
Intervista
con Jean-Bernard
Pouy
di Elfriede
Müller
Traduzione dal francese di Paola
Ronco
• 29.01.04 •
Elfriede
Müller: Quando
hai cominciato a scrivere e perché?
Jean-Bernard
Pouy: Non c’è un perché, sono stato
costretto. Dovevo dei soldi a un amico, non li avevo e guarda caso,
lui era direttore di collana. Eccoci a Mosconi, quindi; uno molto
importante, quello che ha lanciato Fajardie e tutti gli altri. Cioé, è stato
Mosconi a lanciare il neopolar francese negli anni ’80, è lui
che ha fatto cominciare a scrivere a Fajardie, Jonquet, Raynal, me.
Insomma, siccome gli dovevo questi soldi lui mi ha detto, scrivimi
un libretto, io non ti pago e tu mi rimborsi. Era un editore lui
stesso. Io avevo già scritto Spinoza encule Hegel (trad.
it. Spinoza
incula Hegel, ed. Castelvecchi), ma quello non è proprio
un giallo, era una roba che ho fatto al liceo. E comunque ho scritto
un romanzo, il mio amico poi ha chiuso e ha portato il mio manoscritto
alla Série Noire, ed eccomi qua... Io poi all’epoca
facevo tutt’altro, dipingevo, per cui dall’oggi al domani
mi sono trovato a scrivere dei romanzi di fiction; siccome Mosconi
era il direttore della fiction per una collana di gialli mi ha chiesto
di scrivere un giallo. Se mi fosse capitato uno che trattava letteratura
erotica o fantascienza avrei dovuto provare quello. Il primo è stato
Nous avons brûlé une sainte. Mosconi l’ha spedito
alla Série Noire e l’hanno preso. La Série
Noire mi ha chiesto di continuare sullo stesso stile e io ho detto di no. Ne
ho scritto uno tutto diverso, il mio secondo, Suzanne
et les ringards,
e anche quello è stato preso, per cui da quel momento ho deciso
di continuare. Per me era un piacere, in più ha funzionato
subito, per cui molto presto non ho fatto altro. Ho scritto anche
degli articoli per la stampa, da quella femminile fino a quella proprio
specializzata, politica e simili. Scrivevo su qualsiasi cosa. Ad
esempio sono un vero specialista di profumi, ma siccome fumo molto
non sento assolutamente niente, eppure sono proprio un esperto, và a
sapere perché. Roba da vergognarsi.
 Quello
che è successo nel polar è che Nous
avons brûlé une
sainte è uscito tre o quattro mesi dopo Meurtre
pour mémoire (trad. it. A futura
memoria, ed. Mondadori). Quindi è in
quel momento che si è formata, in modo un po’ strano,
la scuola del noir francese, con quelli che c’erano in giro,
Fajardie, Daeninckx, poi Jonquet e me; non tanto Raynal, che è stato
messo in mezzo ma in realtà era un’altra cosa. Si è approfittato
della ‘sindrome Meurtre pour mémoire’, che era
un romanzo estremamente importante, ma non si è approfittato
della ‘sindrome Manchette’. Manchette che tra l’altro è arrivato
prima, e che per noi era una questione di gusto. Voglio dire, era
un piacere, all’improvviso arrivava un autore francese che
era un po’ come noi, ecco.
Ma
Manchette  ha
anche portato qualcosa di molto importante, ha dato una specificità al polar, al
giallo francese. Finalmente avevamo dei noir francesi che non erano
scopiazzature del romanzo anglosassone o americano; si apriva una
via tutta francese. Le petit bleu de la côte ouest (trad. it. Piccolo
Blues, ed. Einaudi Stile Libero), quella storia dell’infermiera, Ô Dingos, ô chateaux! (trad. it. Pazza
da uccidere, ed. Einaudi Stile Libero)
e anche Fatale (trad. it. Fatale, ed. Einaudi), ma
direi soprattutto Le petit bleu de la côte ouest e Ô Dingos, ô chateaux!,
che si svolgevano nella provincia, con degli eroi che non facevano
i poliziotti, poi c’era Nada (trad. ital. Nada,
ed. Einaudi), che si collegava direttamente al ’68. Noi questa
roba l’abbiamo adorata, perché era davvero una via nuova.
