>> Festival
Diciotto
anni, e come dei bambini…
La
Semana Negra di Gijón
Di Sébastien
Rutés
Traduzione:Giuseppina La Ciura

Madrid,8
Luglio: Paco Ignacio Taibo saltella nel mezzo
della grande hall da una gamba all’altra. I suoi baffi in disordine fremono
d’impazienza. Lancia uno sguardo inquieto verso il ristorante
da dove arrivano, asciugandosi le labbra, gli ultimi ritardatari della
colazione poi, con un gesto teatrale, mette in movimento il centinaio
di scrittori, giornalisti e invitati di ogni sorta che gli si affollano
attorno con le loro valigie. Una salva di applausi entusiastici - che
viene dopo un minuto di silenzio per le vittime degli attentati di
Londra del giorno prima, e di tutte le altre guerre nel mondo - estrae
dal torpore i clienti dell’hotel seduti davanti ai loro caffè,
che si interrogano: “Che setta inquietante è mai questa?” Forse
vorrebbero chiedere, come il giorno prima quei viaggiatori curiosi
all’aeroporto dove Taibo è solito attendere i suoi invitati,
se si tratti di un congresso di magia nera, o di un festival folcloristico
africano. Ma il Messicano è già lontano: come ogni anno,
ha appena dichiarato aperta la Semana Negra di Gijon, e in fila indiana,
come in una colonia estiva, tutti i partecipanti si precipitano gioiosamente
dietro la sua figura, che attraversa veloce l’agitazione
mattutina della stazione Chamartin, fino al binario.
“Treno
Giallo”- Gijon-“ annuncia in lettere bianche il tabellone
affisso in cima alle scale: tre vagoni che scalpitano per l’eccitazione.
Sul binario, dove tutti si affollano in un caos di valigie,
viene distribuito il primo esemplare di A Quemarropa, il giornale
ufficiale della Semana
Negra. Più di un migliaio di copie vendute ogni giorno.
Una lettura che renderà più corte le otto ore
del viaggio fino al porto delle Asturie. “18 anni… e
come dei bambini” annuncia
la prima pagina. Già diciotto anni. Taibo II appare
improvvisamente accanto a me : “ Finalmente la maggiore
età. Nessuno ci
potrà più rompere le scatole!” mi dice
in un soffio, con una strizzatina d’occhio, e scompare
di nuovo. Inafferrabile. Infaticabile. Già all’altro
capo del binario, urla :” In
carrozza, in carrozza, i fumatori dietro, i non-fumatori davanti” e,
come ogni volta che comanda il “Capo-Taibo” (è scritto
sul cartoncino giallo attaccato alla giacca in jeans), tutti
eseguono. Dieci minuti più tardi, il treno attraversa
la sciatta periferia di Madrid, e in seguito, la campagna oppressa
dal sole
di Castiglia.
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Leonardo
Padura, Peter Berling
et Carolin Hougan (© Zeki)
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All’interno,
la vita sociale si organizza molto velocemente. Quelli che si conoscono
dagli anni precedenti si raggruppano attorno
ai tavoli, nel vagone-ristorante, si appoggiano al bar o
si riuniscono in un corridoio, ostacolando il passaggio degli altri
e l’incessante
via-vai di Paco Taibo, che circola indaffarato tra i gruppi
e passando, afferra dai tavoli delle Pepsi che non gli appartengono,
Pepsi che
svuota con una lunga sorsata sotto lo sguardo sconcertato
dei proprietari, prima di proseguire nel suo cammino. Nessuno rimane
seduto nel Treno
Giallo ad eccezione, all’inizio, di qualche coppia
timida, che osserva l’agitazione, l’andirivieni
ed ascolta in modo discreto le conversazioni chiassose e
le effusioni. In un angolo, insensibile
al chiasso, lo scrittore argentino Raúl Argemí,
il cui romanzo Le gros, Le Français et la
souris sta
per essere pubblicato in Francia, ha tirato fuori un thermos
d’acqua
calda e prepara il mate. Lo berrà da solo, quest’anno,
il suo compare Rolo Diez non è arrivato a Madrid:
all’aeroporto
di Città del Messico, al momento di salire sull’aereo,
si è accorto che il suo passaporto non era più valido… Dopo
la stazione di Valladolid, cominciano le tavole rotonde.
