Elfriede
Müller: Quando
hai cominciato a scrivere e perché?
Frédéric Fajardie: Ho cominciato a scrivere il mio
primo racconto intorno al ’65; da sempre adoravo scrivere,
ho sempre tenuto un diario segreto. Da bambino mi sentivo un po’ smarrito
perché avevo tre sorelle, con loro i rapporti si sono aggiustati
più in là, ma quando ero piccolo non ci parlavo molto.
E’ per questo che mi sono rifugiato nel sogno. Per sogno intendo
il mondo dell’immaginario, che in me era molto sviluppato perché mi
avevano raccontato molte favole, e così ero abituato a scrivere
ed ero sempre il primo della classe in francese; era l’unica
cosa che sapessi fare. Queste due cose, lo stile e l’immaginario,
preparano bene ad essere scrittore. All’epoca, però,
vivevo questa cosa nelle angosce dell’adolescenza.
E. M.: La
rivoluzione mancata del ’68 è stata la
ragione per cui hai deciso di scrivere romanzi noir?
F. F.: No, non
direttamente. Io ho sempre scritto, prima avevo scritto altri romanzi
che non erano noir. Ero un grande lettore,
leggevo
soprattutto gli americani, Goodis e Chandler, McCoy. Non mi veniva
in mente di scrivere un noir, ma comunque i miei libri venivano sempre
rifiutati e criticati. Il mio stile piaceva, era visto come innovatore
per l’epoca... mi dicevano, “lei parla dei disoccupati
in un modo che...”, e, “in questo punto lei è passato
dal registro della tristezza a quello della gioia in maniera troppo
brusca”. Io spiegavo loro che questo era fatto di proposito,
per me i bruschi cambiamenti di tono sono molto importanti. Si può amare
qualcuno e ridere in un cimitero. Il romanzo noir, l’ho capito
subito, era un genere non codificato. Sui giornali francesi non veniva
recensito dai critici letterari, non c’erano rubriche specializzate,
era la libertà più totale. E non me ne rendevo conto,
perché prima di me c’era stato solo Manchette, ma Manchette
aveva una posizione di disprezzo verso il ’68 e la sinistra.
Non c’era un grande accordo con Manchette. E poi c’era
Vautrin, ma lui era un po’ un social-democratico. Io sono stato
il primo, insomma; il primo ad essere implicato nel maggio del ’68,
che veniva da organizzazioni di sinistra. Sono stato il primo ad
essere pubblicato con questa doppia etichetta, maggio ’68 e
sinistra. Cinque anni dopo ce n’erano altri.
E
nelle prime recensioni ai miei romanzi c’erano osservazioni come “l’irruzione
del maggio ‘68”. Io non me ne sono reso conto, mi sono
sempre molto divertito, ad esempio con Tueurs de flics.
Sono state messe le basi del genere per i successivi venticinque
anni. Io ho
contribuito e altri sono venuti dopo. Si è fatto un lavoro
di creazione, un po’ di codifica, senza rendersene conto. Il
giallo, che era molto reazionario, molto di estrema destra, è cambiato
con Manchette, con Vautrin, con me; è stato capovolto ideologicamente.
Ora è quasi troppo. Voglio dire, sono tutti contro Le Pen,
ma non credo che basti essere contro di lui.
E. M.: Che
cos’hai fatto nel maggio del ’68?