Non erano dei romanzi che scimmiottassero il mondo anglosassone e
non erano le solite menate su Pigalle alla Simenon-Simonin. Dunque
dopo Daeninckx, cinque o sei anni dopo, con Meurtre pour
mémoire,
qualsiasi cosa si pensi di questo libro, che a mio parere non è perfetto,
ma certo ha dato un’improvvisa legittimità al polar
francese. Per la prima volta si parlava di un fatto che è stato
nascosto da tutti. Per la prima volta se ne parlava chiaramente,
ed era in un giallo. Perché quando leggi Meurtre
pour mémoire ti rendi conto che è un giallo che più tradizionale
non si può, con il poliziotto, la storia d’amore, l’intrigo,
l’inchiesta, eppure ha piantato un casino in Francia. Il giallo
diventava di colpo legittimo e noi, noi siamo arrivati subito dopo
e abbiamo approfittato un po’ del movimento, e abbiamo fatto
scuola con persone del tutto diverse. Siamo stati classificati in
una scuola di noir che è ora terminata. Jonquet, Raynal, Fajardie,
Daeninckx e anch’io, siamo persone completamente diverse. E’ questo
che ha fatto bene alla scuola, cioè c’è stata
una scuola perché tutti quelli che ne facevano parte non
raccontavano la stessa cosa.
E. M.: E che cosa avete in comune?
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Jean-Bernard
Pouy © La Noir'rôde
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J-B.
P.: Io
credo che sia una questione di generazione, di epoca, certo, ma è anche
molto misterioso. Perché Manchette
non ha fatto scuola? Perché il polar francese è nato
con Manchette e insieme con Vautrin, con Prudon, con Amila, tutti
allo stesso tempo. Sono persone del tutto diverse, che stranamente
non hanno fatto scuola.
Noi, invece,
perché abbiamo fatto
scuola, mi chiedo, e penso che sia perché siamo della stessa
generazione; penso che tutti gli autori – a parte ADG – siano
stati degli ex-militanti di sinistra, oppure lo sono ancora, ma tutti
in un modo diverso. Prendi Daeninckx, che è piuttosto rigoroso,
lavora sulle sue inchieste ed è molto un militante tradizionale.
Oppure Jonquet, anche lui molto militante, trotzkista ma attratto
dalla psicopatologia e dal male. Prendi Fajardie, che è un
rompiscatole sinistrorso puro e duro e che è ancora il più neopolar
tra di noi. Oppure me, che sono un totale dissacratore, o Raynal,
che cerca di fare ancora un’altra cosa. Siamo tutti diversi,
eppure allo stesso tempo abbiamo fatto scuola. Quando
ce ne siamo accorti abbiamo cominciato a militare per la nostra
letteratura.
Allora abbiamo girato tutta la Francia, abbiamo
fatto
i festival, le scuole, le prigioni, tutto insomma, in un modo
militante che serviva certo a promuovere il nostro lavoro, ma che
serviva
anche le ragioni per cui ci muovevamo: l’accesso alla lettura, la
lotta contro l’ignoranza, della roba anche un po’ politica.
Insomma alla fine era tutto un insieme e ne è venuto fuori
un gruppo che si è legato anche ad una scena vivacissima di
lettori, di bibliotecari, di alcuni giornalisti. E’ stato un
gran momento, che è durato quindici anni e poi dopo, beh,
dopo è arrivata una nuova generazione e a noi ci hanno presi
per dei vecchietti, dei nonni, ci sono un sacco di giovani ma vedi,
i giovani non fanno gruppo. Ognuno va per conto suo. E non fanno
più le stesse cose. Che poi ce n’è che fanno
le stesse cose, ma non c’è più questo effetto
di gruppo, di scuola, non c’è questo aspetto... Si credeva
che Dantec potesse fare scuola, ad esempio, ma per fortuna non l’ha
fatta. Però ad un certo punto si è detto, va bene,
una via nuova che si mescola alla fantascienza, forse ci saranno
degli autori che gli andranno dietro ma no, è rimasto solo.
Ti ritrovi degli autori come la Manotti e compagnia, che sono sulle
nostre stesse basi ma sono un po’ isolati, oppure Pécherot,
che però è molto legato alla storia, o anche Colin
Thibert, che è molto modernista, genere fiction televisiva.
