
Un
polar chiamato Ruanda
Marc
Lits - per
maggiori informazioni -
Università cattolica
di Lovanio
Dipartimento della Comunicazione
Traduzione
dal francese di Giuseppina La Ciura
Nella
letteratura sempre più abbondante che prende come cornice
il Ruanda, era inevitabile che il genere poliziesco fosse anch’esso
rappresentato, e ciò per due motivi. Il crimine e il sangue
sono certamente gli ingredienti necessari di questo genere di storie
e dunque non è sorprendente che il genocidio più importante
del XX secolo trattenga l’attenzione di coloro che cercano uno
scenario dove collocare il loro intrigo criminale. Inoltre, ed è il
secondo motivo, il giallo contemporaneo, sia esso ad enigma o più sociale,
non si colloca più in luoghi e tempi indeterminati, come all’epoca
di Agatha Christie, ma si vuole in contatto con le realtà più dure.
Il genocidio ruandese doveva dunque attirare l’attenzione, prima
o poi, di un autore di romanzi polizieschi, perché al di là di
uno sfondo insanguinato, esso permette di cogliere le follie e le derive
omicide di una società in crisi.
Al
principio, l’inchiesta giudiziaria
del Bianco
Due
dei grandi romanzi che descrivono il periodo dell’amministrazione
coloniale belga posseggono, in parte, una trama poliziesca, senza tuttavia
appartenere al genere interamente poiché l’indagine non è,
in entrambi i casi, il principale motore narrativo, ma piuttosto un
filo conduttore che serve da pretesto a un’analisi della realtà ruandese
in un caso, e a una descrizione di un paese in via di trasformazione
nell’altro. L’homme qui demanda du feu, di Ivan Reisdorff1,
propone a questo riguardo un titolo emblematico, poiché rimanda
certamente alla cultura ruandese, di cui vuole soprattutto dare nello
stesso tempo una descrizione e una testimonianza, ma riprendendo un
procedimento tipico del romanzo poliziesco: la designazione, fin dal
titolo,di uno dei protagonisti fondamentali, qui la vittima del delitto.
Il romanzo riprende la struttura classica dell’enigma criminale
risolto da un membro ufficiale della giustizia o della polizia. Il
racconto è costruito “à rebours”,poiché la
scena della scoperta del delitto apre il racconto e mette di primo
acchito in scena la vittima, l’investigatore che avanza una prima
ipotesi interpretativa e il giurista che fornisce i primi indizi. Il
narratore lo afferma esplicitamente: “l’assassinio di Minani
era in sé un caso banale, un delitto abietto di cui la vittima
era un Tutsi senza vacche e l’autore un qualunque Kiga, bandito
di foresta…” (pag 77)
Ma
questa inchiesta non è che un pretesto per proporre un affresco
di un Ruanda in trasformazione. L’autore e il narratore (che
si confondano o no, poco importa) ci ingannano molto poco. C’è un
delitto, seguito da un’inchiesta che si concluderà, dopo
molteplici investigazioni ed interrogatori, con l’arresto di
un sospetto e la sua condanna; ma questo intrigo poliziesco non occupa
che una parte minore del libro, dando solamente al narratore l’occasione
di interrogarsi sulla natura della sua missione, sul futuro di una
colonizzazione sempre più contestata.
Accade
lo stesso per il romanzo di Omer Marchal Afrique,Afrique!2, che
mette ugualmente in scena un amministratore
territoriale,
la cui
inchiesta su un giovane meticcio ucciso accidentalmente porta ad
evocare un Ruanda coloniale in cui i residenti belgi recano con sé la
civilizzazione, in empatia con gli abitanti di un paese che hanno preso
ad amare. Quest’amore è tanto più facile per il
narratore, che non cessa di paragonare le colline ruandesi alle vallate
delle Ardenne della sua infanzia, e che procede per assimilazione dell’uno
all’altro, valutando “semplicemente” come il Ruanda
abbia un ritardo da recuperare in rapporto alla civiltà occidentale.
