Il giallo europeo nel mirino

n°2 Luglio-Agosto-Settembre 2005

 

 

Un polar chiamato Ruanda

Marc Lits - per maggiori informazioni -

Università cattolica di Lovanio
Dipartimento della Comunicazione

Traduzione dal francese di Giuseppina La Ciura

 

Nella letteratura sempre più abbondante che prende come cornice il Ruanda, era inevitabile che il genere poliziesco fosse anch’esso rappresentato, e ciò per due motivi. Il crimine e il sangue sono certamente gli ingredienti necessari di questo genere di storie e dunque non è sorprendente che il genocidio più importante del XX secolo trattenga l’attenzione di coloro che cercano uno scenario dove collocare il loro intrigo criminale. Inoltre, ed è il secondo motivo, il giallo contemporaneo, sia esso ad enigma o più sociale, non si colloca più in luoghi e tempi indeterminati, come all’epoca di Agatha Christie, ma si vuole in contatto con le realtà più dure. Il genocidio ruandese doveva dunque attirare l’attenzione, prima o poi, di un autore di romanzi polizieschi, perché al di là di uno sfondo insanguinato, esso permette di cogliere le follie e le derive omicide di una società in crisi.

Al principio, l’inchiesta giudiziaria del Bianco

Due dei grandi romanzi che descrivono il periodo dell’amministrazione coloniale belga posseggono, in parte, una trama poliziesca, senza tuttavia appartenere al genere interamente poiché l’indagine non è, in entrambi i casi, il principale motore narrativo, ma piuttosto un filo conduttore che serve da pretesto a un’analisi della realtà ruandese in un caso, e a una descrizione di un paese in via di trasformazione nell’altro. L’homme qui demanda du feu, di Ivan Reisdorff1, propone a questo riguardo un titolo emblematico, poiché rimanda certamente alla cultura ruandese, di cui vuole soprattutto dare nello stesso tempo una descrizione e una testimonianza, ma riprendendo un procedimento tipico del romanzo poliziesco: la designazione, fin dal titolo,di uno dei protagonisti fondamentali, qui la vittima del delitto. Il romanzo riprende la struttura classica dell’enigma criminale risolto da un membro ufficiale della giustizia o della polizia. Il racconto è costruito “à rebours”,poiché la scena della scoperta del delitto apre il racconto e mette di primo acchito in scena la vittima, l’investigatore che avanza una prima ipotesi interpretativa e il giurista che fornisce i primi indizi. Il narratore lo afferma esplicitamente: “l’assassinio di Minani era in sé un caso banale, un delitto abietto di cui la vittima era un Tutsi senza vacche e l’autore un qualunque Kiga, bandito di foresta…” (pag 77)

Ma questa inchiesta non è che un pretesto per proporre un affresco di un Ruanda in trasformazione. L’autore e il narratore (che si confondano o no, poco importa) ci ingannano molto poco. C’è un delitto, seguito da un’inchiesta che si concluderà, dopo molteplici investigazioni ed interrogatori, con l’arresto di un sospetto e la sua condanna; ma questo intrigo poliziesco non occupa che una parte minore del libro, dando solamente al narratore l’occasione di interrogarsi sulla natura della sua missione, sul futuro di una colonizzazione sempre più contestata.

Accade lo stesso per il romanzo di Omer Marchal Afrique,Afrique!2, che mette ugualmente in scena un amministratore territoriale, la cui inchiesta su un giovane meticcio ucciso accidentalmente porta ad evocare un Ruanda coloniale in cui i residenti belgi recano con sé la civilizzazione, in empatia con gli abitanti di un paese che hanno preso ad amare. Quest’amore è tanto più facile per il narratore, che non cessa di paragonare le colline ruandesi alle vallate delle Ardenne della sua infanzia, e che procede per assimilazione dell’uno all’altro, valutando “semplicemente” come il Ruanda abbia un ritardo da recuperare in rapporto alla civiltà occidentale. Di nuovo, l’intrigo criminale è ridotto alla sua più semplice espressione, poiché esso inizia solo dopo centosessanta pagine e si risolve in maniera molto rapida. Ma se gli eventi di cui si parla vengono districati in fretta, di fatto essi si inseriscono nelle rivalità tra clan, che risalgono a più di quattro generazioni indietro e sono intrecciate, al tempo stesso, con pratiche magiche e regolamenti di conti politici per la conquista del potere. Quindi, l’inchiesta e gli interrogatori del processo, che occupano solo alcune decine di pagine su più di cinquecento, sono l’occasione per rifare la storia e la genealogia dei differenti clan che occupano le colline e delle rivalità che li oppongono.

