Pare
che...
Hervé le
Corre
Trad.
: Giovanni Zucca
(Il
paraît...)
Pare
che quando lui è entrato nel bar abbia detto buongiorno
e nessuno gli abbia risposto, forse a causa del baccano che faceva la
tele, che trasmetteva una partita della Coppa d’Africa, e che sia
andato a sedersi a un tavolo vicino alla finestra, accanto ai giocatori
di carte, che fumavano, bevevano tè, parlavano a voce alta e ogni
tanto ridevano fragorosamente. C’erano altri tavoli liberi in sala,
ma lui si è diretto proprio in quell’angolo, e si è lasciato
sprofondare nella sedia, l’aria stanca, infagottato in un parka,
il mento affondato in una sciarpa verde che non si è tolta.
Faceva
freddo, quel giorno. Ci si aspettava in settimana un ritorno di
fiamma dell’epidemia di influenza che imperversava nella zona.
Questo spiegava, forse, la sciarpa verde e l’apparenza stremata
dell’uomo. E la voce rauca con cui ha ordinato un caffè.
Pare che non guardasse da nessuna parte, i grandi occhi a mandorla si
mantenevano privi di qualunque espressione, oppure vagavano sulle persone
e sulle cose senza mai posarvisi davvero, nemmeno sulla partita di carte
che si svolgeva a due o tre metri da lui. Spesso portava la mano al cuore,
tastando qualcosa attraverso la stoffa del parka, come quando uno controlla
di non aver perso i documenti, e che il portafoglio sia bene al sicuro
nella tasca interna.
Pare
che di uomini come lui, soli e tristi, se ne vedano molti in quel
quartiere della città, in cui vivono molti uomini soli, e spesso
tristi. E miserabili, e venuti da miserie ancora più grandi, schiacciate
dal sole, soffocate dalla polvere rossa, al termine di sentieri tracciati
da piedi nudi sulla terra arida. Miserie che uccidono ben più dei
massacri, peggio che torme di bambini-soldato sguinzagliati per
strada. Miserie che gettano gli uomini in fondo a un pozzo asciutto,
per scavarvi
senza fine.
Queste
cose le vediamo sui nostri schermi a colori, di tanto in tanto,
e proviamo pietà, e ci chiediamo come è possibile
che accadano cose del genere, povera gente, povera gente. Qualche
volta mandiamo dei
soldi, quando ci sono troppo morti, quando le miserie straripano,
quando gridano troppo forte.
Lui
si è alzato lentamente ed è rimasto lì un po’,
in piedi, immobile, una statua smarrita, e in quel momento si è visto
che era alto, molto più di quanto fosse sembrato al suo arrivo,
poi ha infilato la mano nel parka e ha tirato fuori un gran coltellaccio,
una specie di machete la cui lama, affilata da poco, mandava un riflesso
bianco e gelido, poi si è diretto verso uno dei giocatori di carte,
un tizio vestito con un impeccabile completo antracite, camicia giallo
ranuncolo e cravatta blu, uno di quegli uomini dall’eleganza
chiassosa, con anelli a tutte le dita, che ci si volta a guardare
quando passano.
Pare che abbia detto una parola che nessuno ha capito,
a parte l’elegantone
che ha alzato su di lui due occhi colmi di paura, prima che la lama,
in grado di recidere di netto in un solo colpo il tronco di un alberello,
gli calasse sulla nuca, facendo rotolare sul tavolo, in mezzo alle carte,
alle fiche multicolori, tra le grida degli altri giocatori, la testa
con il volto contorto in una smorfia, che alla fine è caduta sul
pavimento, tra le sedie rovesciate.
Lui
ha dato una pedata al corpo mutilato che è finito a terra,
e si è seduto a un tavolo, posando l’arma davanti a sé.
Pare
che, tranquillamente appoggiato allo schienale della sedia, si
sia messo finalmente a guardare i tre tipi ancora presenti
che non erano
scappati in strada urlando come gli altri, piantando nei loro occhi
stravolti dal terrore i suoi occhi a mandorla, così dolci, dalle lunghe
ciglia ricurve, così come si infila in un vaso un mazzo di fiori.
A quel punto i tre tipi hanno pensato che fosse giunta la loro ultima
ora e si sono raccomandati l’anima a Dio, e intanto non potevano
fare a meno di guardare la testa tagliata appoggiata su una guancia,
a occhi aperti, e il corpo accasciato sotto un tavolo, nel suo
bel vestito antracite.
Il padrone teneva in ufficio un fucile sempre carico, ma non ha avuto
il coraggio di andarlo a prendere, o forse non ci ha pensato, neppure
lui lo sa di sicuro.