E insomma, tra i giovani ognuno va per conto suo. Non c’è un
effetto gruppo.
E. M.: La
rivoluzione mancata del ’68 è stata il
lievito di questo gruppo oppure la ragione per cui hai deciso
di scrivere
noir?
J-B.
P.: Per
la questione della generazione sì, non lo si
può dire in altro modo. Io però trovo sempre da ridire
contro questa cosa, come hanno detto certi giornalisti: “Dalla
bandiera rossa al noir”. Questo è completamente falso,
prima di tutto perché oltre alle bandiere rosse ci sono state
anche quelle nere. E poi questa frase sembra voler dire che i militanti
del ’68 hanno abbandonato la lotta politica per scrivere dei
noir. E’ falso. Quelli che scrivono noir, che si tratti di
Jonquet, di Delteil, di Daeninckx, di me stesso o di Fajardie, continuano
a militare con la propria forza, la propria volontà, le proprie
scelte. Non è che non militino più perché ora
scrivono noir.
E. M.: Vedi nel noir una forma di militanza?
J-B.
P.: No,
non credo. Alla fine dei conti, perché tutte
queste persone si sono messe a scrivere? Allo stesso tempo questo
non è un fenomeno di massa, è solo che nel mondo in
cui viviamo quelli che hanno deciso di raccontare delle storie hanno
affrontato delle storie contemporanee; raccontando storie contemporanee
hanno trattato questo genere di storie. Si possono raccontare storie
d’amore, storie di viaggio oppure sulla costruzione delle macchine,
ma allo stesso tempo c’è un’altra letteratura,
che si occupa della fabbrica, tutto qua. Noi abbiamo scelto il noir,
il poliziesco, per fare questo. Abbiamo scelto una letteratura popolare,
che non vuol dire una letteratura per il popolo; per noi la letteratura
popolare è quella che può essere letta dal maggior
numero di gente possibile, per cui i codici, le griglie, i riferimenti,
l’appartenenza ideologica vengono dopo, non prima. E’ la
letteratura mainstream che mette davanti i codici e le griglie. Tanto
per spiegare, per noi Joyce non è popolare, perché ha
delle griglie che bisogna superare. Noi siamo tutto il contrario.
E io credo che la forza della scuola francese sia che noi ci siamo
detti, non è che siccome facciamo letteratura popolare siamo
per forza dei ritardati, degli ignoranti senza un’opinione
sul mondo, senza riferimenti culturali o ideologici. Noi questi riferimenti
li mettiamo ma non a priori, noi li mettiamo dopo, li mettiamo nel
romanzo. All’inizio noi mettiamo un romanzo che possa essere
letto dal maggior numero di gente possibile; questo è il caso
del noir, del polar.
E. M.: Per
tornare un po’ agli inizi, tu che cosa hai fatto
nel maggio ’68?
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Jean-Bernard
Pouy © Claude Mesplède
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J-B.
P.: Avevo
22 anni, ero uno studente, per cui ho fatto le cose che facevano
gli studenti di 22 anni; è stato un momento di
piacere intenso e di fortissima agitazione. Io, poi, ero un po’ incasinato
perché facevo già parte di un gruppo anarchico e ci
siamo scontrati con il potere in modo duro, ma allo stesso tempo
tutti i leninisti ci davano addosso, insomma, ce le prendevamo da
tutti. Un po’ come durante la guerra civile spagnola, senza
rischiare la vita. E’ vero che noi non avevamo quello che avevano
i maoisti e gli stalinisti e i trotzkisti, qualunque cosa i trotzkisti
e i maoisti cercassero di ottenere, ma noi ci scontravamo con tutti,
quindi era una lotta continua ma allo stesso tempo era un periodo
di incredibile agitazione. E poi è anche più complicato
di così, perché c’erano dei punti di contatto
con organizzazioni che si chiamavano Tout (‘Tutto’),
VLR (Vive la révolution, ‘Viva la rivoluzione’);
era un miscuglio di maoisti, di trotzkisti e venivano chiamati i ‘desideranti’,
perché poi da questi gruppi sono uscite le grandi teorie sulla
nuova sessualità, i temi dell’aborto, le femministe
e tutte quelle faccende, oltre all’agitazione culturale e sociale.