Di nuovo, l’intrigo criminale è ridotto alla sua più semplice
espressione, poiché esso inizia solo dopo centosessanta pagine
e si risolve in maniera molto rapida. Ma se gli eventi di cui si parla
vengono districati in fretta, di fatto essi si inseriscono nelle rivalità tra
clan, che risalgono a più di quattro generazioni indietro e
sono intrecciate, al tempo stesso, con pratiche magiche e regolamenti
di conti politici per la conquista del potere. Quindi, l’inchiesta
e gli interrogatori del processo, che occupano solo alcune decine di
pagine su più di cinquecento, sono l’occasione per rifare
la storia e la genealogia dei differenti clan che occupano le colline
e delle rivalità che li oppongono.
Ciò che è significativo è la convergenza delle
due scelte narrative, al di là delle loro rispettive collocazioni
sul piano ideologico. Entrambi gli autori hanno scelto la forma più classica
del romanzo ad enigma, fondata su un’inchiesta lineare condotta
da un rappresentante ufficiale dotato di poteri di giustizia e polizia.
Ciò è reso possibile attraverso le attribuzioni di quegli
agenti territoriali, che cumulavano responsabilità sia amministrative
che giudiziarie sul territorio di cui si prendevano carico. E ciò rende
manifesto anche il fatto che, se la vittima è ogni volta un
giovane nero, la giustizia invece è bianca, e resa secondo i
principi e le regole del paese colonizzatore, anche se i due investigatori
sono sensibili ai valori delle tradizioni e ai costumi locali che tentano
di rispettare. Questo tipo di trama poliziesca è anche la meno
impegnativa quanto agli obblighi generici che impone. La soluzione
dell’enigma non è la preoccupazione centrale dell’investigatore,
e nemmeno del lettore, essa dà solo un filo conduttore al racconto,
che può scostarsene tranquillamente per sviluppare gli aspetti
più autobiografici o politici che affiorano ad ogni pagina.
Sia per Reisdorff che per Marchal l’inchiesta si conclude alla
fine positivamente, poiché entrambi amano l’Africa, ci
si sono immersi, sono divenuti vicini alle tribù locali. Ma
ciò dipende anche dal cliché dell’inchiesta poliziesca.
Il detective chiaroveggente è colui che può condividere,
come il commissario Maigret, la vita dei sospetti, che procede per
empatia ed immersione. E la verità che scopre la trova tanto
in se stesso quanto all’esterno. Dell’inchiesta criminale
come rivelatrice delle profondità dell’anima, e qui delle
simbiosi tra lo spirito coloniale fondato sulla fusione con un paese
amato e la tradizione africana che si rivela a chi accetta di comprenderla
senza disprezzarla. Ciò non è dato a tutti,come mostra
l’esempio seguente.
SAS:Un razzista ben informato
Il
romanzo ad enigma è un genere che appartiene al tempo di
pace. Un delitto ha certo avuto luogo, ma non traumatizza molto quelli
che ne sono stati testimoni. Questa cornice idilliaca tramonterà con
il genocidio del 1994, e il racconto-enigma non può più servire
da modello narrativo, perché è troppo raffinato, riservato
ai piccoli delitti tra gente perbene. Quando l’assassinio diviene
la regola ordinaria, quando il crimine non è più l’affare
isolato di un piccolo malvivente, ma affare di Stato su larga scala,
bisogna scegliere la via del romanzo “noir”più duro
o del romanzo di spionaggio, a seconda se si voglia mettere in
scena una violenza fuori norma o smontare le poste in gioco politiche,
nazionali ed internazionali, del genocidio.
Bisogna
dapprima constatare che, se il Ruanda serve da sfondo ad alcuni
gialli, questi sono in numero
ristretto e parecchi
di essi sono pubblicati
da piccole case editrici che danno voce a resoconti del genocidio,
più o meno autobiografici, più o meno romanzati3.