F. F.: Ero disorganizzato.
Ero già un po’ maoista,
nei Comités Vietnam de base (Comitati di base per il Vietnam),
ma dal 3 maggio ho fatto tutto con dei compagni, non si parlava di
organizzazione. Uscivamo ogni sera e ci scontravamo sempre di più con
i poliziotti. C’era anche un comitato d’azione, attaccavamo
dei manifesti, distribuivamo volantini, parlavamo con le persone
delle nostre idee eccetera. Però fisicamente, ogni sera, affrontare
i poliziotti per noi era come una droga. Pensavamo che finché ci
fossero stati tumulti tutte le sere, non avrebbero osato riprendere
la Sorbona, il teatro dell’Odéon, tutti gli edifici
occupati. Ci dicevamo, sono dei violenti, quando decideranno di sgomberarci
dalla Sorbona sarà un massacro. Ad animarci era l’idea
che si dovesse mantenere il rapporto di forza. E il problema era
che a volte non eravamo più di 400 o 500 a batterci per le
strade di Parigi. E spesso erano quasi solo dei giovani operai, per
cui tra quelli che conoscevo uno o due erano studenti, ma la maggior
parte erano giovani operai. Comunque il ’68 è durato
perché c’era un rapporto di forza la notte, c’era
un clima di insurrezione; è per questo che a Parigi è durata,
e non era una faccenda di sinistrorsi né di intellettuali,
erano giovani operai, che venivano persino chiamati canaglie. Un
ministro diceva che eravamo come dei topi.
E. M.: Secondo
te che cosa resta oggi del maggio ’68?
F. F.: Me e poi
degli individui, uomini e donne, e poi un mito. Sfortunatamente
il maggio ’68 è stato stravolto nel
suo significato dai mercanti, dai traditori, da tutti quei tizi che
sono passati nei social-democratici, che hanno fatto una carriera
nel giornalismo o altrove. Siamo molto pochi ad aver conservato lo
spirito dell’epoca in letteratura. Ma ce n’è molti
di più tra gli insegnanti, coloro che lavorano nel sociale,
quel tipo di persone che non sono alla ribalta. Le élites
non sono rappresentative di questa vera corrente che è anche
un po’ l’estrema sinistra e quelli che hanno cercato
di cambiare il mondo. Queste persone sono molto più presenti
nella società francese che nei media. E’ una cosa che
si paga cara, perché spesso ti trovi a trasmettere un’immagine
molto negativa di loro stessi a quelli che hanno tradito; il fatto è che
finisci per mostrare a quella gente che un’alternativa c’era,
che si poteva anche non collaborare con il sistema. Puoi essere uno
scrittore, avere dei lettori, essere conosciuto e conservare le tue
idee. In qualche modo ti ritrovi a pagare per essere stato bene.
E. M.: La scrittura per te rappresenta una pratica politica o piuttosto
una tregua dalla pratica?
F. F.: E’ un misto. All’inizio c’era sicuramente
il desiderio di continuare un lavoro militante. Tueurs de
flics è già un
libro antifascista, ad un certo punto c’è una scena
molto dura con i fascisti. All’epoca Le Pen prendeva lo 0,2%,
ma io avevo sempre questo pensiero fisso. Padovani è un poliziotto
un po’ di estrema sinistra, che vuole far esplodere il sistema
dall’interno. Insomma, c’era una parte militante nella
mia azione, e insieme un autentico piacere di scrivere. E’ un
po’ la storia della mia vita. Il mio problema è di raggiungere
un buon equilibrio tra i libri, che si scrivono sempre in solitudine,
e la vita vera, cioè la famiglia, gli amici, le persone, l’azione
politica militante, i laboratori di scrittura, gli incontri. Bisogna
trovare un equilibrio. C’è stato un periodo nella mia
vita, quindici anni fa, in cui restavo troppo nel mio studio, non
uscivo abbastanza. Lì stavo esagerando.
E. M.: Che
ruolo hanno gli anni ’80 nei tuoi romanzi e nella
società francese?
F. F.: Sono stati
degli anni di merda. Gli anni ’80 sono stati
peggio dei ’90. Degli anni senza speranza. Sono stati solo
gli anni del profitto, del successo individuale, del tutti contro
tutti. E’ questo il capitalismo, è questo che Mitterrand
aveva ripreso. Non è stato solo un tradimento, è stato
compiuto anche un lavoro ideologico profondo per cercare di murare
la gente nella sua solitudine. E’ stato anche un inganno capitalista
per guadagnare. Jack Lang ha sviluppato una cultura della rappresentazione
che però non aveva nulla alla base, nei quartieri. E’ anche
sotto la sinistra che si è sviluppato il malessere nelle periferie;
e non è stato fatto niente in proposito.