Ciò che è significativo è la convergenza delle due scelte narrative, al di là delle loro rispettive collocazioni sul piano ideologico. Entrambi gli autori hanno scelto la forma più classica del romanzo ad enigma, fondata su un’inchiesta lineare condotta da un rappresentante ufficiale dotato di poteri di giustizia e polizia. Ciò è reso possibile attraverso le attribuzioni di quegli agenti territoriali, che cumulavano responsabilità sia amministrative che giudiziarie sul territorio di cui si prendevano carico. E ciò rende manifesto anche il fatto che, se la vittima è ogni volta un giovane nero, la giustizia invece è bianca, e resa secondo i principi e le regole del paese colonizzatore, anche se i due investigatori sono sensibili ai valori delle tradizioni e ai costumi locali che tentano di rispettare. Questo tipo di trama poliziesca è anche la meno impegnativa quanto agli obblighi generici che impone. La soluzione dell’enigma non è la preoccupazione centrale dell’investigatore, e nemmeno del lettore, essa dà solo un filo conduttore al racconto, che può scostarsene tranquillamente per sviluppare gli aspetti più autobiografici o politici che affiorano ad ogni pagina. Sia per Reisdorff che per Marchal l’inchiesta si conclude alla fine positivamente, poiché entrambi amano l’Africa, ci si sono immersi, sono divenuti vicini alle tribù locali. Ma ciò dipende anche dal cliché dell’inchiesta poliziesca. Il detective chiaroveggente è colui che può condividere, come il commissario Maigret, la vita dei sospetti, che procede per empatia ed immersione. E la verità che scopre la trova tanto in se stesso quanto all’esterno. Dell’inchiesta criminale come rivelatrice delle profondità dell’anima, e qui delle simbiosi tra lo spirito coloniale fondato sulla fusione con un paese amato e la tradizione africana che si rivela a chi accetta di comprenderla senza disprezzarla. Ciò non è dato a tutti,come mostra l’esempio seguente.


SAS:Un razzista ben informato

Il romanzo ad enigma è un genere che appartiene al tempo di pace. Un delitto ha certo avuto luogo, ma non traumatizza molto quelli che ne sono stati testimoni. Questa cornice idilliaca tramonterà con il genocidio del 1994, e il racconto-enigma non può più servire da modello narrativo, perché è troppo raffinato, riservato ai piccoli delitti tra gente perbene. Quando l’assassinio diviene la regola ordinaria, quando il crimine non è più l’affare isolato di un piccolo malvivente, ma affare di Stato su larga scala, bisogna scegliere la via del romanzo “noir”più duro o del romanzo di spionaggio, a seconda se si voglia mettere in scena una violenza fuori norma o smontare le poste in gioco politiche, nazionali ed internazionali, del genocidio.

Bisogna dapprima constatare che, se il Ruanda serve da sfondo ad alcuni gialli, questi sono in numero ristretto e parecchi di essi sono pubblicati da piccole case editrici che danno voce a resoconti del genocidio, più o meno autobiografici, più o meno romanzati3. Non c’è quindi l’ondata ruandese nel mondo del giallo, anche se gli autori e le collezioni più popolari hanno tutti proposto un”episodio”ruandese negli anni che seguirono il genocidio. E’ il caso di Fleuve noir con Jean-Paul Nozières, di SAS e del Poulpe.

Gérard de Villiers conduce il suo eroe SAS in tutte le regioni del mondo in cui hanno luogo colpi di stato, guerre, rivoluzioni e altri massacri, per tentare di difendere gli interessi dei suoi datori di lavoro, senza guardare troppo per il sottile quanto ai mezzi utilizzati. Non si può interpretare il suo sguardo sul Ruanda se non tenendo conto degli stereotipi sui quali sono costruiti tutti i suoi romanzi, poiché la visione del mondo dell’autore riposa su una serie di cliché, mai ridiscussi. Quando pubblica SAS Enquête sur un génocide, de Villiers utilizza sempre gli stessi procedimenti: eccellente documentazione sulla topografia del territorio chiamato in causa, preoccupandosi di mescolare realismo ed esotismo, buona padronanza dei dati politici e strategici attinti da una ricca documentazione; inserimento di quegli elementi reali in un canovaccio stereotipato che coinvolge i servizi segreti americani per i quali SAS esegue delle operazioni clandestine.