Non c’è quindi l’ondata ruandese nel mondo del
giallo, anche se gli autori e le collezioni più popolari
hanno tutti proposto un”episodio”ruandese negli anni
che seguirono il genocidio. E’ il caso di Fleuve noir con
Jean-Paul Nozières,
di SAS e del Poulpe.
Gérard de Villiers conduce il suo eroe SAS in tutte le regioni
del mondo in cui hanno luogo colpi di stato, guerre, rivoluzioni e
altri massacri, per tentare di difendere gli interessi dei suoi datori
di lavoro, senza guardare troppo per il sottile quanto ai mezzi utilizzati.
Non si può interpretare il suo sguardo sul Ruanda se non tenendo
conto degli stereotipi sui quali sono costruiti tutti i suoi romanzi,
poiché la visione del mondo dell’autore riposa su una
serie di cliché, mai ridiscussi. Quando pubblica SAS
Enquête sur un génocide, de Villiers utilizza
sempre gli stessi procedimenti: eccellente documentazione sulla topografia
del territorio chiamato in causa, preoccupandosi di mescolare realismo
ed esotismo, buona padronanza dei dati politici e strategici attinti
da una ricca documentazione; inserimento di quegli elementi reali
in
un canovaccio stereotipato che coinvolge i servizi segreti americani
per i quali SAS esegue delle operazioni clandestine.
Se
i luoghi sono fedelmente rappresentati, lo sono certo da un punto
di vista di un europeo privilegiato, che
frequenta
solo gli hotel di
lusso e i dancing dei quartieri altolocati. Non c’è alcuno
sguardo diretto sulla realtà quotidiana dei ruandesi, sulla
vita dei villaggi o la difficoltà di coabitazione tra Hutu e
Tutsi dopo il genocidio. Allo stesso modo, le donne nere sono tutte
delle donnacce, a malapena umane (“Lui non si sentiva capace
di fare la corte ad una ruandese. Era quasi della zoofilia”4 e tutti gli africani non pensano altro che al sesso (“Ma la gente
non pensa che a quello! Non c’è niente da fare, e le ragazze
hanno il fuoco dentro! In Africa, si è molto liberi”,
pag 109). Inoltre, gli Africani sono tutti infedeli, sfaticati e furbi.
Quanto ai Ruandesi, ci sono “milioni di poveri diavoli che grattano
la terra come formiche ed ignorano che il Medio evo è finito”(pagg.
27-28). Ma questi cliché xenofobi ed avvilenti sono attribuiti
anche agli asiatici, agli arabi o ai sudamericani, quando l’azione
si svolge in quei paesi, e non sono altro che il segno esplicito
del razzismo della serie, che rappresenta la razza bianca come
superiore alle altre, la sola capace di salvare il resto dei subumani.
Ma
al di là di questi cliché razzisti de Villiers prende
chiaramente posizione sul conflitto ruandese, che sembra conoscere
nei minimi particolari. Egli riassume così in meno di una pagina
la storia del Ruanda dall’inizio del secolo, e presenta anche
i principali episodi del genocidio nelle prime pagine del libro, mettendo
in causa l’operazione “Turquoise” condotta dal governo
francese. La posizione è chiara: de Villiers si colloca a fianco
del FRR di Kagame, denunciando la posizione francese complice del potere
in carica, ma esentando i militari francesi dalle loro responsabilità,
poiché essi sono stati “intrappolati” dai loro responsabili
politici. Ciò permette di preservare l’onore dei militari
fustigando i politici, il che corrisponde alla linea militarista e
populista dell’autore e spiega in parte la ragione per la quale
lo scenario del complotto non coinvolge i servizi segreti francesi
ma quelli americani. L’autore è provocatore, ma senza
una temerarietà eccessiva in rapporto ad un pubblico di lettori
essenzialmente francesi e sensibili ai valori militari. Sul piano narrativo, è anche
il mezzo per introdurre SAS nell’avventura.