I passeggeri, che stavano a stento in tre vagoni, si ammucchiano
in uno solo: gli
autori si mettono al tavolo, i fotografi si arrampicano
sul bar, e i giornalisti si siedono per terra, alcuni bambini
corrono tra tutti
e Taibo, da maestro di cerimonia, si siede su un tavolo.
Il gigantesco Peter Berling, attore in L’ultima
tentazione di Cristo, Aguirre e Fitzcarraldo e
recentemente in Gangs of New York ,
camicia rossa, cappello di paglia bianco e voluminoso medaglione
d’argento attorno al
collo, occupa il centro. Ad uno per uno,ogni scrittore menziona
il suo lavoro attuale. Berling,autore della serie dei “Figli
del Graal”, fa comprendere in una sorta di gergo cosmopolita,
che vorrebbe essere spagnolo, che il suo prossimo romanzo
avrà per
tema la setta degli Assassini. Lui che ha recitato nel Il
nome della rosa sembra copiare il linguaggio del
monaco Salvatore… I
giornalisti sgranano gli occhi, indispettiti, senza comprendere.
Taibo ne approfitta per sottolineare l’affinità sempre
più grande
tra il romanzo poliziesco e il romanzo storico, la cui
fusione gli sembra alla lunga inevitabile. Leonardo Padura
evoca
il suo ultimo
romanzo La neblina del ayer che segna
il ritorno di Mario Conde. Seguono l’italiano Marco Vichi,i messicani
Eduardo Monteverde e Enrique Serna,l’inglese Mark Mills,
i cubani Lorenzo Lunar e sua moglie, Rebecca Murga, gli americani
Jim e Carolyn Hougan, che
scrivono a quattro mani sotto lo pseudonimo di John Case… In
seguito, tocca a degli autori di fantascienza. Poi a un gruppo
di giovani poetesse. Bisogna organizzare una rotazione, non
ci sono abbastanza
poltrone per tutti nel vagone affollato. Ben presto, è l’ora
della pausa pranzo. Un picnic al suono delle gaitas, le
cornamuse delle Asturie. Una siesta, e poi il treno finalmente
arriva
a Gijon.
Fanfara.
Doccia. Accoglienza ufficiale, discorsi, vino di Rioja e pasticcini.
Sono degli invitati impazienti, con dei
Borsalino
neri
distribuiti
dagli organizzatori, invitati che si strattonano un po’, la sera
stessa, per vedere Taibo tagliare il nastro all’entrata del recinto,
sotto gli auspici di due immense statue colorate: appoggiata ad una
pila gigantesca di libri,una pin-up da film noir degli Anni 50, di
cui alcune mogli di scrittori commentano stupefatte che le si vedono
le mutandine, e un Nettuno trionfale a cui i bambini, negli anni precedenti,
hanno trafitto i testicoli con archi e frecce che hanno acquistato
nelle boutique del preteso artigianato Sioux, gestite da degli ecuadoriani,
qualche metro più lontano. In altri anni, è capitato
che Taibo facesse il suo ingresso su un elefante, o accompagnato da
acrobati, o anche di sostituire il nastro nero con un gigantesco boa
bianco. La messa in scena e l’eccesso fanno parte del gioco.
Quelli che si attendevano un festival letterario tradizionale sono
avvisati. Si ha l’impressione di penetrare in un’altra
città, irreale, dedicata alla cultura e al divertimento popolare.
Un mélange che non ha successo altrove. Da ogni bar, ogni boutique
di souvenir, ogni ristorante, fuoriesce una musica assordante: dove
si può parlare di letteratura, in mezzo a questo caos? Ritratti
di Humphrey Bogart o di Harry Houdini ornano i muri. Statue ai bordi
dei viali, come a Disneyland, ma qui rappresentano Jack lo Squartatore,
Fu Manchu e Sherlock Holmes. Una Disneyland all’incontrario.