Se i luoghi sono fedelmente rappresentati, lo sono certo da un punto di vista di un europeo privilegiato, che frequenta solo gli hotel di lusso e i dancing dei quartieri altolocati. Non c’è alcuno sguardo diretto sulla realtà quotidiana dei ruandesi, sulla vita dei villaggi o la difficoltà di coabitazione tra Hutu e Tutsi dopo il genocidio. Allo stesso modo, le donne nere sono tutte delle donnacce, a malapena umane (“Lui non si sentiva capace di fare la corte ad una ruandese. Era quasi della zoofilia”4 e tutti gli africani non pensano altro che al sesso (“Ma la gente non pensa che a quello! Non c’è niente da fare, e le ragazze hanno il fuoco dentro! In Africa, si è molto liberi”, pag 109). Inoltre, gli Africani sono tutti infedeli, sfaticati e furbi. Quanto ai Ruandesi, ci sono “milioni di poveri diavoli che grattano la terra come formiche ed ignorano che il Medio evo è finito”(pagg. 27-28). Ma questi cliché xenofobi ed avvilenti sono attribuiti anche agli asiatici, agli arabi o ai sudamericani, quando l’azione si svolge in quei paesi, e non sono altro che il segno esplicito del razzismo della serie, che rappresenta la razza bianca come superiore alle altre, la sola capace di salvare il resto dei subumani.

Ma al di là di questi cliché razzisti de Villiers prende chiaramente posizione sul conflitto ruandese, che sembra conoscere nei minimi particolari. Egli riassume così in meno di una pagina la storia del Ruanda dall’inizio del secolo, e presenta anche i principali episodi del genocidio nelle prime pagine del libro, mettendo in causa l’operazione “Turquoise” condotta dal governo francese. La posizione è chiara: de Villiers si colloca a fianco del FRR di Kagame, denunciando la posizione francese complice del potere in carica, ma esentando i militari francesi dalle loro responsabilità, poiché essi sono stati “intrappolati” dai loro responsabili politici. Ciò permette di preservare l’onore dei militari fustigando i politici, il che corrisponde alla linea militarista e populista dell’autore e spiega in parte la ragione per la quale lo scenario del complotto non coinvolge i servizi segreti francesi ma quelli americani. L’autore è provocatore, ma senza una temerarietà eccessiva in rapporto ad un pubblico di lettori essenzialmente francesi e sensibili ai valori militari. Sul piano narrativo, è anche il mezzo per introdurre SAS nell’avventura.

L’azione si svolge nel 2000, poiché il titolo evoca un’inchiesta, e non il periodo del genocidio, nel momento in cui opera il tribunale di Arusha, che l’autore presenta come una farsa allestita dall’ONU per scaricarsi della propria responsabilità per non essere intervenuto all’inizio del genocidio. Il presidente Kagame è presentato come “uno dei rari dirigenti neri integri, coraggiosi e patriottici”(pag 250), che però è stato manipolato affinché credesse che il presidente Habyarimana avrebbe ucciso i Tutsi. E’ dunque lui che avrebbe commissionato l’operazione a un amico americano, vicino alla CIA, per evitare il genocidio. E l’attentato sarebbe stato commesso con due missili presi agli ugandesi. De Villiers riesce quindi, a cancellare rapidamente le responsabilità francesi in questa storia, dal momento che l’esercito non ha fatto altro che obbedire alle decisioni di politici incompetenti, poiché in seguito la Francia sembra assente da ciò che è accaduto. E il potere in carica è legittimato dalle sue motivazioni. Ha creduto di far bene eliminando un estremista e non ha misurato le conseguenze del suo gesto. Infine, gli americani e gli organismi internazionali hanno tutti fallito, per viltà o per non compromettere i propri interessi.


Dei Francesi non molto puliti

La posizione del “Poulpe”, investigatore privato di tutt’altro genere, è molto diversa. Bisogna dire che se SAS si colloca abbastanza vicino ad una destra estrema, nazionalista, ostile alla politica, sensibile all’onore nazionale, ai valori guerrieri e al discorso maschilista, il personaggio creato da Jean-Bernard Pouy si situa esattamente all’altro capo, rivendicando un anarchismo di sinistra, antimilitarista, contro l’ordine costituito, in crisi di identità nazionale, personale, sessuale…Per questo nel romanzo di Catherine Fradier (poiché “Le Poulpe” ha questa particolarità, di essere scritto ogni volta da un autore differente, ma nel rispetto di un ‘capitolato’ abbastanza ristretto, tra l’altro sul piano ideologico), le interpretazioni del genocidio saranno molto diverse.

