Ho vissuto in diretta i tentativi della destra di spezzare le innovazioni uscite dal 68, poi il lento ritorno delle nuove generazioni ai comportamenti più “baronali”. Una volta che tutto è rientrato nell’ordine, le riforme non sono più possibili, e non serve a nulla gridare all’immobilismo.

Questo irrigidimento è abbastanza generale nella società francese. Pochissimi iscritti ai sindacati, meno del 9%, e quasi tutti nel settore pubblico. Dopo i dieci milioni di scioperanti del maggio 68, e per qualcuno come me, che ero davvero una sindacalista che credeva alla possibilità di far muovere la massa dei lavoratori, è davvero dura. E poi la Francia, con le leggi Sarkozy e Perben, sta diventando uno stato di polizia. E le reazioni della società sono molto deboli, quasi inesistenti. Quando hai vissuto il 68, l’enorme aspirazione alla libertà che ha portato nelle piazze il movimento, quest’apatia fa paura. No, del 68 non resta molto, tranne che per le donne.

 

E. M. : Il fatto che il giallo francese sia di sinistra non è un risultato del 68?

D. M. : Il giallo francese non è tutto di sinistra, tutt’altro. Ma è vero che ci si trovano molti ex-sessantottini che non hanno “tradito” le aspirazioni di quell’epoca, o comunque hanno tradito molto meno che in altre professioni.

 

E. M. : Per lei la scrittura rappresenta una pratica politica o piuttosto una tregua della pratica?

D. M. : Non esercito più la militanza perché non trovo alcuna forma di organizzazione in Francia che corrisponda a ciò in cui ho creduto e a cui ho voluto contribuire. La mia visione è nera perché penso che la mia generazione non vedrà i mutamenti sociali che ho voluto, che ho sognato. Forse la generazione dopo, ma la mia no. Scrivere per me è il prolungamento del mio impegno sotto un’altra forma, perché la forma precedente non esiste più, e non sostituisce affatto l’impegno politico, di cui continuo a sentire la mancanza. Ma è un modo di vivere, mi dà una motivazione per continuare a vivere. Se per un miracolo incredibile, domani mi ritrovassi davanti a un tipo di azione che corrisponde a ciò in cui spero e in cui credo, ricomincerei subito a fare militanza.

Ma il romanzo è tutt’altra cosa da un volantino politico. Scrivere un romanzo, vuol dire dare vita a dei personaggi, a ogni sorta di personaggi, è dare vita a delle situazioni, non è scrivere un proclama. Io sono consapevole che una parte della mia formazione intellettuale viene dalla lettura appassionata di romanzi. Quindi penso che abbiano un impatto. Ma di altra natura.

 

E. M. : Ho letto i suoi romanzi come una cronaca degli anni Ottanta, una cronaca anche storica, visto che si parla di 20 anni fa. Che ruolo gioca, di fatto, la storia, nella sua produzione letteraria?

D. M. : La storia ha un ruolo fondamentale nella mia formazione intellettuale. Sono una storica, lo sono stata per tutta la vita, lavoro sulla fiction come lavoravo sulla storia e trovo che l’approccio dello scrittore di gialli sia molto simile a quello degli storici. Lo storico costruisce e accumula tracce, indizi e costruisce a partire di lì un racconto razionale, dà un senso alle tracce, agli indizi. Gli scrittori di gialli, almeno quelli a cui mi sento vicina, funzionano un po’ allo stesso modo, facendo ricorso un po’ di più alla loro immaginazione, ma niente più. Anche nell’analisi storica l’immaginazione ha un peso rilevante.

Anche i miei metodi di lavoro sono molto simili. Comincio scegliendo un argomento. Poi, per almeno sei mesi, mi documento, senza un bersaglio preciso, leggo giornali, libri, faccio interviste. Per Nos fantastiques années fric, volevo raccontare una storia di traffico d’armi tra il 1980 e il 1990. Sono partita dal dossier di un caso accaduto nel 1985. Poi ho letto i giornali di quegli anni, per ritrovarmi dentro l’atmosfera. A quel punto hanno cominciato a venire fuori delle figure, delle scene. Ho intervistato un venditore di una grande industria degli armamenti, era incredibilmente rilassato e divertente. Poi dei giornalisti accreditati all’Eliseo. E ho messo insieme una bibliografia, che mi sono letta. Ma quello che non faccio mai è lavorare sugli archivi, non posso spingermi a tanto, mi ci vorrebbe troppo tempo.