A poco a poco, mentre un piccolo gruppo di autorità si dirige
verso la nuova trovata di Taibo, un tapis roulant lungo dieci metri
sul quale circolano libri dai prezzi irrisori che i passanti devono
afferrare al passaggio, gli invitati si disperdono attraverso i viali,
stupiti di vedere ogni anno il festival estendersi un po’ di
più, guadagnare terreno, annettere prati, stagni, boschetti.
Penetrare nella città. Alla Semana Negra di Gijon, quest’anno,
ci sono più esposizioni e tendoni del programma ufficiale, cinquantanove
bar sistemati sotto le tende, più di trenta ristoranti, quarantuno
librerie, un luna-park con la sua grande ruota e innumerevoli boutique
di artigianato e souvenir, il tutto su una superficie di 90.000 metri
quadri. Una città nella città…
Gijon,
12 Luglio. Coincidenza, proprio oggi che si apre
la parte del festival dedicata al romanzo noir questa mattina è apparso
nella baia uno squalo di parecchi metri, mettendo in subbuglio
la città.
La polizia ha impedito a Raúl Argemí di
fare il suo bagno mattutino. A colazione, il cubano
Justo Vasco suggerisce
che si trattava
di proteggere lo squalo… Nei giorni
precedenti, il romanzo poliziesco è stato introdotto
a piccole dosi in un programma dedicato in gran parte
alla fantascienza, al fantasy, al romanzo storico e
al fumetto. Due giovani autori, l’americana
Rebecca Pawels e lo spagnolo José Angel Manas
hanno aperto le danze. In seguito, Francisco Gonzalez
Ledesma è venuto a presentare
il suo ultimo romanzo Cinco mujeres
y media. Il precedente Tiempos
de venganza quest’anno è finalista
del premio Hammett, due anni dopo la vittoria ottenuta
dallo stesso autore per El
pecado o algo parecido. Con la sua
voce serena e i modi discreti, lo scrittore catalano
riesce sempre tanto commovente, evitando di parlare
di sé e riportando continuamente la conversazione
su Barcellona, la città che più di tutte
le donne che popolano gli ultimi romanzi dell’ispettore
Ricardo Mendéz è la protagonista
immutabile dei suoi romanzi. D’altronde, Ledesma
ha svelato che il titolo dell’autobiografia che
sta scrivendo è La
Historia de mis calles. A quasi ottant’anni, è con
immutata nostalgia che evoca ostinatamente quella città “che è esistita
e continua sentimentalmente ad esistere”, prima
di stringere una per una le mani dei suoi lettori venuti
per farsi fare la dedica…..
Oggi,
la giornata comincia con la seconda parte della tavola rotonda
degli autori del Giallo latinoamericano,
il cui
titolo “Perché siamo
costretti a riunirci in Europa?” è stato ben presto abbandonato
dopo che un cinico - senza dubbio Goran Tocilovac - ha insinuato che
l’unica ragione era economica: non si potrebbe trovare in America
Latina un festival capace di riunire, come oggi, Luis Sepúlveda,
Leonardo Padura, Rolo Diez (che ha finalmente rinnovato il suo passaporto…),
Rafael Ramírez Heredia il cui romanzo La
Mara è finalista
dell’Hammett, Paco Ignacio Taibo II, Justo Vasco, Rolando Hinojosa
e molti altri! Per la tavola rotonda, gli autori sono riuniti in cerchio,
e il pubblico attorno a loro! Dal bar, una giovane cameriera va e viene,
carica di Pepsi, birre e qualche whisky. Il microfono passa di mano
in mano. Le conversazioni si incrociano, si ha difficoltà a
seguirne il filo, o piuttosto i fili. Taibo tenta di mettere ordine,
si accaparra la parola, accumula aneddoti… Finalmente, ci si
accorda per tentare di definire le specificità del romanzo poliziesco
latino-americano: ciascuno dà la sua definizione, propria della
sua nazionalità e della sua esperienza.