L’azione si svolge nel 2000, poiché il titolo evoca un’inchiesta,
e non il periodo del genocidio, nel momento in cui opera il tribunale
di Arusha, che l’autore presenta come una farsa allestita dall’ONU
per scaricarsi della propria responsabilità per non essere intervenuto
all’inizio del genocidio. Il presidente Kagame è presentato
come “uno dei rari dirigenti neri integri, coraggiosi e patriottici”(pag
250), che però è stato manipolato affinché credesse
che il presidente Habyarimana avrebbe ucciso i Tutsi. E’ dunque
lui che avrebbe commissionato l’operazione a un amico americano,
vicino alla CIA, per evitare il genocidio. E l’attentato sarebbe
stato commesso con due missili presi agli ugandesi. De Villiers riesce
quindi, a cancellare rapidamente le responsabilità francesi
in questa storia, dal momento che l’esercito non ha fatto altro
che obbedire alle decisioni di politici incompetenti, poiché in
seguito la Francia sembra assente da ciò che è accaduto.
E il potere in carica è legittimato dalle sue motivazioni. Ha
creduto di far bene eliminando un estremista e non ha misurato le conseguenze
del suo gesto. Infine, gli americani e gli organismi internazionali
hanno tutti fallito, per viltà o per non compromettere i
propri interessi.
Dei Francesi non molto puliti
La
posizione del “Poulpe”, investigatore privato di tutt’altro
genere, è molto diversa. Bisogna dire che se SAS si colloca
abbastanza vicino ad una destra estrema, nazionalista, ostile alla
politica, sensibile all’onore nazionale, ai valori guerrieri
e al discorso maschilista, il personaggio creato da Jean-Bernard Pouy
si situa esattamente all’altro capo, rivendicando un anarchismo
di sinistra, antimilitarista, contro l’ordine costituito, in
crisi di identità nazionale, personale, sessuale…Per questo
nel romanzo di Catherine Fradier (poiché “Le Poulpe” ha
questa particolarità, di essere scritto ogni volta da un autore
differente, ma nel rispetto di un ‘capitolato’ abbastanza
ristretto, tra l’altro sul piano ideologico), le interpretazioni
del genocidio saranno molto diverse.
Una
scena del genocidio, d’altronde, fa da incipit al romanzo,
proprio dopo una citazione di Teneste Bagosora messa in evidenza perchè il
contesto sia il più esplicito possibile. Se la storia si svolge
a Parigi, nel salone da parrucchiera di Cheryl, l’amante del
Poulpe, il dramma ruandese è al cuore dell’intrigo. E
se un ruandese si fa uccidere fin dalle prime pagine, suo fratello
attraversa per contro tutto il resto del racconto, di modo che Bianchi
e Neri sono qui trattati allo stesso modo nella ricerca della verità.
All’inizio, d’altronde, la francese rifiuta di implicarsi
in “un affare di Stato”, poiché ella rivendica il
suo disimpegno politico e militante. E’ solo quando il suo negozio
sarà saccheggiato che si sentirà obbligata a farsi coinvolgere
in un caso che è più grande di lei. Da quel momento,
come nel romanzo di de Villiers, un protagonista riassume la situazione
storica, ma qui è un ruandese che se ne fa carico,mettendo in
causa la responsabilità dei colonizzatori nell’inasprimento
del conflitto etnico. La colonizzazione belga appare chiaramente come
la causa delle tensioni etniche, ma nemmeno i militari francesi sono
risparmiati, poiché si sono resi responsabili dell’attentato
contro il presidente Habyarimana, coperti dalla cellula africana dell’Eliseo
e da “Papamadi”, “soprannome che gli Africani danno
al figlio del vostro ex-Presidente”5. Quanto all’operazione “Turquoise”, “è stata
soprattutto uno scudo per salvare tutti gli assassini e ha permesso
loro di praticare la politica della terra bruciata”(pag 59).
