E’ con soddisfazione che salutiamo l’apparizione in
Italia, panorama editoriale così avaro di pubblicazioni del
genere, di un libro dedicato al romanzo poliziesco.
Lo
dobbiamo al coraggio di una neonata, piccola casa editrice, Alacrán,
il cui nome – e vorremmo saperne di più – significa ‘scorpione’ in
spagnolo. Per di più l’agile volume è opera
di due fra i più illustri esperti di letteratura poliziesca
di casa nostra, Gian Franco Orsi e Lia Volpatti, per anni rispettivamente
direttore e caporedattore della prestigiosa collana “Il Giallo
Mondadori”.
Nel nostro paese infatti, pur se il giallo gode di vasta popolarità anche
al di fuori delle pubblicazioni specializzate, riscuotendo ormai
interesse anche da parte della critica, la saggistica sul genere è sempre
stata oltremodo carente. Chi volesse andare oltre la superficie dell’argomento
ha dovuto da sempre rivolgersi alla pubblicistica francese o anglosassone,
tradizionalmente prolifiche in questo campo.
Fatta questa doverosa premessa veniamo al libro in questione.
Come spiegano i curatori nella prefazione, il libro raccoglie
materiale pubblicato negli anni sulla rubrica “Varietà”,
che compariva in calce ai vecchi numeri del “Giallo Mondadori”,
o su altre pubblicazioni dell’editore, materiale oggi per lo
più introvabile. Si tratta di brevi articoli dedicati ai più importanti
autori e personaggi dell’età d’oro del mystery,
dovuti alla penna degli stessi curatori o di altri specialisti come
Ernesto. G. Laura, il compianto Oreste Del Buono, Laura Grimaldi,
Ida Omboni, Mauro Boncompagni ed altri ancora.
Si parla di capiscuola della protostoria del giallo e del
periodo del suo massimo fulgore, più o meno fino agli anni ’30.
Diciassette voci che vanno da Conan Doyle a Wallace, da W. Collins
a Gaboriau, Leroux e Leblanc, da M. Allingham a F. W. Croft e così via.
Come si vede l’affettuosa attenzione degli autori è rivolta
a quel particolare tipo di narrativa poliziesca che ebbe massima
fioritura negli anni fra le due guerre in ambito anglosassone e va
sotto il nome di giallo classico o deduttivo, la cosiddetta golden
age.
Quel tipo di storie a struttura rigida, basate sullo
schema crimine misterioso/inchiesta/disvelamento del
colpevole,
imperniate su
detective dilettanti eccentrici e geniali il cui capostipite
insuperato resta
Sherlock Holmes. Intrecci impeccabili intricati come
merletti, in cui solo la sagacia dell’investigatore di turno riesce a districarsi
grazie alle proprie implacabili capacità deduttive, quasi
sempre situati in ambienti borghesi, spesso ristretti o addirittura
chiusi, privi di azione e dramma. Tutti concentrati sul gioco squisitamente
intellettuale – come teorizzava R. A. Freeman – della
sfida fra l’astuzia dell’assassino (tutta presupposta
al testo) e quella del detective (vero oggetto della narrazione).
Rigorosamente senza trucchi da parte dell’autore, che doveva
giocare le sue carte con lealtà assoluta nei confronti del
lettore, senza nascondergli nulla che non fosse ignoto anche al detective,
dandogli teoricamente le stesse possibilità di arrivare alla
soluzione del mistero.
Insomma quella machine à lire di cui ha scritto P. Boileau
e su cui tanti hanno teorizzato.
Un giallo oggi abbastanza fuori moda, lontano dal
nero e dagli epigoni dell’hardboiled di Hammett e Chandler.
Un giallo teatro, come garbatamente osserva Lia Volpatti,
articolato su scenari chiusi e interpretato da
attori caratterizzati e
stilizzati, diversamente dal dinamismo del giallo
cinema, il giallo d’azione
di derivazione americana.
Questo interesse per il giallo classico non deve
stupire, poiché in
Italia, grazie anche all’ortodossia della longeva collana mondadoriana,
proprio tale tipo di poliziesco ha acquisito nei decenni (il “Giallo
Mondadori” risale al 1929) una solidissima presa sul pubblico.
Questa collezione, a cui come è noto si deve anche il nome
italiano del mystery, ha finito con l’orientare i gusti sotterranei
dei lettori ed imporre il giallo enigma come modello archetipico
per la gran massa dei lettori.
Un modello capace di resistere alle trasformazioni
sociali e culturali attraversate dal paese
lungo quasi un secolo
di storia.
Forse tuttora
più diffuso di quanto si creda, magari in segreto, nonostante
la pletora di serial killer e di massacri pulp a disposizione nelle
librerie e sugli schermi.
Le voci sono per lo più succinte ma accurate, e contengono
notizie sulla vita e sull’opera degli autori, oltre a un ritratto
del protagonista messo in scena di volta in volta. Ritroviamo così vecchie
conoscenze come Padre Brown, Charlie Chan, l’Ispettore French
o il suo collega della Sureté Hanaud, veniamo sollecitati
a riscoprire capolavori che avevamo dimenticato come Un’ombra
nella nebbia della Allingham o I
tre segugi di Croft. Significativa
anche la presenza di importanti autori francesi come Gaboriau, Leblanc
e Leroux, in genere abbastanza trascurati rispetto agli anglosassoni.
Le assenze che ogni appassionato coglierà sono dovute al fatto
che il volume è solo il primo di una piccola serie, che speriamo
possa presto essere completata.
I due capitoli più lunghi, e più ghiotti, sono naturalmente
dedicati a due giganti come Conan Doyle e la Christie, arricchiti
da qualche extra.
Quello sul creatore di Holmes, oltre ad
approfondite biografie sull’autore
e sul re dei detective ad opera di G. F. Orsi, comprende anche una
nota sulle parodie e gli apocrifi a cura di Roberto Pirani, il più autorevole
esperto bibliografico italiano del giallo. Quello sulla regina del
delitto, di Lia Volpatti, esplora tra l’altro anche personaggi
secondari come Tommy e Tuppence, nonché la produzione letteraria
non di genere a nome Mary Westmacott e annovera anche una divertita
esegesi sull’importanza del treno nella narrativa della Christie
del giallista milanese Andrea G. Pinketts.
Il libro è infine arricchito da illustrazioni, spesso a firma
di Carlo Iacono, provenienti dalle collezione della Fondazione Rosellini,
purtroppo solo in bianco e nero. Unica pecca editoriale: si sente
la mancanza di un indice analitico che faciliterebbe la consultazione
del volume.