L’indomani, A
Quemarropa si sarebbe azzardato in una sintesi dei propositi di ciascuno:“Ciò che
differenzia il romanzo poliziesco latinoamericano, è che è molto
più politicizzato di quello europeo. Non lo si può separare
dalla denuncia del potere politico, del traffico di droga, della guerra
sporca, sempre più sporca con i suoi poliziotti corrotti e i
suoi militari assassini, al di là dei cliché dello sbirro
buono e di quello cattivo. In questo contesto, lo scrittore latinoamericano
diviene l’occhio critico della società, preoccupato del
suo soggetto ma anche del suo stile. Restio al best-seller, il romanzo
latino-americano si costruisce secondo una logica distinta. Perché ciò che
lo differenzia veramente, sono le pretese sperimentali, non solamente
a livello del linguaggio, ma anche per quanto riguarda le sue storie
al limite, quelle storie che rasentano il fantastico e la parodia,
toccando anche il Surrealismo. Probabilmente, perché ciò che
qui sembra esotico è laggiù puramente e semplicemente
la realtà quotidiana.” Una sorta di auto-celebrazione
con la quale non tutti erano d’accordo…
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Contro
la povertà (© Rutés)
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Mentre
la tavola rotonda termina con una foto di gruppo a favore di
un’associazione
che lotta contro la povertà, sotto un
tranquillo tendone, Sanchez Abulí, sceneggiatore
tra l’altro
del fumetto Torpedo, presenta
la sua ultima opera Assassini
anonimi. Un fumetto concepito in
parallelo con una pièce
teatrale, inaugurata il giorno stesso della
sua pubblicazione. Abulí riassume
l’aneddoto, ridendo “La storia
parte dal principio che noi tutti abbiamo in
noi un
assassino, e che alcuni ne hanno
anche
due”.
Più tardi,
il cubano Justo Vasco avrebbe presentato gli ultimi romanzi dei
suoi compatrioti Leonardo Padura e Lorenzo Lunar Cordedo.
Il primo spiegherà che è il
lavoro di adattamento cinematografico della
serie delle Quattro
Stagioni che l’ha condotto
a tornare verso Mario Conde, in La
Nieblina del ayer, dopo
essersi dedicato a dei romanzi storici. Uno
dedicato al poeta cubano José Maria
Heredia (La novela de mi vida)
e l’altro
a Ernest Hemingway. ”Per risolvere
i miei problemi con lui” confesserà.
Da parte sua, Lorenzo Lunar insisterà sull’importanza
comune dei cabaret e della musica nel romanzo
di Padura e nel suo Polvo
en el viento. Ma quest’ultimo è una
critica impietosa di una società cubana
in piena decadenza, incancrenita dalla droga,
dalla prostituzione e dalla corruzione e
che frantuma le speranze
dei suoi figli, in questo caso un fratello
e una sorella abbandonati dalla madre, un’ambiziosa
funzionaria. Un romanzo poetico e violento
che rivela un amore
appassionato
per Cuba…
Gijon,
13 luglio. Una giornata in cui si è parlato molto delle
molteplici forme della delinquenza in Messico, senza esaurire l’argomento.
Tocca per primo a Rafael Ramírez Heredia, venuto a parlare del
suo ultimo romanzo La
Mara, presentato dalla cubana Karla
Suárez. La Mara sono quelle bande di giovani delinquenti
la cui sola ragione d’essere è l’appartenenza a
una società parallela fortemente gerarchizzata e codificata.
Essa conterebbe in Messico quasi cinquantamila membri, che imparano
ad uccidere a partire dall’età di sette anni e hanno per
consuetudine quella di tatuarsi una lacrima blu sotto l’occhio
per ciascuna delle loro vittime. Alla frontiera con il Guatemala, “la
frontiera fra due povertà” secondo Heredia, la Mara vive
delle speranze degli immigrati e di prostituzione. Il romanzo ha richiesto
lunghe e rischiose ricerche, ma Heredia preferisce insistere sulla “scommessa
letteraria del linguaggio”: le Mare utilizzano un vocabolario
di un centinaio di parole, ma l’autore ha voluto ispirarvisi
per creare una lingua non realistica ma semmai poetica. Interrogato
sull’avvenire della Mara, il romanziere si mostra pessimista “non
c’è niente da fare, sono i figli diabolici del neoliberismo”.
