Il giallo europeo nel mirino

n°3 Novembre-Dicembre-Gennaio 2005/06

 

 

>> Letture

Café Nopal

Alfredo Colitto

Alacrán 2005 206 pagine

Giovanni Zucca

 

L’elogio della fuga. Andare via. Via da un pezzo di mondo che non piace, che non offre niente che possa soddisfare uno spirito irrequieto e irresoluto sul proprio futuro. Come quello di Enrico Beyle. Ricercatore universitario di storia dell’arte, Enrico è approdato in Messico grazie a una borsa di studio che un docente della sua facoltà gli ha fatto avere per poterlo rimpiazzare con un suo protetto. In realtà, dietro il pretesto di compiere ricerche per scrivere un saggio, Enrico è in fuga. In fuga da se stesso, dal peso di una famiglia importante che si è distrutta con le proprie mani, fino alla rovina. Fluttua il ricordo di una madre dedita alla cocaina, di un padre assente. Nel caos e nell’inquinamento perenne di Città del Messico Enrico Beyle (sì, proprio come Henri Beyle, come Stendhal) si è ricavato una nicchia di vita, consulente, per così dire, di un mercante d’arte dalle attività non sempre limpide. E fidanzato, per così dire, di una giornalista con problemi di stupefacenti, che sta conducendo un’indagine in cerca di scoop su una gang di narcotrafficanti, diretta a quanto pare da un poliziotto. Blanca, la giornalista, è a sua volta tormentata, tiene un diario in cui registra inquietudini, paure, insoddisfazioni: lascia Enrico per una specie di teppista, Jaime, insoddisfatta, certo, ma anche timorosa di coinvolgerlo, lui che sembra così inadatto a tutto, così incapace di guardare in faccia la vita, nei pericoli legati alla sua indagine. E lo ha lasciato anche perché ha scoperto di essere sieropositiva… Piano piano, queste vite tormentate, che affrontano ogni nuovo giorno chiedendosi dove andare, e se andare, finiscono avviluppate in una trama noir quasi sotterranea, che per gran parte del libro sembra muoversi sul fondale, quasi a margine della storia, per poi emergere e trascinarli nel gorgo, un gorgo fatto dei soliti stolidi criminali, gente avida violenta e corrotta. Soldi pistole corruzione notte morte violenza; non sveleremo certo l’esito e il destino dei nostri protagonisti, ai quali ci affezioniamo quasi senza accorgercene, perché non sono eroi, ma creature in cerca di un altrove. Un altrove che chissà dov’è, un altrove che forse non esiste. Un altrove dove la speranza di un amore è un breve momento, e la stanchezza del vivere è in agguato.

Già apparso nel 1997 per un altro editore, Café Nopal (il nopal è un gigantesco cactus, con un suo ruolo nella storia…) è ambientato nel Messico del 1988, e per questa riedizione è stato notevolmente rivisto dal suo autore, Alfredo Colitto. Uno che, come dichiara nella breve prefazione, rimasto folgorato da una frase di Bruce Chatwin nel celebre In Patagonia : “Anch’io, come tutti gli scansafatiche, volevo fare lo scrittore.” E cosa sono gli scrittori, se non eterni cercatori di altrove, per se stessi prima ancora che per i tanti lettori a disagio con il “qui” dove si trovano a vivere?

Già, sarebbe facile la tentazione, partendo dalle poche note biografiche dell’autore, che ha viaggiato per il mondo, vivendo e lavorando anche in Messico, di cercare risvolti autobiografici, se non nel plot, quanto meno nella psicologia del protagonista. Ma io mi fermo qui, mi limito ad esprimere il mio apprezzamento per questo piccolo, grande noir, romantico e scuro, che scorre prima lento e poi più vorticoso, sotto il sole del Messico. Un Messico che, come ci ha insegnato il grande Enzo Jannacci, ha nel cielo anche tante nuvole.

 


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