Prima cosa importante:
il romanzo è opera dell’argentino,
che vive a Barcellona, Raul Argemi, una delle persone più lucide
che abbia mai incontrato: molte idee, e molto chiare. Una lingua
svelta e molto affilata. Lontano da qualunque ambiguità in
ciò che afferma, Argemi, autore del famoso I morti
perdono sempre le loro scarpe, ci sorprende stavolta con un romanzo breve,
ma complesso, denso e profondo. Il che non significa pesante, stordente
e incomprensibile. Tutt’altro.
In breve, il
romanzo narra l’inchiesta portata a termine,
dal letto d’ospedale dov’è inchiodato, da un giornalista
ferito in un incidente stradale. Tra veglia e sonnolenza, tra la
coscienza lucida di un corpo reso insensibile dalle ferite e la realtà oppiacea
dei medicamenti iniettati nelle sue vene, assistiamo a un vertiginoso
succedersi di immagini in cui si mescolano il passato e il presente,
la memoria e l’amnesia, la verità e la menzogna: cos’è successo
in quel fatidico giorno? Perché? Come?
Vista la lunghezza,
sarebbe una buona idea per il lettore di cominciare a leggerlo
un giorno in cui dispone di quattro o cinque ore libere.
Potrà così leggerlo tutto in una volta, cosa di cui
Penultimo nome di battaglia necessita. La struttura è complessa,
in quanto segue il modello dei romanzi-mosaico di cui autori come
Paco Ignacio Taibo II o James Ellroy hanno mostrato l’efficacia
per raccontare storie secondarie che, come affluenti, finiscono ad
alimentare un grande fiume maestoso. L’opera di Argemi è un
puzzle perfetto, in cui tutti i pezzi, anche quelli in apparenza
spaiati, assurdi o incoerenti, finiscono per incastrarsi alla perfezione. È per
questo che il romanzo guadagna forza da una lettura tutto d’un
fiato.
Perché è talvolta frustrante leggere una scena, un
contesto, che appare completamente assurdo. Ed è proprio da
queste piccole frustrazioni che nasce l’assoluta soddisfazione
di un finale perfettamente orchestrato che convince, mentre si è sorpresi
nel constatare che tutto aveva realmente un senso. Penultimo
nome di battaglia è come la vita: strano, sorprendente, imprevedibile… e
interessante, molto, molto interessante. Un bailamme di grande valore
in cui l’amnesia è molto più che una tecnica
di sceneggiatura. È davvero una questione di principio: non
per nulla che siamo soliti affermare che coloro che dimenticano la
storia tendono a ripeterla.
È un romanzo differente dall’avventuroso I
morti perdono sempre le loro scarpe, perché qui la ripartizione dei ruoli
e più complessa e sfumata che nel precedente libro. Chi sono
i buoni e chi sono i cattivi? Questo è il punto, perché è il
chiaroscuro la tonalità dominante, come in un cielo d’autunno.
Siamo di fronte a un romanzo breve, che dice molte cose, altre ne
suggerisce e di altre ancora ci fa ricordare. E tutto questo senza
che siamo argentini, perché con i “che” naturalmente
lo si gusta e si piange molto di più. Si dice sempre che i
grandi profumi sono contenuti in piccoli flaconi. In questo caso,
non possiamo che dirci d’accordo. Le centonovanta pagine di
Penultimo nome di battaglia sono la pura essenza del noir più compiuto
e rivendicativo.
Un romanzo molto
profondo e di grande portata, che conto di riscoprire rileggendolo
più tranquillamente e con calma di quello che
ho fatto lunedì. Senza l’urgenza di risolvere l’enigma
e arrivare alla fine. Rileggendolo solo per il piacere di godere
della prosa rimarchevole di Raul Argemi, uno dei più grandi
e illustri scrittori del momento.