Come scelgo gli argomenti? Per il primo romanzo, Sombre sentier (trad. it. Il sentiero della speranza, Marco Troppa Editore, 2002), dalla continuità con la mia vita di militante. Sono stata coinvolta direttamente, in quanto sindacalista, nello sciopero del Sentier del 1980. Quando ho deciso di scrivere un giallo, ho pensato che la scelta dell’argomento si imponeva da sé. Doveva svolgersi durante quello sciopero, dovevo lasciare una traccia scritta di quello sciopero. Dopo questo libro, non ero sicura di voler continuare a scrivere. Mi hanno detto che dovevo farlo. Allora ho voluto parlare della mia disillusione militante, degli anni di Mitterrand, tra il 1980 e il 1990, in cui la Francia cambia moltissimo. La sinistra nell’accezione tradizionale sparisce, i socialisti riscoprono l'impresa, sono gli anni della corruzione e dei soldi al potere. Il decentramento diffonde la corruzione, che peraltro è molto più tollerata: gli uomini politici corrotti vengono sistematicamente rieletti. Ho avuto voglia di fare una cronaca di questa società corrotta. È chiaro che si tratta di un argomento abbastanza tradizionale del noir.

L’argomento del mio ultimo romanzo è la Gestapo francese nel 1944. Sono nata nel 1942, quindi non ho alcun ricordo personale della guerra. Invece ho un ricordo vivido del grande silenzio che le ha fatto seguito. Ho voluto sapere quali erano le cause di questo silenzio, quello che c’era dietro: l’ampio sostegno a Vichy e all’occupante tedesco, in qualche modo anche il lungo flirt di massa con il nazismo che la presenza di de Gaulle e della Resistenza in primo piano ha permesso a lungo di occultare.

Per concludere, i miei argomenti non sono argomenti storici, sono argomenti politici. Cerco di fare una storia politica della mia generazione.

 

E. M. : Che ruolo gioca il soggetto, l’individuo (rispetto alle entità collettive) nei suoi romanzi?

D. M. : L’individuo è assolutamente fondamentale. Per me, il romanzo risulta appassionante solo se gli individui vivono. Sono persone che si incontrano, con cui si parla, per le quali si nutre simpatia, antipatia, odio, desiderio, amore, bisogna che tutto questo sia vivente, sono gli individui che vivono, non sono delle astrazioni. Nella costruzione dei miei romanzi, comincio dalla documentazione, come le dicevo, ed è solamente quando mi sono impregnata dell’epoca e dell’argomento che i personaggi arrivano. Sono sempre fortemente marcati dal loro contesto, ma il mio lavoro specifico come romanziera è questo, dar vita a degli individui.

 

E. M. : Considera questi individui come portatori di idee, di speranza e di cambiamento, o si tratta unicamente di testimoni di un tempo perduto?

D. M. : Lei ha messo il dito su un problema difficile nella costruzione dei miei romanzi. I miei personaggi sono attivi, portatori di disperazione e di speranza. Spesso, per contro, i personaggi più positivi sono più testimoni che attori. Il che corrisponde sicuramente alla mia attuale posizione personale. Essere testimone. Almeno questo.

 

E. M. : Il successo del Front National alle elezioni e nella società a partire dal 1983 è stato argomento di molti gialli. Pensa che questo genere di letteratura rappresenti uno strumento di lotta contro la ripresa del fascismo?