Una serie di politiche da cui è uscito tutto quello che rimane
dello spirito del ’68, e che rimane ancora nella vita, nelle
leggi, nella quotidianità.
E.M.: Questo
porta un po’ alla mia prossima domanda: secondo
te che cosa rimane oggi del ’68?
J-B.
P.: A quanto
vedo in Francia adesso, e non mi sembra una cosa che possa cambiare,
quelli che hanno vissuto il ’68 in modo
attivo, che avevano tra i 15 e i 30 anni, sono trattati da sessantottini,
il che è già un peggiorativo, oppure da ex-sessantottini,
cosa doppiamente peggiorativa, oppure sono trattati da ex-sessantottini
tardoni, il che è tre volte peggiorativo. Quelli di destra,
insomma i reazionari, pensano che tutto il male venga da lì.
I diritti delle donne, i diritti degli omosessuali, il sesso, tutte
quelle cose, tutte le libertà vengono da lì, e non
ci dobbiamo dimenticare le cose più evidenti che però si
vedono di meno, tutti quei principi sull’educazione, contro
la repressione, che vengono dal ’68 e non prima. Nel momento
in cui queste cose vengono sentite come normali, siamo di fronte
a una vittoria. E se adesso nelle scuole va male, non è per
colpa del ’68, è perché il potere abbandona gli
insegnanti, perché non c’è un’idea sull’insegnamento.
E. M.: E
gli anni ’80 che ruolo hanno nei tuoi romanzi e nella
società francese?
J-B.
P.: Gli ’80 sono Mitterrand che viene eletto, per cui
di colpo sembra che la democrazia socialdemocratica abbia un potere
enorme, cosa vera per uno o due anni, con dei momenti forti come
l’abolizione della pena di morte, delle cose così, che
erano delle lotte di prima. Ci si rende conto molto velocemente,
però, che tutti i militanti di sinistra francesi si trovano
come Rosa Luxemburg; non si viene fucilati ma poco a poco si vedono
tutte le robe che succedono, che vanno ad avvantaggiare una classe
borghese, dirigente, intrigante, cinica e insieme prontissima ad
accettare le conquiste del ’68. Tra quelle che non si possono
toccare ci sono delle conquiste su cui non c’è nulla
da dire, ad esempio la psicoanalisi, la sua preponderanza in Francia,
si pensi pure quello che si vuole ma quella è una conquista
di Guattari / Deleuze, e di altri su cui il potere non ha avuto presa.
Non
che non ci abbia provato, il potere, ma non ha funzionato. Ci sono
degli zoccoli duri di questo tipo, ma sono dove il potere non
capisce e non ha idee. Allo stesso tempo sul piano economico si assiste
a una ripresa del capitale, ma allo stesso tempo le rappresentanze
della classe operaia sono scomparse, e sempre allo stesso tempo si
vede un’apparizione molto forte, che raggruppa la gente di
sinistra, della società civile in Francia. Non dico che tutti
i francesi siano diventati così. Adesso però tutti
quelli di sinistra si spendono in prima persona contro la disoccupazione
e lo fanno nelle associazioni militanti dure, più libertarie
che altro, cosa che peraltro rompe i coglioni ai fondatori delle
associazioni stesse, che sono tutti degli ex-stalinisti e che si
rendono conto che le loro organizzazioni sono diventate libertarie
in senso globale; non anarchiche, ma libertarie. Per cui ci sono
anche delle tensioni a causa di questo.
E. M.: Che ruolo ha veramente la storia nel tuo lavoro? Quali sono
i fatti che decidi di trattare e che cosa determina le tue scelte?
J-B.
P.: Un ruolo
piccolo, ma io non sono un investigatore, non sono un giornalista
investigativo, non sono uno storico, per cui
non lavoro su argomenti storici o giornalistici precisi, in cui potrei
portare delle informazioni. Comunque io mi baso globalmente su dei
fatti, delle cose, anche se un po’ di traverso; ad esempio
non tutti sanno che molti militanti sono stati messi “in sonno”,
in attesa della rivoluzione futura.  
