Uscito per la
prima volta nel 1984, Las calles de nuestros padres è stato
recentemente ripubblicato da La Factoria de Ideas. Il suo ritorno è una
buona notizia per tutti gli amanti del noir e della letteratura in
genere, per almeno due motivi. In primo luogo perché permette
al pubblico di accedere facilmente a un’opera fondamentale
del genere poliziesco spagnolo, che finora era possibile trovare
solo in librerie dell’usato o nei magazzini delle biblioteche.
In secondo luogo, perché il suo ritorno sugli scaffali delle
novità editoriali (dove si accompagna all’ultima opera
di Ledesma, Cinco mujeres y media) rappresenta un omaggio a un autore
perseguitato dalla sfortuna, che non ha mai ottenuto quel riconoscimento
pubblico che la sua traiettoria letteraria e personale meriterebbe.
Etichettato come “rosso” e “pornografico” dalla
burocrazia culturale franchista, Francisco González Ledesma
ha sofferto le proibizioni della censura durante la dittatura, vedendo
limitata la sua capacità creativa alla scrittura di romanzi
da edicola sotto lo pseudonimo di Silver Kane. Con l’arrivo
della democrazia e la normalizzazione del processo di distribuzione
e ricezione editoriale, questo autore di Barcellona ha potuto finalmente
sviluppare senza freni le sue inquietudini letterarie, dando luogo
a una delle più riuscite saghe di romanzo noir della letteratura
nazionale.
Il ritrovamento
del cadavere di una donna sotto il letto, nella stanza di una pensione
economica, da parte di un personaggio al quale sembra
sempre andare tutto storto, è il punto di partenza dell’opera.
Quello che inizialmente sembrava un delitto passionale o un regolamento
di conti, si precisa, man mano che avanza la narrazione, come un
omicidio con implicazioni politiche ed economiche di alto livello.
Attraverso tre indagini (delle quali una condotta dall’ispettore
Méndez, che compariva nel romanzo precedente dell’autore,
Expediente Barcelona, e che si convertirà nel protagonista
abituale dei romanzi successivi), i cui risultati si presentano al
lettore quasi in parallelo, incrociandosi nella trama del romanzo
e completandosi a vicenda, Ledesma mette allo scoperto il fatto che
le cloache sociali sono, più spesso di quanto si penserebbe,
in rapporto con i potenti.
Lo sfondo sul quale l’autore proietta l’affresco di corruzione
e crimine rappresentato da Las calles de nuestros padres, è una
Barcellona molto diversa dalla città europea, moderna e alla
moda che si vede nei cataloghi turistici. La Barcellona descritta
da Ledesma è una città aspra, sordida, “castigata”,
per usare le parole di Paco Ignacio Taibo II, “dalle cacche
di mosca e dai cessi dove il lezzo di orina soffoca chi entra”.
Su questo paesaggio di puttane, informatori e mercenari che cercano
di sopravvivere con tutti i mezzi, si impone la figura dell’ispettore
Méndez, il quale, avendo già visto quasi tutto, è un
personaggio disincantato, che non crede più a nulla e gira
per le strade più miserabili con le tasche piene di libri.
Creato in piena
transizione democratica, Méndez rappresenta,
con il suo scetticismo, la frustrazione di tutta una generazione
davanti alle trasformazioni sociali, politiche ed economiche prodottesi
dopo il 1975 e davanti alla constatazione del fallimento di tutto
l’idealismo utopistico che circondava i primi mesi del cambiamento
politico. Di fronte alla interpretazione storica effettuata dalle
fonti del potere, che imposero l’oblio come l’unico modo
di superare il passato e propagarono fino alla sazietà il
successo del modello riformista, Francisco González Ledesma
e altri scrittori, come Manuel Vázquez Montalbán e
Juan Madrid, hanno articolato, attraverso i loro romanzi neri, un
discorso controculturale opposto al messaggio ufficiale, diffidando
del successo apparente della transizione, perché, come dice
uno dei personaggi di questo romanzo, nonostante tutti i cambiamenti “al
popolo si nasconde sempre la verità”.