D. M. : Nei miei romanzi, fino ad ora, non ci sono gruppi politici in quanto tali, quindi neppure il FN. In Sombre sentier racconto una lotta operaia, negli altri mi interesso ai grandi affari e alla corruzione dei partiti tradizionali. Ho scritto poco sul FN, perché credo che per scrivere su qualcosa bisogna conoscerla davvero bene, e in tutta franchezza, il FN non lo conosco. È un fenomeno molto importante, ma sono personaggi che capisco male, che non riesco a cogliere. Capisco meglio un grande industriale o un politico dell’UMP corrotti, che in perfetta buona fede, con la massima tranquillità, si considerano al di sopra delle leggi, e sono assolutamente sbalorditi nel ritrovarsi davanti alla giustizia. Per loro, la legge, la giustizia, sono fatte per i poveri, i proletari, gli immigrati. La sicurezza, è perseguire chi ruba i telefonini e incendia le macchine. Loro non hanno mai rubato il telefonino della vicina, portato via il pane dal fornaio o fregato una macchina. Loro rubano a milioni, ma è denaro astratto, semplici trasferimenti tra conti bancari. A chi è che si ruba? Le tangenti sulle fregate per Taiwan, le truffe di Executive Life o del Crédit Lyonnais, a chi è che si ruba? A nessuno. Perciò, la giustizia non ha nulla a che vedere con questo. E per loro è uno shock essere condannati, sicuri come sono del loro buon diritto. Riesco a farne dei personaggi da romanzo perché capisco come funzionano… Le persone del FN mi riescono quasi incomprensibili.

 

E. M. : Si rivolge a un pubblico particolare?

D. M. : No, e non ci penso mai quando scrivo. Non penso di scrivere per il grande pubblico. Prima di tutto perché, di fatto, è roba che non si vende al grande pubblico. Senza dubbio è un po’ difficile. Non saprei proprio che dirle di più.

 

E. M. : Perché ha scelto una forma letteraria abbastanza giornalistica, storica e densa?

D. M. : Pesa su di me la mia formazione come storica. Mi piacerebbe poter scrivere diversamente. Non ci riesco. Per me, un avvenimento o un personaggio cominciano a esistere solo se sono datati e localizzati con la massima precisione. Esattamente come avviene con la storia.

Nella storia, una fonte non esiste, se non è datata, analizzata. E per me, se una cosa succede il 6 giugno 1944, succede in modo differente da come avverrebbe se succedesse il 7 giugno o il 5 giugno. Quindi, perché la mia immaginazione funzioni bene, ho bisogno di sapere quando qualcosa succede. Il fatto che le mie storie siano, fino ad ora, datate giorno dopo giorno, e che io non riesca a farne a meno, è legato a un modo di pensare.

 

E. M. : Diceva Manchette, nelle sue Chroniques, che il romanzo noir ritornava verso una forma letteraria del XIX secolo. Pensa che questa osservazione sia giusta?

D. M. : Credo proprio che qualcosa di vero ci sia, in queste parole. Nei nostri romanzi, torniamo alla storia, all’aneddoto, ai personaggi in maniera abbastanza classica. Siamo narratori di storie. Daeninckx ha scritto qualcosa in proposito. È questo che lei chiama un ritorno ai romanzieri del XIX secolo? Forse, dopo il nouveau roman, o i romanzi spesso molto intimisti della letteratura “alta” attuale, e la moda della autofiction. Per me Balzac rimane un punto di riferimento, una lettura adolescenziale che mi ha profondamente influenzata. Ma il modo di scrivere è molto differente. Per quanto mi concerne, penso che le influenze maggiori vengano dal cinema e dalla letteratura americani del XX secolo.

 

E. M. : Considera i gialli un po’ come una cultura dissidente, di sinistra, in rapporto alla letteratura “alta” della stessa epoca?

D. M. : Dissidente sì, di sinistra sì. Ma forse non bisogna generalizzare. Esiste tutto un gruppo di autori che hanno più o meno flirtato con il movimento del Maggio 68, che hanno più o meno lo stesso passato. Ma i più giovani, quelli che non hanno lo stesso passato e la stessa cultura? Non credo che la dissidenza sia legata al genere letterario, semmai alla storia di coloro che lo praticano.

 

E. M. : Secondo lei si può parlare di una scuola di questi autori, o di un gruppo, di una corrente?

D. M. : Una corrente sì, una scuola no, perché non ci sono riunioni o discussioni collettive in senso propriamente detto, e non sono sicura che qualcuno abbia voglia di una scuola.

 

E. M. : Se dovesse dare un nome a questa corrente, come la chiamerebbe?

D. M. : Dei dissidenti disperati?

 


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