Con Larchmütz
5632 ho
provato a fare un romanzo che non è esatto storicamente, ma che riprende
l’idea. In Le cinéma de papa i fatti
sono più precisi,
perché attraverso la mia famiglia avevo delle informazioni
sulla lotta di tanti gruppi politici per ottenere dei film per le
cineteche scolastiche e universitarie. Questo non fa parte della
lotta politica, ma è comunque folle che gli stalinisti e i
trotzkisti si siano mobilitati per possedere dei film. E questa è una
storia vera. Per cui io direi che mi pongo piuttosto su un terreno
contemporaneo, immediato, un ambiente, senza assumere davvero il
ruolo di un giornalista o di un investigatore; io non parlo di fatti
precisi, quello può accadere oppure no, ma per lo più io
mi ispiro a quello che capita.
E.
M.: Però lo sfondo è sempre un po’ storico,
cioè il romanzo si svolge ai nostri giorni, ma i crimini hanno
sempre un rapporto con quello che è successo prima.
J-B.
P.: Sì, diciamo che non rimango nel vago. In La
Belle de Fontenay si trattava della guerra di Spagna,
c’era anche
la presenza di insegnanti maoisti in una città comunista,
ma non ne ho fatto il soggetto predominante, è una cosa che
rimane sullo sfondo. Perché io so bene che non posso fare
altrettanto bene o altrettanto male come Daeninckx su certe faccende,
non posso fare altrettanto bene o altrettanto male come Fajardie
su un soggetto, a ciascuno i suoi punti forti. E’ una suddivisione
naturale dei compiti. Ad esempio Daeninckx è coinvolto in
un sacco di cose, lui ha a disposizione delle informazioni che io
non posso avere, allo stesso modo in cui io posso lanciare Le
Poulpe nel 1995, mentre lui non avrebbe potuto farlo. E
allo stesso tempo con Le Poulpe io metto insieme
tutti attraverso la linea del mondo libertario, che tutti hanno più o meno dimenticato, cosa che
mi ha fatto piacere, perché in questa collezione libertaria,
i maoisti, i trotzkisti, tutti ne hanno scritto uno. Se avessi detto
che Le Poulpe era un anarchico, ne avrei avuti tre
o quattro. Tutti erano d’accordo, per cui si tratta di una lezione positiva.
E.
M.: Esiste
un contesto tra i temi dei tuoi romanzi e il punto di riferimento
del ’68?
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Jean-Bernard
Pouy © La Noir'rôde
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J-B.
P.: Sì e no. Sì perché io vengo da lì,
nel ’68 avevo 22 anni, per cui mi sono formato intellettualmente,
sono stato segnato da quello che è successo nel ’68,
non è una cosa che ho letto sui libri. Sono un sessantottino.
E’ come quelli che hanno fatto la guerra, o quelli che sono
vissuti prima del ’34, oppure come i giovani che hanno vissuto
l’arrivo di Mitterrand o la sconfitta di Jospin, oppure l’ascesa
di Le Pen. Sono dei momenti forti, che ti obbligano a schierarti,
a pensarci su, a reagire. Il vantaggio del ’68 – perché ce
n’è uno - è che ci sono stati tre mesi in cui
sono successe le cose e poi ci sono voluti dieci anni per lavorare
su questi tre mesi. Una cosa che non è successa per molti
eventi politici. E in più ci sono stati questi intensi tre
mesi. In Francia è andata bene, perché non ci sono
stati grandi drammi, perché c’erano dei contatti con
il mondo operaio, per cui potrebbero esserci stati dei cambiamenti
della società che poi non sono avvenuti, ma dopo circa dieci
anni oserei dire che il male era compiuto. Infatti ci sono stati
comunque dei cambiamenti radicali di pensiero, attraverso una linea
culturale, educativa, socio-educativa piuttosto che politica, ma
si tratta di cambiamenti che sono durati dieci anni, che adesso stanno
per essere superati. Penso, ad esempio, che la Rivoluzione dei Garofani
in Portogallo dev’essere stata più o meno della stessa
portata; due mesi intensi, anche se era tutta un’altra faccenda
e tutto sarebbe potuto succedere, con quei militari progressisti
che prendono il potere e poi... Ma per cinque o sei anni c’è stata
una riorganizzazione, non così radicale come si sarebbe potuto
credere e diversa da quella che si è vista in Francia; si
tratta di un piccolo fatto che lavora nel tempo all’improvviso.