E. M.: Vedi
una relazione tra gli anni ’80 e il ’68?
F. F.: Gli anni ’80 sono esattamente il contrario del ’68.
E’ stata un’offensiva che ci ha presi di sorpresa. Non
eravamo raggruppati, tutte le organizzazioni militanti erano in crisi
dalla fine degli anni ’70. La televisione, la pubblicità,
il cinema, il giornalismo... E’ stata quasi la negazione di
quello che è successo nel ’68. Se prendi una rete televisiva
come TF1 o France 2, ci trovi una negazione dei grandi movimenti
popolari, e credo proprio che sia una cosa voluta. Vogliono cancellare
la memoria popolare.
E. M.: Che ruolo ha davvero la storia nella tua letteratura? Che
tipo di avvenimenti tratti, e cosa determina le tue scelte?
F. F.: Preferisco
il ventesimo secolo al ventunesimo. La grande divisione dal 1939
al 1945 è solo una parentesi. Tutto quello
che è successo prima porta a quel conflitto, e tutto quello
che è venuto dopo è una presa di posizione rispetto
a quel conflitto. L’ascesa dei fascismi, dell’antisemitismo,
dello stalinismo, la guerra di Spagna eccetera. E’ una partita
a tre. Il fascismo, lo stalinismo e le democrazie sono come un triangolo
amoroso. E dopo le persone non hanno il tempo di prendere posizione
rispetto ad esso, e di liberarsi dai postumi. Tra il 1970 e il 1972
credevo sinceramente che il fascismo fosse finito. Lo credevo davvero.
Non avevamo capito che ad ogni generazione tocca ricominciare da
capo. Il mio è stato un errore. Il punto focale del secolo è la
lotta a tre. Quando Le Pen ottiene il 20% dei voti in Francia, non
si può dire che la seconda guerra mondiale appartiene al passato.
Per tutta la vita mi sono detto che sui fatti di Vichy non abbiamo
fatto il nostro dovere. I tizi come Papon, come Bousquet, tutti i
collaborazionisti. Non è stato fatto il lavoro proprio della
storia. E’ stata soprattutto la borghesia a collaborare. I
lavoratori, dal canto loro, sono stati deportati in Germania per
i lavori forzati, oppure sono entrati nella resistenza. E’ stato
il movimento operaio a fornire la forza viva della resistenza a questo
paese. Si può cercare di soffocare la verità, nella
storia come nella letteratura, ma presto o tardi torna a galla. E
lo fa con molta più violenza. Se queste cose fossero state
dette e scritte negli anni ’50, non ci sarebbe stata questa
offensiva così violenta su Vichy. Le cose sarebbero state
spiegate. Non ci si sarebbe tornati sopra, si sarebbe andati avanti.
Si comincia adesso a parlare di nuovo dell’Algeria. E l’Indocina,
non è triste anche quello che abbiamo fatto là? Non
si parla mai dei bombardamenti sulle città fatti dai francesi.
E. M.: Ti consideri uno storico?
F. F.:
E’ la
mia formazione: sono un romanziere che fa storia. Ad esempio in Un pont sur la Loire ci
sono i nazisti, ma non è poi
un aspetto così importante, ci sono delle persone che hanno
fatto la resistenza e se lo sono preso in quel posto; ci sono dei
senegalesi che hanno combattuto con la divisa francese per la seconda
volta consecutiva, e non è stato fatto niente per loro. Ho
scritto questo libro quando ho scoperto che la pensione di un reduce
senegalese ammontava al 20% di quella di un reduce francese. Eppure
sono morti come gli altri, anche di più, perché i nazisti
non li amavano per via dell’occupazione della Ruhr, e gliela
facevano pagare in tutti i modi. Il 20% della pensione di un tizio
che magari ha fatto la guerra dal suo ufficio, lavorando in amministrazione,
uno che magari non è mai stato al fronte. I senegalesi sono
stati mandati in tutte e due le guerre. Si trattava quindi di riparare
ad un’ingiustizia, e allo stesso tempo è sempre buona
cosa dire la verità. Non si perde niente nel dire la verità,
dopo tutto siamo dei rivoluzionari.
