L’elogio della fuga. Andare via. Via da un pezzo di mondo
che non piace, che non offre niente che possa soddisfare uno spirito
irrequieto e irresoluto sul proprio futuro. Come quello di Enrico
Beyle. Ricercatore universitario di storia dell’arte, Enrico è approdato
in Messico grazie a una borsa di studio che un docente della sua
facoltà gli ha fatto avere per poterlo rimpiazzare con un
suo protetto. In realtà, dietro il pretesto di compiere ricerche
per scrivere un saggio, Enrico è in fuga. In fuga da se stesso,
dal peso di una famiglia importante che si è distrutta con
le proprie mani, fino alla rovina. Fluttua il ricordo di una madre
dedita alla cocaina, di un padre assente. Nel caos e nell’inquinamento
perenne di Città del Messico Enrico Beyle (sì, proprio
come Henri Beyle, come Stendhal) si è ricavato una nicchia
di vita, consulente, per così dire, di un mercante d’arte
dalle attività non sempre limpide. E fidanzato, per così dire,
di una giornalista con problemi di stupefacenti, che sta conducendo
un’indagine in cerca di scoop su una gang di narcotrafficanti,
diretta a quanto pare da un poliziotto. Blanca, la giornalista, è a
sua volta tormentata, tiene un diario in cui registra inquietudini,
paure, insoddisfazioni: lascia Enrico per una specie di teppista,
Jaime, insoddisfatta, certo, ma anche timorosa di coinvolgerlo, lui
che sembra così inadatto a tutto, così incapace di
guardare in faccia la vita, nei pericoli legati alla sua indagine.
E lo ha lasciato anche perché ha scoperto di essere sieropositiva… Piano
piano, queste vite tormentate, che affrontano ogni nuovo giorno chiedendosi
dove andare, e se andare, finiscono avviluppate in una trama noir
quasi sotterranea, che per gran parte del libro sembra muoversi sul
fondale, quasi a margine della storia, per poi emergere e trascinarli
nel gorgo, un gorgo fatto dei soliti stolidi criminali, gente avida
violenta e corrotta. Soldi pistole corruzione notte morte violenza;
non sveleremo certo l’esito e il destino dei nostri protagonisti,
ai quali ci affezioniamo quasi senza accorgercene, perché non
sono eroi, ma creature in cerca di un altrove. Un altrove che chissà dov’è,
un altrove che forse non esiste. Un altrove dove la speranza di un
amore è un breve momento, e la stanchezza del vivere è in
agguato.
Già apparso nel 1997 per un altro editore, Café Nopal (il nopal è un gigantesco cactus, con un suo ruolo nella storia…) è ambientato
nel Messico del 1988, e per questa riedizione è stato notevolmente
rivisto dal suo autore, Alfredo Colitto. Uno che, come dichiara nella
breve prefazione, rimasto folgorato da una frase di Bruce Chatwin
nel celebre In Patagonia : “Anch’io, come tutti gli scansafatiche,
volevo fare lo scrittore.” E cosa sono gli scrittori, se non
eterni cercatori di altrove, per se stessi prima ancora che per i
tanti lettori a disagio con il “qui” dove si trovano
a vivere?
Già, sarebbe facile la tentazione, partendo dalle poche note
biografiche dell’autore, che ha viaggiato per il mondo, vivendo
e lavorando anche in Messico, di cercare risvolti autobiografici,
se non nel plot, quanto meno nella psicologia del protagonista. Ma
io mi fermo qui, mi limito ad esprimere il mio apprezzamento per
questo piccolo, grande noir, romantico e scuro, che scorre prima
lento e poi più vorticoso, sotto il sole del Messico. Un Messico
che, come ci ha insegnato il grande Enzo Jannacci, ha nel cielo anche
tante nuvole.