Il seguito del racconto mette in scena alcuni militanti d’estrema
destra, strumentalizzati dai servizi segreti francesi,che tentano di
recuperare delle foto attestanti la partecipazione militare francese
al genocidio, con l’accordo del governo questa volta, a differenza
delle posizioni prese da de Villiers. L’alleanza dei democratici
ruandesi e francesi, simbolizzata dalla scena d’amore tra la
parrucchiera francese e il resistente ruandese, per altro affetto da
AIDS (il melodramma è sempre dietro l’angolo), permette
di rivelare quelle collusioni abiette, per concludere su un finale
pacifista che perora la causa di una rinascita del Ruanda.
Jean-Claude
Patrigeon coinvolge le reti spionistiche francesi nell’assassinio
di Habyarimana e nel genocidio, denunciando nello stesso tempo la visione
totalitaria del presidente assassinato. Kaplan, giornalista e avventuriero, è chiaro
nelle sue affermazioni quando paragona questo regime “al nazismo,
al nazismo tropicale con le inevitabili e sempiterne milizie, truppe
d’élite e un’inverosimile propaganda razzista. Il
succo velenoso dell’odio razziale correva nelle vene e nei cervelli
infiammati. Una vera paranoia omicida si era impadronita di quel regime
corrotto”6.
Il
regime hutu esercita un potere sanguinario, controllato da militari
francesi, che partecipano anche
alle torture. L’accusa è chiara,
e rimanda alle reti Foccart (il quale appariva anche, ma senza essere
esplicitamente nominato, nell’indagine di SAS) e alla politica
coloniale della Francia, che agisce sempre di nascosto per difendere
i suoi interessi nell’Africa francofona. L’intrigo poliziesco,
più vicino al romanzo d’avventura e di spionaggio, abbastanza
convenzionale, lascia così il posto, talvolta, ad una storia
del Rwanda e della “FrançAfrique”, mostrando come,
da de Gaulle fino a Mitterand, i dirigenti politici francesi abbiano
sempre sostenuto dei regimi corrotti ed autoritari, ivi compresi gli
aiuti militari più o meno occulti, per difendere gli interessi
economici e geo-strategici della Francia nella regione.
Questi
tre romanzi, che appartengono più all’avventura
e allo spionaggio che all’indagine criminale, hanno un tratto
in comune. Sono sempre degli occidentali che ne sono i protagonisti
principali e se i mandanti e gli esecutori dell’assassinio di
Habyarimana sono ora francesi, ora americani, è chiaro che il
punto di vista è quasi esclusivamente “bianco”.
Gli attori ruandesi non appaiono che sullo sfondo, come se il loro
territorio servisse solo da scenario a giochi di interesse delle grandi
potenze e a rivalità tra superpotenze rappresentate dai loro
servizi segreti e da qualche gruppo d’azione occulto. Il genocidio
stesso passa quasi in secondo piano, dato che gli attori africani del
conflitto sembrano solo delle pedine su uno scacchiere più vasto.
Nessun ruandese gioca un ruolo di primo piano, non può veramente
sviluppare le sue posizioni o le sue convinzioni, come se questi romanzi
per lettori “bianchi” non potessero proporre che degli
attori bianchi nei ruoli di primo piano. È dunque altrove, tra
gli autori d’origine africana, che bisogna trovare uno sguardo “nero”su
questo conflitto.