Una scena del genocidio, d’altronde, fa da incipit al romanzo, proprio dopo una citazione di Teneste Bagosora messa in evidenza perchè il contesto sia il più esplicito possibile. Se la storia si svolge a Parigi, nel salone da parrucchiera di Cheryl, l’amante del Poulpe, il dramma ruandese è al cuore dell’intrigo. E se un ruandese si fa uccidere fin dalle prime pagine, suo fratello attraversa per contro tutto il resto del racconto, di modo che Bianchi e Neri sono qui trattati allo stesso modo nella ricerca della verità. All’inizio, d’altronde, la francese rifiuta di implicarsi in “un affare di Stato”, poiché ella rivendica il suo disimpegno politico e militante. E’ solo quando il suo negozio sarà saccheggiato che si sentirà obbligata a farsi coinvolgere in un caso che è più grande di lei. Da quel momento, come nel romanzo di de Villiers, un protagonista riassume la situazione storica, ma qui è un ruandese che se ne fa carico,mettendo in causa la responsabilità dei colonizzatori nell’inasprimento del conflitto etnico. La colonizzazione belga appare chiaramente come la causa delle tensioni etniche, ma nemmeno i militari francesi sono risparmiati, poiché si sono resi responsabili dell’attentato contro il presidente Habyarimana, coperti dalla cellula africana dell’Eliseo e da “Papamadi”, “soprannome che gli Africani danno al figlio del vostro ex-Presidente”5. Quanto all’operazione “Turquoise”, “è stata soprattutto uno scudo per salvare tutti gli assassini e ha permesso loro di praticare la politica della terra bruciata”(pag 59). Il seguito del racconto mette in scena alcuni militanti d’estrema destra, strumentalizzati dai servizi segreti francesi,che tentano di recuperare delle foto attestanti la partecipazione militare francese al genocidio, con l’accordo del governo questa volta, a differenza delle posizioni prese da de Villiers. L’alleanza dei democratici ruandesi e francesi, simbolizzata dalla scena d’amore tra la parrucchiera francese e il resistente ruandese, per altro affetto da AIDS (il melodramma è sempre dietro l’angolo), permette di rivelare quelle collusioni abiette, per concludere su un finale pacifista che perora la causa di una rinascita del Ruanda.

Jean-Claude Patrigeon coinvolge le reti spionistiche francesi nell’assassinio di Habyarimana e nel genocidio, denunciando nello stesso tempo la visione totalitaria del presidente assassinato. Kaplan, giornalista e avventuriero, è chiaro nelle sue affermazioni quando paragona questo regime “al nazismo, al nazismo tropicale con le inevitabili e sempiterne milizie, truppe d’élite e un’inverosimile propaganda razzista. Il succo velenoso dell’odio razziale correva nelle vene e nei cervelli infiammati. Una vera paranoia omicida si era impadronita di quel regime corrotto”6.

Il regime hutu esercita un potere sanguinario, controllato da militari francesi, che partecipano anche alle torture. L’accusa è chiara, e rimanda alle reti Foccart (il quale appariva anche, ma senza essere esplicitamente nominato, nell’indagine di SAS) e alla politica coloniale della Francia, che agisce sempre di nascosto per difendere i suoi interessi nell’Africa francofona. L’intrigo poliziesco, più vicino al romanzo d’avventura e di spionaggio, abbastanza convenzionale, lascia così il posto, talvolta, ad una storia del Rwanda e della “FrançAfrique”, mostrando come, da de Gaulle fino a Mitterand, i dirigenti politici francesi abbiano sempre sostenuto dei regimi corrotti ed autoritari, ivi compresi gli aiuti militari più o meno occulti, per difendere gli interessi economici e geo-strategici della Francia nella regione.