Invece in Italia l’evento è stato più drammatico
e ha avuto degli strascichi nel tempo più forti, direi terribili,
ma la società italiana rimane stagnante. C’è sempre
il papa, ma in compenso era molto più forte prima. E’ stato
per la clandestinità, la lotta armata, quelle cose lì.
In Francia no, perché c’è stata una coesione,
non lunga ma immediata con il mondo del lavoro. Strano, eppure positivo.
E.
M.: Che ruolo ha nei tuoi romanzi il soggetto, in relazione al
collettivo?
J-B.
P.: Oh, è uno specchio, un espediente narrativo, il
personaggio puntato in avanti, è solo una focalizzazione,
perché alla fine bisogna pur passare di lì. Comunque è vero,
sono personaggi che rappresentano più una condizione dello
spirito che loro stessi. Si tratta di persone che hanno sempre un’età precisa.
Li immagino come degli handicappati, nel senso che hanno sempre qualcosa
in meno; un modo simbolico per dire che quello che si è perso
nel ’68 è anche come perdere una mano, un braccio, un
piede, un occhio. Sono handicappati, e in quanto tali fanno apparentemente
più fatica a risolvere i loro problemi, ma allo stesso tempo
se ne servono. L’handicap non è modo per dire che soffrono
più degli altri, no, è più semplice spiegare
questa cosa in maniera psicologica; per me, quando sono crollati
gli accordi di Grenelle, è stata come un’amputazione.
E credo che questa amputazione rimanga. E’ per questo che non
mi fido mai della sinistra comunista in Francia, né degli
stati maggiori sindacali. Questa amputazione è stata molto
forte, per di più. E quindi non sarà un dolore più forte
per quelli che sono stati comunisti e hanno visto il patto tedesco-sovietico?
Oppure per un militante normale dell’Est che veda cadere il
muro, per un vopo, una guardia di frontiera che si è rotto
i coglioni per cinque anni a proteggere il muro con il fucile in
mano, e che ha rotto i coglioni agli altri? Io credo che quel vopo
sarà molto turbato. Avrà certo meno fiducia nelle cose
in cui ha creduto.
E.
M.: Consideri questi individui come dei portatori di idee, di
speranza e di cambiamento, oppure sono solo dei testimoni di un tempo
finito?
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Jean-Bernard
Pouy © Claude Mesplède
|
J-B.
P.: Ah
no. Certo sono dei testimoni, però dicono delle
cose, anche se io non scrivo dei romanzi militanti. Però hanno
qualcosa da dire, non sono gente che si arrende teoricamente. Anche
se adesso è meno volontarista di prima. Esiste tutta una letteratura
piena di gente perduta; non è cattiva letteratura, non dico
questo. Però nei neopolar francesi ci sono molti protagonisti
che sanno di avere perso, ne portano addosso la colpa, per cui o
fanno qualsiasi cosa, o vanno in depressione oppure assaltano le
banche. Più invecchio e più mi passa la voglia di dare
lezioni, e spesso dico, quando avevo 20 anni ho vissuto delle cose
assolutamente straordinarie, ma è stato un puro caso. E’ vero
che ci sono arrivato un po’ preparato, e quelli che mi avevano
preparato, io poi li ho respinti, come Henri Lefebvre e compagnia.
Però erano comunque quelli che mi avevano preparato. Io cerco
di non dare lezioni. E’ difficile. Non bisogna mai dire, “io
ho fatto..., bisogna...”, bisogna lasciare che i giovani si
scelgano le loro battaglie. Li riempiranno di merda comunque, questo è sicuro.
Io cerco di integrarmi nelle lotte come posso, ma soprattutto cerco
di non dire niente e di non dare lezioni. Le lezioni fanno malissimo.
Soprattutto in letteratura.
E.
M.: Il
successo del Front National alle elezioni e nella società dall’83 è stato
l’argomento di molti gialli. Pensi che questo tipo di letteratura
possa essere un mezzo per lottare contro l’avanzata del fascismo?
 |
Jean-Bernard
Pouy © La Noir'rôde
|
J-B.