Pare
che non si sia mosso fino all’arrivo della polizia, qualche
minuto più tardi. Non ha cercato di scappare, non ha minacciato
nessuno. Non ha avuto neanche uno sguardo per l’uomo che aveva
ucciso. Quando i poliziotti sono entrati, si è alzato, il che
ha avuto come effetto di renderli ancora più nervosi di quanto
già non siano in questo tipo di interventi, così gli hanno
puntato addosso le armi e gli si sono avvicinati curvi come in guerra,
poi l’hanno buttato per terra, la canna di un fucile incollata
al cranio.
Pare
che l’abbiano chiamato Mamadou o Bamboula, ma non era il
suo vero nome. Il vero nome si è saputo in seguito, quando gli è stato
chiesto, ma di sicuro non gli hanno creduto, perché era
senza documenti.
Pare
che in seguito abbia risposto a tutte le loro domande senza reticenze,
con voce monotona, in un tono rispettoso ma stanco,
talmente stanco che
i poliziotti, che non sono certo stupidi, abituati come sono a
ogni sorta di sceneggiate e tentativi di menzogna, induriti come
quelle terre morte
sulle quali il cielo non si prende nemmeno più il disturbo di
piangere, i poliziotti dunque, hanno cominciato a parlare meno forte
a quell’assassino malinconico che raccontava loro, sottovoce, altri
delitti ancora, ben più orrendi.
Pare
che venisse da un villaggio che il deserto stava inghiottendo con
la lentezza di un serpente che disarticola la bocca
per riuscire a ingoiare
una preda. Laggiù, c’erano bambini che giocavano nella polvere,
donne che ondeggiavano nell’aria tremolante per il calore mentre
andavano a prendere l’acqua fangosa del pozzo, uomini sfiancati
che spezzavano le zappe sulle pietre roventi. E c’erano gli
avvoltoi, che planavano nel cielo abbagliante, senza sosta, senza
fine.
Gli anziani rimanevano all’ombra avara degli alberi striminziti,
e pregavano perché venisse la pioggia, e parlavano di un tempo
in cui ci si poteva immergere nel fiume in cui oggi va a finire la pista
verso il nord, e raccontavano ai più giovani leggende di praterie
e di antilopi.
Pare
che gli uomini più giovani si rifiutassero di credere a
queste leggende e che di notte, nelle loro capanne, sognassero le grandi
città della Francia, costruite in riva a fiumi che non diventavano
mai asciutti, e le loro luci in grado di spegnere le stelle, e gli amici
o i cugini che erano riusciti ad arrivare laggiù e non volevano
ritornare prima di aver fatto fortuna.
E i giovani restavano a lungo svegli, vicino alle loro mogli, nella
luce di quel sogno, pare.
Pare
che un giorno una brutta tosse abbia attaccato il petto ossuto
dei più piccoli, e che si sia dovuto portarli fino
al dispensario. Una decina di bambini piccoli, alcuni dei quali
ancora appesi alla schiena
della madre. Una tosse molto brutta.
Il dispensario
era privo di tutto. L’infermiere passava una volta
alla settimana, in macchina, dava un’occhiata agli occhi,
alla bocca, sentiva il cuore e chiedeva se tutti stavano bene,
e diceva che
tutto sarebbe andato bene. Qualche volta, portava delle medicine.
Pare che quel giorno avesse dello sciroppo, che aveva fatto venire dalla
Francia grazie a un suo cugino che era farmacista. I bambini hanno bevuto
il suo sciroppo, i loro genitori ne hanno portato due o tre bottiglie
al villaggio per curare i bambini.
Ma i bambini piangevano, non volevano bere. Li hanno obbligati, bisognava
che guarissero. Capita spesso, che le medicine non abbiano un buon sapore.
I bambini
sono morti due giorni più tardi.
Pare
che non fosse sciroppo. Eppure, c’era la scatola,
e la bottiglia, e tutte le indicazioni scritte sopra.
Pare
che fosse antigelo. Una roba che mettono nelle macchine perché pare
che in certi paesi anche le macchine hanno freddo.
Grande
dolore. Immensa collera. Gli anziani hanno pregato gli dei cacciatori,
hanno invocato le belve di una volta, perché venissero
ad aggirarsi ancora intorno alle capanne e ascoltassero le maledizioni
per portarle
via.
Pare che sia stato facile trovare il cugino farmacista. Vendeva medicine
davvero a poco prezzo. Rotellina di un grande ingranaggio.
Pare
che il villaggio abbia designato il più assennato e il più coraggioso
per andare laggiù a fare giustizia, e che tutti ci abbiano
messo dei soldi per pagare il trafficante di uomini.
Pare che gli ci siano voluti due mesi per arrivare.
Quando
ha terminato il suo racconto, pare che l’assassino
si sia messo a piangere. Ha detto che era per la gioia di aver
compiuto il suo
dovere.
Sarà aperta
un’inchiesta sulla morte dei
bambini, pare.