Quando
il crimine in giacca e cravatta e poltrona ministeriale va
in ferie, le notizie sulla criminalità spicciola tracimano
ben oltre le classiche pagine di cronaca nera e gorgogliano nelle
aperture
dei telegiornali e nelle chiacchiere da ombrellone. Sarà che
c’è qualcosa di morbosamente piacevole nell’apprendere
di stragi famigliari a martellate, faide tra satanisti nei
boschi e sequestri in villa nelle campagne, sarà che
il fetore di sangue rianima dallo stordimento da olio solare,
sarà che
il crimine in giacca e cravatta e poltrona ministeriale, quando
se ne va in ferie, in fondo ci manca un po’, ci costringe
con la sua latitanza a fare i conti con il piccolo cabotaggio
delle nostre
meschinità quotidiane in braghette (o nelle proverbiali
braghe di tela, di questi tempi…), sarà che nove
italiani su dieci leggono un solo libro all’anno e lo
leggono in spiaggia ed è quasi immancabilmente un libro
con dentro un po’ di
morti ammazzati, sarà quel che sarà, ma sta di
fatto che il delitto vacanziero, per quanto cartaceo, paga,
paga eccome.
Devono averlo pensato anche alcuni degli autori mediamente
molto giovani (ben cinque nati dopo il 1980) messi insieme
da Marco Nardini
nella raccolta di racconti Semi di fico d’India. Venti
bracciate nella nuova scrittura italiana (Nuova Dimensione,
2005), perché in
più di un caso il tema obbligato dell’antologia,
l’estate,
ha fatto scattare l’associazione con il delitto. Nel
viaggio allucinato attraverso una Bologna spappolata dall’afa
narrato da Jadelin M. Gangbo in Sting è molto strano c’è il
cadavere di un padre sul divano di casa in agguato nei ricordi
del figlio assassino. Nella fantomatica clinica romana anticalvizie
in
cui capita il protagonista in cerca di lavoro di Lo
senti il rumore dei capelli che crescono? di Marco Nardini si annidano
delle infermiere
tedesche molto simili a torturatrici. La nostalgia
di Sète di Deborah Rim Moiso si apre con l’atmosfera rarefatta
di un poetico borgo di pescatori francese e si conclude con
uno stupro
perpetrato nel cimitero in cui è sepolto Paul Valéry.
C’entra un cimitero francese anche nel delitto mancato
messo in scena dal sottoscritto, scusate se approfitto, in
Caaacahouettes!,
un racconto dominato dal montaggio a spirale più che
dalla storia. È una questione di qualità di Fabio
Beccacini è una
frana precipitosa verso la violenza di branco sotto effetto
di sostanze psicotrope varie a Lloret de Mar, un “buco
di culo omologato al divertimento notturno, alla canna da spiaggia,
alla scopata domestica
in albergo”. Gabriele Dadati si cimenta con una storia
di detection con tutti i crismi scegliendo come sfondo l’estate
piacentina, o meglio in riva al fiume Trebbia, con tanto di
io narrante poliziotto
roso dai sensi di colpa verso la moglie: Alcune cose
tremendamente sbagliate. Il camionista di Quarti di vacca di Gian Michele
Lisai Senes si vendica investendo un venditore di giornali
da semaforo
per la vacanza da incubo appena trascorsa. Ma anche nei racconti
senza cadaveri le vacanze estive rappresentano spesso il momento
in cui una parte di ciascun personaggio “muore”,
la scena di una metamorfosi che implica la violenza dell’abbandono,
lo strappo della presa di coscienza. Vale per Un
gusto provinciale di Francesca Mazzuccato
e gli amori consumati nella pensione Flora. Vale per le fantasie
adolescenziali sulla badante polacca
del protagonista
di Neva e me, “stretto da ogni parte da donne zeppe delle
loro dimenticanze” (Marco Motta). Vale per Niente
vista lago di Paolo Mascheri, un addio struggente a una nonna amata
troppo tardi.
Per In volo di Paola Presciuttini, dove su un aereo diretto
in Argentina compare un enigmatico corpo di donna, o meglio
di statua, smembrato
nella speranza di far rinascere una comunità di emigrati
italiani dalle ceneri della dolarisación. Nel racconto
di Giuseppe Mauro l’estate è intesa in maniera
programmatica come svolta epocale, storica e biografica, sin
dal titolo: Operazione
Barbarossa, o dell’estate che fece traboccare i vasi.
In Chiedilo agli angeli, Gianluca Mercadante mette in scena
la “piccola
morte” di una prima cilecca erotica. La fine di un amore
si incide con la violenza di un incidente stradale oscuramente
autoinflitto
nelle carni della protagonista di Foglio bianco vergine di
Laura Carboni. Cinque quarti di luna per Lucia di Michele Monina è la
cronaca a posteriori di un distacco, rievocato sotto il cielo
di una traversata transoceanica. Si stacca dal proprio destino
il Wolfgang
Goethe immaginato da Errico Buonanno in L’Ottocento che
verrà,
un Goethe che forse non scenderà mai in Italia, intercettato
da un oppiaceo Cagliostro a nord del Brennero. Scenderà eccome,
invece, il campioncino di minicar di Non ho paura
dei vostri divani! di Thomas Pololi, scenderà a rotta di collo
dalla collina nonostante il divieto del padre (“È così che
ti fermano. È così che ti inchiodano al divano”).
Oltre al delitto, d’estate, si sa, paga anche l’erotismo.
I lettori ne troveranno parecchio, insieme a molta ironia,
ne Gli angoli ciechi della spiaggia di Gianluca Morozzi (“I
bolognesi van sodomizzati con la sabbia”), nel Piccolo
diario cinese di Nicola Lagioia (“Dovrei rimpiangere
l’amore ai tempi
dell’Assemblea Costituente, del Piano Marshall, di don
Sturzo, di Comencini, di Elia Kazan e Alida Valli?”)
e in Dacia Maraini o breve storia di amore, morte,
mondanità e
silicone nel mare di Porto Cervo… A Lina Wertmuller
grazie di tutto di Massimo Tucci.