P.: C’è un’estrema destra francese che esiste
da molto tempo, una destra che è allo stesso tempo monarchica,
catto-integralista, persino antisemita, ma da Le Pen in poi è una
faccenda diversa, riflette i problemi della Francia con l’Algeria.
Il vero problema è che là abbiamo perso la guerra.
Non c’è lo stesso problema con l’Africa, con il
Marocco. Ci si va in vacanza, in Marocco. Nessuno va in vacanza in
Algeria. Per la Tunisia, uguale. In Algeria ci hanno fatto un culo
così. E’ stato come il Vietnam, avremmo potuto buttarci
sopra una bomba atomica, come gli americani, ma per fortuna... Hanno
vinto loro e noi li abbiamo portati in Francia, perché in
Francia il capitale aveva bisogno di manodopera e i francesi non
avevano voglia di lavorare nei campi in pieno inverno. C’è un
problema serio con l’Algeria, e credo che Le Pen ci giochi
sopra. L’algerino che diventa “l’arabo” e
il razzismo francese si basano su quello. Anche l’immigrazione
dal Maghreb e dall’Algeria, perché ci sono pur sempre
dei legami molto forti tra Francia e Algeria, gente che si sposta
da un paese all’altro e viceversa. C’è un’incomprensione
terribile e una paura tra le persone che non sono bene informate.
Ad esempio tre giorni fa uno degli argomenti di Le Pen è caduto,
grazie a Sarkozy, che ha diffuso delle cifre. Non si tratta di cifre
del Ministero degli Interni, per cui ci si può credere, sono
cifre dell’INSEE (Institut National de la Statistique et des Études).
Vi si dice che la donna algerina in Francia fa lo stesso numero di
bambini della donna francese. Perché il grande argomento era
che fanno più bambini. E l’INSEE ci dice invece che
non è vero. Per la donna francese è 1,68, per la donna
algerina è 1,69. Una differenza da niente. La verità è che
sono diventati come i francesi, anche loro dicono “va bene
uno o due bambini, non di più”. Si sono integrati anche
in quello. L’integrazione in Francia, soprattutto a Parigi,
il meticciato, è una realtà. Quando prendi la metro
a Parigi ti rendi conto che sono dei parigini, non sono più immigrati.
E’ Parigi, e Parigi è un quinto della Francia. E’ importante.
Da quel punto di vista Le Pen ha perso. L’immigrazione e il
meticciato in Francia sono una realtà, e questo è positivo.
E.
M.: Ti rivolgi ad un pubblico particolare?
J-B.
P.: No,
come ho sempre detto noi ci sforziamo, e credo che tutti quelli
che decidono di scrivere noir, polizieschi o altri generi
popolari, tutti partono dall’idea di creare dei romanzi leggibili
dal più gran numero di persone. In più, contrariamente
a una certa letteratura popolare rivolta a tutti e facile come può esserlo
la televisione, noi si cerca di fare dei romanzi per tutti, ma questo
non vuol dire che cerchiamo di nascondere i gusti, le differenze,
i riferimenti e i punti di vista ideologici di ognuno di noi. Quando
vado in giro per la provincia incontro gruppi di anziani, anche di
vecchiette, davvero appassionati. Mi fanno domande sulle differenze
tra quelli di sinistra e gli altri, si interessano, ma lo fanno perché prima
hanno potuto leggere il romanzo. Io credo che tutti gli autori che
scrivono noir partano da questa idea. E quelli che si servono un
po’ del noir, fanno della letteratura generale, perché mettono
davanti un codice cui si adeguano totalmente e cercano di fare della
scena con quello. Noi, prima di essere scrittori siamo romanzieri.
E. M.: Manchette
diceva che il noir si rifà ad una forma
letteraria del XIX secolo. Pensi che sia un’osservazione
giusta?
J-B.
P.: Manchette è uno di sinistra puro e duro, che varia
intellettualmente, un giorno si dice situazionista e l’altro
chi lo sa, ma tra i situazionisti ci sono delle persone che trovo
molto sgradevoli. Scrive
nel suo diario dei resoconti sull’arte
che mi paiono grotteschi, e soprattutto il suo ultimo romanzo, La
position du tireur couché (trad. it. Posizione
di tiro,
ed. Einaudi Stile Libero), mi è parso un po’ fascisteggiante.