E. M.: Credi che la storia si possa scrivere nei romanzi?
F. F.:
I
romanzi possono contribuire. Vedi l’esempio di Victor
Hugo. Quando io parlo di un fatto storico da romanziere, mi piacerebbe
che dopo la gente andasse a consultare dei libri di storia. Io ho
parlato in un certo modo della guerra di Spagna. Sì, c’era
Hemingway, ma lui non ci ha capito niente. C’era Orwell. Io
avevo l’impressione che ci fossero molte cose da fare in Francia,
e per questo ho scritto Une charrette pleine d’étoiles.
Mi sembrava che si trattasse di un argomento trascurato.
E. M.: Esiste
un contesto tra le tematiche storiche che affronti nei tuoi testi
e il punto di riferimento del maggio ’68?
F. F.: Sì, io penso che il maggio ’68 condizioni le
mie scelte. Se sono stato nella Gauche Prolétarienne (Sinistra
Proletaria), è perché si trattava di un movimento estremamente
violento che cercava di perpetuare in qualche modo lo spirito del
maggio ’68. In molti hanno aderito a GP (Gauche Prolétarienne)
perché esercitava un fascino anche sui giovani operai, molto
più dei trotzkisti. Il linguaggio in La Cause du peuple era
particolare, dato il tono, data la violenza – non voglio farne
una difesa ideologica – queste due cose facevano sì che
GP avesse una certa attrattiva. Si prendeva la foto del Ministro
degli Interni, la si inquadrava in un mirino e si scriveva sopra: “Da
eliminare!”. I trotzkisti non hanno mai fatto cose del genere.
Ci si rivolgeva alle persone in rivolta. Quello che ha funzionato
per me, ha funzionato anche per altri. Era l’unico movimento
insurrezionale, violento. E’ venuto quasi subito dopo che ho
letto Mao e il resto. Era una faccenda del tutto mitica. Tra quello
e la realtà c’era un mondo. La rivoluzione permanente
succedeva – e questo d’altronde era anche un tema trotzkista.
Mao aveva detto che la lotta di classe doveva continuare dopo la
rivoluzione, e questa era una cosa che il Partito Comunista non diceva.
Era un movimento davvero internazionalista. La Cina finanziava tutte
le guerriglie del mondo. Per me c’era anche una dimensione
estetica, e cioè: avevo sempre l’impressione che qualsiasi
cosa vedessi dell’URSS fosse come un film in bianco e nero,
e avevo sempre l’impressione che le manifestazioni cinesi fossero
come un film a colori. Un cinema a schermo panoramico con le bandiere
rosse. E’ una visione falsa, perché c’era colore
dappertutto, ma era una faccenda generazionale.
E. M.: Pensi
che il maggio del ’68 sia come un filtro attraverso
il quale si possono vedere gli eventi del passato? Un filtro
che determina in qualche modo la visione?
F. F.: In una
certa misura sì, ma c’è anche
il mio background familiare da considerare. Non vengo da un periodo
e da un luogo qualunque; io sono nato in piena guerra d’Indocina.
Mio padre veniva dalla borghesia, mia madre dalla classe operaia,
entrambi erano antifascisti. Anch’io sono un meticcio sociale,
e questo è buono per uno scrittore, perché si possiedono
due punti di vista differenti.
E. M.: Che ruolo ha nei tuoi romanzi il soggetto in relazione al
collettivo?