Uno sguardo nero sul genocidio
Tierno
Monébembo opera un doppio spostamento: il suo narratore
non è un investigatore bianco; egli è un ruandese e si
trova in prigione. Il giovane Faustin, figlio dell’idiota del
villaggio, racconta una storia piena di rumore e di furore, che noi
scopriamo per frammenti in un racconto che risale “à rebours” fino
ai giorni del genocidio, che chiudono il romanzo. Non si sa all’inizio
perché egli sia prigioniero, quale delitto abbia commesso, se
sia vittima o colpevole, se sia un capro espiatorio, un partecipante
al genocidio, una vittima delle circostanze. Il fatto accade dopo il
genocidio, di cui non sembra avere dei ricordi precisi al punto di
inventare la scena dell’assassinio dei suoi genitori per le televisioni
straniere. Apprendiamo a poco a poco che Faustin si è ritrovato
in prigione,non per aver partecipato al genocidio, ma per un crimine
di natura privata e passionale. Ha ucciso l’amante di sua sorella
a colpi di pistola quando li ha trovati a letto insieme. Dopo tre anni
di prigione, è condotto davanti ad un tribunale che esaspera
con i suoi modi e che lo condanna a morte. “Non è perché c’è stato
il genocidio che i Ruandesi hanno perduto ogni morale”7,
dichiara il suo avvocato. E per non aver potuto giudicare gli
sterminatori, è dunque
una vittima del genocidio che farà le spese di una giustizia
desiderosa di restaurare uno Stato di diritto. Questa caricatura di
processo non arriva a considerare il terrore di un bambino, che si è trovato
nel cuore della tragedia, perché suo padre, hutu, si è rifiutato
di sfuggire agli assassini, preferendo restare accanto alla moglie
di origine tutsi e ai loro bambini. E’ per miracolo che il giovane
Faustin è sopravvissuto, nascondendo ogni ricordo della scena
criminale nel più profondo della memoria, preferendo vivere
come un animale, poiché non ha più alcun luogo dove
ritrovarsi a casa propria.
Il
racconto, a questo punto, non rientra nel campo del genere poliziesco,
anche se ci sono un delitto,
un’indagine e un processo. Ma il
criminale non è responsabile, poiché la morte è divenuta,
suo malgrado, il suo solo punto di riferimento ed egli è passato
attraverso delle fasi di malattia e di delirio. Il romanzo termina
con queste parole: “Non sei un uomo come gli altri. Sei nato,
per così dire, due volte: la prima volta, hai succhiato il latte
di tua madre e la seconda volta il sangue… Dio mio, tre sopravvissuti
e sette giorni dopo i massacri! Un po’ di vita resta, anche quando è passato
il diavolo!” (pag 126, ed. it.) L’indagine stessa è quasi
inesistente, con la storia del crimine ripercorsa solo attraverso
flashback, e il processo non spiega niente delle ragioni profonde
del delitto.
E
tuttavia, siamo doppiamente in un romanzo nero. In primo luogo,
perché si dà finalmente la parola ai ruandesi attraverso
la figura del personaggio centrale, Faustin, e ciò che riporta
di suo padre, che è considerato l’idiota del villaggio
ma enuncia sempre delle verità semplici e piene di umanità.
E’ il solo a rifiutare la violenza, a rigettare le divisioni
etniche, a credere nella bontà dell’uomo, ma morrà a
causa della sua innocenza. Alcuni bianchi presenti sono giornalisti
e cameramen, come quello che viene a rubare delle immagini come un “grosso
cane di merda”, che bazzicano “i siti del genocidio,” perché i
morti “sono grandi star, anche quando gli resta soltanto il teschio” (pag
79, ed. it.). Oppure rappresentanti delle Ong e delle congregazioni
religiose che o si fanno uccidere nel genocidio, quando si immedesimano
troppo nella loro missione, o fuggono dal paese, per disperazione o
per paura. La sola a voler aiutare il giovane Faustin è un’assistente
sociale ruandese, che è nata in Uganda e quindi è sfuggita,
in parte, alle tensioni etniche e che può avere uno sguardo
a volte esterno e compassionevole. Ma ciò non basta per far
uscire l’adolescente dal suo trauma psichico.