Questi tre romanzi, che appartengono più all’avventura e allo spionaggio che all’indagine criminale, hanno un tratto in comune. Sono sempre degli occidentali che ne sono i protagonisti principali e se i mandanti e gli esecutori dell’assassinio di Habyarimana sono ora francesi, ora americani, è chiaro che il punto di vista è quasi esclusivamente “bianco”. Gli attori ruandesi non appaiono che sullo sfondo, come se il loro territorio servisse solo da scenario a giochi di interesse delle grandi potenze e a rivalità tra superpotenze rappresentate dai loro servizi segreti e da qualche gruppo d’azione occulto. Il genocidio stesso passa quasi in secondo piano, dato che gli attori africani del conflitto sembrano solo delle pedine su uno scacchiere più vasto. Nessun ruandese gioca un ruolo di primo piano, non può veramente sviluppare le sue posizioni o le sue convinzioni, come se questi romanzi per lettori “bianchi” non potessero proporre che degli attori bianchi nei ruoli di primo piano. È dunque altrove, tra gli autori d’origine africana, che bisogna trovare uno sguardo “nero”su questo conflitto.


Uno sguardo nero sul genocidio

Tierno Monébembo opera un doppio spostamento: il suo narratore non è un investigatore bianco; egli è un ruandese e si trova in prigione. Il giovane Faustin, figlio dell’idiota del villaggio, racconta una storia piena di rumore e di furore, che noi scopriamo per frammenti in un racconto che risale “à rebours” fino ai giorni del genocidio, che chiudono il romanzo. Non si sa all’inizio perché egli sia prigioniero, quale delitto abbia commesso, se sia vittima o colpevole, se sia un capro espiatorio, un partecipante al genocidio, una vittima delle circostanze. Il fatto accade dopo il genocidio, di cui non sembra avere dei ricordi precisi al punto di inventare la scena dell’assassinio dei suoi genitori per le televisioni straniere. Apprendiamo a poco a poco che Faustin si è ritrovato in prigione,non per aver partecipato al genocidio, ma per un crimine di natura privata e passionale. Ha ucciso l’amante di sua sorella a colpi di pistola quando li ha trovati a letto insieme. Dopo tre anni di prigione, è condotto davanti ad un tribunale che esaspera con i suoi modi e che lo condanna a morte. “Non è perché c’è stato il genocidio che i Ruandesi hanno perduto ogni morale”7, dichiara il suo avvocato. E per non aver potuto giudicare gli sterminatori, è dunque una vittima del genocidio che farà le spese di una giustizia desiderosa di restaurare uno Stato di diritto. Questa caricatura di processo non arriva a considerare il terrore di un bambino, che si è trovato nel cuore della tragedia, perché suo padre, hutu, si è rifiutato di sfuggire agli assassini, preferendo restare accanto alla moglie di origine tutsi e ai loro bambini. E’ per miracolo che il giovane Faustin è sopravvissuto, nascondendo ogni ricordo della scena criminale nel più profondo della memoria, preferendo vivere come un animale, poiché non ha più alcun luogo dove ritrovarsi a casa propria.

Il racconto, a questo punto, non rientra nel campo del genere poliziesco, anche se ci sono un delitto, un’indagine e un processo. Ma il criminale non è responsabile, poiché la morte è divenuta, suo malgrado, il suo solo punto di riferimento ed egli è passato attraverso delle fasi di malattia e di delirio. Il romanzo termina con queste parole: “Non sei un uomo come gli altri. Sei nato, per così dire, due volte: la prima volta, hai succhiato il latte di tua madre e la seconda volta il sangue… Dio mio, tre sopravvissuti e sette giorni dopo i massacri! Un po’ di vita resta, anche quando è passato il diavolo!” (pag 126, ed. it.) L’indagine stessa è quasi inesistente, con la storia del crimine ripercorsa solo attraverso flashback, e il processo non spiega niente delle ragioni profonde del delitto.

E tuttavia, siamo doppiamente in un romanzo nero. In primo luogo, perché si dà finalmente la parola ai ruandesi attraverso la figura del personaggio centrale, Faustin, e ciò che riporta di suo padre, che è considerato l’idiota del villaggio ma enuncia sempre delle verità semplici e piene di umanità. E’ il solo a rifiutare la violenza, a rigettare le divisioni etniche, a credere nella bontà dell’uomo, ma morrà a causa della sua innocenza. Alcuni bianchi presenti sono giornalisti e cameramen, come quello che viene a rubare delle immagini come un “grosso cane di merda”, che bazzicano “i siti del genocidio,” perché i morti “sono grandi star, anche quando gli resta soltanto il teschio” (pag 79, ed. it.). Oppure rappresentanti delle Ong e delle congregazioni religiose che o si fanno uccidere nel genocidio, quando si immedesimano troppo nella loro missione, o fuggono dal paese, per disperazione o per paura. La sola a voler aiutare il giovane Faustin è un’assistente sociale ruandese, che è nata in Uganda e quindi è sfuggita, in parte, alle tensioni etniche e che può avere uno sguardo a volte esterno e compassionevole. Ma ciò non basta per far uscire l’adolescente dal suo trauma psichico.