Un libretto, non mi è piaciuto per niente. Molto interessante
dal punto di vista comportamentista, ma il personaggio dei servizi
segreti è ben lontano dalle preoccupazioni dell’epoca.
Un autore che guarda se stesso, non è un personaggio che mi
piaccia. Certo, ha la sua importanza, non lo nego.
Penso che la
sua osservazione sulla forma letteraria sia giusta, ma direi
piuttosto
gli anni ’30 che il XIX secolo. I padri del giallo sono Balzac,
gli autori del XIX. Ma quello che scrive Manchette è il contrario
di Balzac, lui scrive come James Cain, Horace McCoy, gente così.
Come gli autori americani che arrivano dopo la crisi del 1929, e
che sono intrisi di comportamentismo. Non spiegano, non danno lezioni,
dicono delle cose. Quello che a me interessa in Le facteur
sonnait deux fois (trad. it. Il postino
suona sempre due volte,
ed. Adelphi), ad esempio, è la psicoanalisi spiegata in due
frasi. Quando Camus l’ha letto ci è rimasto malissimo,
si è detto, “io ci avrei messo 500 pagine, lui lo dice
in due righe”. Ha scritto L’Étranger (trad. it Lo
Straniero, ed. Bompiani) subito dopo, e L’Étranger è uno
dei romanzi comportamentisti francesi. E’ solo un esempio,
come Emmanuel Bove e altri. Io credo che sia stata più che
altro questa scuola ad influenzare Manchette, perché lui non
scrive come Balzac, cioè là dov’è vicino
a Balzac, è solo Balzac che si guarda intorno e racconta delle
storie. Une ténébreuse affaire potrebbe essere ambientato
nella Francia di Chirac, con un poliziotto che indaga su storie di
pedofili, truffe bancarie, è proprio come adesso, ed è stato
scritto per fare soldi. Certo per quanto riguarda i temi, sono le
stesse storie. A livello tematico è il XIX secolo, sul piano
stilistico sono piuttosto gli anni ’30. Molto interessante.
Noi siamo stati influenzati dalla scuola hard-boiled, comunista-comportamentista.
E.
M.: Hai
parlato della fine di un gruppo di scrittori noir. Però voi
continuate comunque a scrivere.
J-B.
P.: Sì, ma si tratta di una fine normale, e comunque è durata
tra i 15 e i 20 anni. Si invecchia, si diventa dei vecchi rimbambiti,
bisogna fare attenzione a quello che si dice. E poi ci sono un sacco
di giovani che arrivano. I tempi cambiano. Noi continueremo. Tra
di noi c’è chi ha lasciato subito, io ho scritto 40
libri, altri dopo il terzo libro hanno provato a fare altre cose.
Può darsi che ci sia anche una stanchezza nel lettore, che
non ci siamo saputi rinnovare abbastanza, ci sono i tempi che cambiano.
Ci sono tanti fattori. Io non credo che gli autori più interessanti
e i più importanti di questo movimento spariranno del tutto,
ma credo che l’effetto ‘gruppo’ sparirà.
Perché abbiamo parlato troppo, abbiamo fatto il nostro lavoro,
forse è tempo che altri facciano il loro, che probabilmente
non sarà lo stesso, ma occorre che si trovi qualche cosa.
Noi siamo sempre tentati di dire “bisognerebbe fare così e
cosà”, e non dobbiamo farlo. Sta anche a loro trovare
qual è il loro posto, qual è il loro cammino. Una cosa
che abbiamo imparato nel ’68 è che bisogna fare attenzione
a non diventare dei vecchi rimbambiti che danno lezioni. Mi dispiace
che non ci sia all’orizzonte una scuola diversa. Ma in letteratura
non bisogna mai aspettare qualcosa, arriva contro ogni speranza.
Mi piacerebbe, però, che ci fosse qualcosa di un po’ radicale,
al limite ancora più radicale di noi, letterariamente. Il
giallo è stato una sotto-letteratura, per cui abbiamo avuto
il tempo di imporre le nostre cose poco a poco. Ad ogni modo il Poulpe è morto.
Il capitalismo ci ha divorati. E va bene così.

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