E’ anche un romanzo nero nel senso generico del termine, vale
a dire che esso non si inscrive più nella tradizione d’indagine
poliziesca, ma che privilegia situazioni di crisi in una volontà di
denuncia sociale, come avviene negli Stati Uniti a partire da Dashiell
Hammett o Raymond Chandler. Ci guarderemo bene dal fare troppo rapidamente
di ogni erba un fascio, tanto più che il poliziesco noir mette
in scena dei protagonisti immersi in un ambiente criminale, con una
parte non trascurabile dedicata all’azione e una cornice di denuncia
sociale e politica (che varia dall’estrema destra all’estrema
sinistra). In questo caso, l’ambiente di piccola delinquenza
in cui si ritrova il narratore è solo una delle conseguenze
del genocidio e l’aspetto della denuncia appare in filigrana,
attraverso la dimensione tragica di un eroe dominato da forze che non
controlla, ma che non riesce nemmeno ad afferrare per mezzo di una
critica socio-politica. Sta al lettore interpretare, porsi in faccia
all’orrore assoluto che viene progressivamente evocato, attraverso
un susseguirsi di pennellate.
Ma
la forza di questo romanzo è proprio il non cadere nella
denuncia, nella critica politica, il rifiutare le scorciatoie del giallo,
il sensazionalismo dell’azione o delle emozioni, per obbligare
ad una lettura più interiore. In ciò, è il solo
romanzo che parli veramente del genocidio, che tocchi il lettore nel
profondo, perché evita i cliché, le scene di guerra e
di avventura per seguire una tragedia umana, mettendo al centro del
suo intento l’impossibile travaglio del lutto e il dovere della
memoria, il che era il suo obiettivo.
Marc
Lits è professore al dipartimento della Comunicazione
dell’Università cattolica di Lovanio, dove dirige l'Osservatorio
del racconto mediatico (ORM). Si interessa all’analisi dei
media e alle produzioni culturali di massa. Ha pubblicato Pour lire
le roman
policier (De Boeck;1994), Le roman policier : introduction à la
thèorie et l’analyse d’un genre littéraire
(CEFAL,1999); L’énigme criminelle (Didier Hatier,1993),
Le fait divers (Puf, Que sais-je?, 1999), La novellisation. Du livre
au film (Leuven University press,2004).
1 I. Reisdorff, L’homme qui demanda du feu,
Bruxelles, P de Méyère,1978.
I riferimenti rinviano all’edizione Labor coll. “Espace
Nord”, n°104, 1995. | retour |
2 O. Marchal, Afrique,Afrique!, Paris, Fayard, 1983. | retour |
3 Ringraziamo Pierre Halen la cui bibliografia ci ha permesso di
ritrovare alcuni di quei libri polizieschi.
Ma molti
sono introvabili in libreria,
o esauriti. E’ il caso di Guy P. Pascal Mille collines.
La Saga gore du Rwanda, Paris,ed du Moine Bourru,2000; di Jean-Paul
Nozières,
Billi Joe, Fleuve Noir, coll. “Crime”, 1997 (ripubblicato
nel 2004 presso Thierry Magnier edizioni, Paris); di Elmore Leonard,
Pagan babies New York, Delacorte Press, 2000 (trad. it. “Che
razza di coppia!”, Marco Tropea Editore, 2001). Lo stesso
autore ha pubblicato anche Dieu reconnaitra les siens, Paris,
Rivages, coll.Thriller,
2003 la cui azione inizia in Rwanda, poco dopo il genocidio,
ma senza che l’intrigo abbia a vedere con il conflitto.
| retour |
4 G. de Villiers, SAS Enquete sur un génocide,
Paris, Malko productions, n°1401, 2000, p56 (trad. it. “SAS:
Genocidio!”,
Mondadori, Segretissimo n°1455, 2002). | retour |
5 C. Fradier, Un poison nommé Rwanda,
Paris , Baleine coll. Le Poulpe, n°110, 1998, p 58. | retour |
6 J Cl. Patrigeon, L’ombre de Némesis,Vallauris,
Atout Edition ,2003 p 10. | retour |
7 T. Monénembo, L’ainé des orphelins, Paris,ed
du Seuil, 2000,p 134 (trad.it. “Il grande orfano”,
Feltrinelli, 2003). | retour |

|