E’ anche un romanzo nero nel senso generico del termine, vale a dire che esso non si inscrive più nella tradizione d’indagine poliziesca, ma che privilegia situazioni di crisi in una volontà di denuncia sociale, come avviene negli Stati Uniti a partire da Dashiell Hammett o Raymond Chandler. Ci guarderemo bene dal fare troppo rapidamente di ogni erba un fascio, tanto più che il poliziesco noir mette in scena dei protagonisti immersi in un ambiente criminale, con una parte non trascurabile dedicata all’azione e una cornice di denuncia sociale e politica (che varia dall’estrema destra all’estrema sinistra). In questo caso, l’ambiente di piccola delinquenza in cui si ritrova il narratore è solo una delle conseguenze del genocidio e l’aspetto della denuncia appare in filigrana, attraverso la dimensione tragica di un eroe dominato da forze che non controlla, ma che non riesce nemmeno ad afferrare per mezzo di una critica socio-politica. Sta al lettore interpretare, porsi in faccia all’orrore assoluto che viene progressivamente evocato, attraverso un susseguirsi di pennellate.

Ma la forza di questo romanzo è proprio il non cadere nella denuncia, nella critica politica, il rifiutare le scorciatoie del giallo, il sensazionalismo dell’azione o delle emozioni, per obbligare ad una lettura più interiore. In ciò, è il solo romanzo che parli veramente del genocidio, che tocchi il lettore nel profondo, perché evita i cliché, le scene di guerra e di avventura per seguire una tragedia umana, mettendo al centro del suo intento l’impossibile travaglio del lutto e il dovere della memoria, il che era il suo obiettivo.

 

Marc Lits è professore al dipartimento della Comunicazione dell’Università cattolica di Lovanio, dove dirige l'Osservatorio del racconto mediatico (ORM). Si interessa all’analisi dei media e alle produzioni culturali di massa. Ha pubblicato Pour lire le roman policier (De Boeck;1994), Le roman policier : introduction à la thèorie et l’analyse d’un genre littéraire (CEFAL,1999); L’énigme criminelle (Didier Hatier,1993), Le fait divers (Puf, Que sais-je?, 1999), La novellisation. Du livre au film (Leuven University press,2004).

 

1 I. Reisdorff, L’homme qui demanda du feu, Bruxelles, P de Méyère,1978. I riferimenti rinviano all’edizione Labor coll. “Espace Nord”, n°104, 1995. | retour |

2 O. Marchal, Afrique,Afrique!, Paris, Fayard, 1983. | retour |

3 Ringraziamo Pierre Halen la cui bibliografia ci ha permesso di ritrovare alcuni di quei libri polizieschi. Ma molti sono introvabili in libreria, o esauriti. E’ il caso di Guy P. Pascal Mille collines. La Saga gore du Rwanda, Paris,ed du Moine Bourru,2000; di Jean-Paul Nozières, Billi Joe, Fleuve Noir, coll. “Crime”, 1997 (ripubblicato nel 2004 presso Thierry Magnier edizioni, Paris); di Elmore Leonard, Pagan babies New York, Delacorte Press, 2000 (trad. it. “Che razza di coppia!”, Marco Tropea Editore, 2001). Lo stesso autore ha pubblicato anche Dieu reconnaitra les siens, Paris, Rivages, coll.Thriller, 2003 la cui azione inizia in Rwanda, poco dopo il genocidio, ma senza che l’intrigo abbia a vedere con il conflitto. | retour |

4 G. de Villiers, SAS Enquete sur un génocide, Paris, Malko productions, n°1401, 2000, p56 (trad. it. “SAS: Genocidio!”, Mondadori, Segretissimo n°1455, 2002). | retour |

5 C. Fradier, Un poison nommé Rwanda, Paris , Baleine coll. Le Poulpe, n°110, 1998, p 58. | retour |

6 J Cl. Patrigeon, L’ombre de Némesis,Vallauris, Atout Edition ,2003 p 10. | retour |

7 T. Monénembo, L’ainé des orphelins, Paris,ed du Seuil, 2000,p 134 (trad.it. “Il grande orfano”, Feltrinelli, 2003). | retour |

 


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