F. F.: Mi sento
molto collettivo per tutto ciò che è politico,
ma a livello personale sono molto individualista. Non mi piace molto
andare alle feste, né accodarmi là dove tutti marciano
dietro lo stessa bandiera, semmai io vado dall’altra parte.
Sono un fottuto individualista in amore. Tendo ad avere un po’ paura
delle persone, ma politicamente sono sempre a favore del socialismo,
di tutto ciò che è collettivo, dei soviet.
E. M.: Nei tuoi romanzi compaiono sempre degli individui molto forti
e molto solitari, che non fanno necessariamente parte di un collettivo.
F. F.: Sì, si tende a scrivere romanzi a propria immagine.
Io penso che arriva un momento in cui le scelte vanno fatte in solitudine.
Guarda la deriva patetica degli intellettuali e degli operai dopo
il patto tedesco-sovietico. In Francia è stata una catastrofe,
erano antinazisti, antifascisti e dall’oggi al domani bisognava
farsi piacere Hitler, non bisognava sparare sui camerati della Wehrmacht.
E. M.: Consideri questi individui come dei portatori di idee, di
speranze e di cambiamenti, oppure sono solo i testimoni di un tempo
perduto?
F. F.: All’inizio attribuivo loro un valore d’esempio.
Volevo creare dei personaggi esemplari. Una cosa forse un po’ pedagogica.
Negli anni ’80 la forma dei miei romanzi è cambiata.
All’inizio non facevo ridere tanto. Ero forse un po’ schematico,
dicevo: guardate questo tipo, è così fottutamente bravo,
non c’è posto per lui in questa società cattiva, è chiaro
che morirà. Con la grande depressione degli anni ’80,
dall’81 all’87, non è possibile demoralizzare
le persone più di quanto già lo siano, per cui bisogna
trovare dei finali più ottimisti. E’ per questo che
da allora compare un barlume di speranza nei finali dei miei romanzi.
I personaggi sono anche dei simboli, delle persone un po’ esemplari,
che ci si augura possano essere dei modelli.
E. M.: Il
successo del Fronte Nazionale alle elezioni e nella società dall’83
ha fatto da soggetto per molti gialli. Pensi che questo tipo di letteratura
possa essere un mezzo per lottare contro l’avanzata del fascismo?
F. F.: Penso
che non si debba mai rischiare di annoiare. Noi siamo in primo
luogo degli scrittori, raccontiamo delle storie. Bisogna
affrontare la politica con più discrezione. Io cerco di creare
nei miei romanzi delle situazioni ricche di contraddizioni. E’ la
soluzione delle contraddizioni che può permettere alle persone
di evolvere. Non dico quasi mai che cosa bisognerebbe fare. Cerco
di mostrare delle situazioni complicate e dico: adesso sbrogliatevela
voi! Io credo molto al lavoro individuale, altrimenti si cade nello
schema stalinista in cui si spiega alle persone che cosa si deve
pensare; è un aspetto dogmatico presente in tutti i movimenti
di sinistra. Bisogna dare alle persone degli strumenti che li aiutino
a capire, a prendere una posizione propria. E’ l’aspetto
esemplare dei romanzi.
E. M.: Ti rivolgi ad un pubblico particolare?
F. F.: Vengo
letto da un pubblico sconcertante: uomini, donne, ricchi, poveri,
operai, professori universitari, borghesi, spazzini.
Non
mi ci raccapezzo più. Più vado avanti e più rimango
perplesso davanti alla complessità del mio pubblico. Per quanto
riguarda me, io vorrei scrivere per delle persone sensibili, fragili,
persone che siano intelligenti e non razziste.
E. M.: La forma letteraria che scegli ha un rapporto con il pubblico?
F. F.: Sì. Io non scrivo i miei noir come ho scritto Un
homme en harmonie, che è molto più letterario. Penso che
sia la storia a determinare lo stile. Certo, il mio stile è individuabile
in tutti i miei romanzi, ho sentito cento volte dire, “Fajardie
lo si riconosce subito”. Questo prova che ho un mio stile.
Ma a seconda del tipo di romanzo, io scelgo un genere o l’altro.
Les Foulards rouges è un francese puro, molto classico. Ma
ci sono moltissime cose che vengono dal noir americano, dalla mia
esperienza personale. E’ necessario che ci sia sempre la firma
personale dell’autore, è importante e inevitabile. Ma
bisogna anche avere la flessibilità di dire, voglio essere
letto da questo tipo di persone. E poi ci sono delle costanti. Ad
esempio, io odio che i miei lettori abbiano bisogno del vocabolario.
Ci sono degli scrittori che godono a usare parole difficilissime.
A me questo pare un errore. Quando la tua idea è chiara, esprimila
chiaramente.
E. M.: Manchette
diceva che il noir si rifà ad una forma
letteraria del XIX secolo. Pensi che sia un’osservazione
giusta?
F. F.: Perché il XIX? Puoi trovare lo stesso stile – quello
di Balzac, di Zola e di altri – anche negli anni ’30,
con Barbusse e compagnia. Io penso piuttosto ad una permanenza della
letteratura popolare dai tempi di Jules Vallès. Non credo
che ci sia stato un taglio netto, è una cosa che permane,
anche se non si scrive più come Jules Vallès. Ma è da
lì che veniamo. Si passa anche per Eugène Sue. E’ uno
stile che si è evoluto, ma che effettivamente viene dal XIX
secolo. Ancora nel XVIII secolo si potevano trovare degli autori
progressisti. Il punto è come viene usata la lingua. Nella
mia vita ho letto tre volte Mémoires d’outretombe di
Chateaubriand (trad. it: Memorie d’oltretomba, ed. Einaudi): è un
libro magnifico, ricco di sensibilità, è preromantico.
Eugène Sue, però, è stato più accessibile
per molte persone, e anche Zola. Anche se poi Zola, quando a volte
parla del popolo, è davvero al limite della caricatura biologista, è quasi
reazionario. E’ vero, tuttavia, che anche nel movimento operaio
dell’epoca si sono scritte un sacco di stupidaggini.
E. M.: Dagli
anni ’70 in poi si può dire che il romanzo
noir appartenga ad una cultura di sinistra?
F. F.: Mah, dipende.
Una cosa che ho imparato da allora è non
essere troppo dogmatico, perché all’epoca lo ero un
po’ troppo. Bisogna giudicare gli individui per quello che
fanno. Una cosa buona del noir è che le persone sono giudicate
per quello che fanno, mi pare. Quello che occorre evitare è di
scrivere dei manifesti propagandistici invece di romanzi; è una
cosa che fa torto al noir. Il dovere di un noir è di fare
della letteratura d’evasione. Se perdi di vista quell’aspetto
diventi noioso.
E’ meglio mostrare dei personaggi abietti e
delle persone umiliate, piuttosto che dire che Le Pen è una
testa di cazzo. Bisogna evitare di essere caricaturali. Ci siamo
battuti per vincere, ma allo stesso tempo abbiamo l’obbligo
di raccontare delle storie vere. Nel mio nuovo libro, Full
speed,
ci sono molte cose contro Sarkozy, ma c’è una storia
vera; Padovani segue tre inchieste allo stesso tempo e non ne vuole
lasciare neanche una. Intanto che parli della società, del
liberismo di oggi, puoi essere politico, scrivere con uno stile brillante
ed essere anche divertente. Se riesci a fare tutto questo, il risultato
sarà formidabile. Non bisogna scrivere dei libri cupi e assumere
un’aria seriosa mentre di dice, “il fascismo è pericoloso”,
non c’è bisogno di fare così. Bisogna vincere,
si agisce per piacere, per sedurre. Bisogna convincere attraverso
la forza del proprio talento, del proprio stile. Bisogna che i lettori
dicano, se questo tizio può scrivere così, allora le
sue idee non possono essere tanto sbagliate. Ecco tutto.