E conclude “D’altronde, la Mara avanza, e sta raggiungendo
l’Europa…”
Un’ora più tardi, Ramírez Heredia entra di nuovo
in scena, accompagnato dai suoi compatrioti Elmer Mendoza, il cui romanzo Efecto
Tequila è finalista dell’Hammett, e Eduardo Monteverde,
che viene presentato da Fritz Glockner. Monteverde, medico e cronista,
presenterà l’indomani Le
peor del Horror,
una raccolta di aneddoti sanguinosi o aberranti, talvolta semplicemente
deprimenti, scritti con il bisturi, da cui si sprigiona il terribile
sentimento dell’assurdo orrore quotidiano nel quale i suoi due
mestieri gli hanno permesso di immergersi fino alla nausea. Appena
sceso dall’aereo, ho chiesto a Paco Ignacio Taibo II che cosa
bisognasse leggere quest’anno; senza esitare, mi ha risposto “Monteverde… è un
pazzo, ti piacerà.”. E mi ha raccontato, a riprova della
sua affermazione, di quel giorno in cui il giornalista gli ha confessato
di essersi innamorato e di voler sposare una donna che aveva appena
intervistato in prigione, e che aveva assassinato i suoi precedenti
mariti…..
Poi
si parla di traffico di droga, e Monteverde avvia così un
dibattito tutt’altro che facile: “Nel mio Paese, essere
un delinquente significa nel 75 per cento dei casi non essere punito… E’ quasi
un sinonimo di successo sociale”. Mendoza preferisce evocare
i corridos, quelle musiche popolari che esaltano la subcultura dei
narcotrafficanti, Heredia lo interrompe, respingendo la “folklorizzazione“ del
crimine, Monteverde approva,inizia la polemica… Degli echi giungono
fino al tendone sotto il quale, in un’atmosfera più distesa,
vengono presentate tre riviste dedicate al genere e che hanno successo
in Spagna: Hammett e Fantoches, rivista latino-americana diretta da
Lorenzo Lunar, che inaugurano davanti al pubblico il loro primo numero,
mentre La Gangsterera, la rivista dei lettori Novelpol, è al
suo terzo numero…
Gijon,
14 Luglio. Ogni volta che passo davanti alla libreria “Negra
y Criminal”, il libraio Paco Camarasa e sua moglie abbandonano
i loro clienti per cantarmi la Marsigliese. Va a finire che devo passare
di corsa. Per fortuna, il programma della giornata è pieno…
E’ dapprima
Raúl Argemí, finalista dell’Hammett
per Penúltimo
nombre de guerra,
già premiato
la vigilia con i premi dei
lettori Novelpol e Brigada
21, che presenta il suo ultimo
romanzo, Patagonia
Chu Chu. In conferenza
stampa, Taibo II, che ama i
paragoni strambi, gli ha dato
del “ Sam
Peckinpah dei rossi”.
Argemí ne ride ancora
sotto i baffi, mentre Taibo
ritorna alla carica “Lui
fa parte di quella generazione
che ha creduto di poter cambiare
il mondo, e che si è perduta
nel tentativo”. Un complimento,
malgrado le apparenze, e che
sembra questa volta fare centro.
L’Argentino, ritornato
serio, si accende un’altra
sigaretta. Patagonia
Chu Chu è più un
romanzo d’avventura che
un poliziesco, ma è anche
un noir dall’humour onnipresente: “Dopo
un romanzo così duro,
così sordido come “Penúltimo
nombre de guerra”,
avevo bisogno di scrivere un
romanzo più… luminoso”.
Ed è così che
un marinaio che si dice discendente
di Butch Cassidy prende ispirazione
dal diario del bandito per
assaltare,
accompagnato da un conducente
di metrò disoccupato,
un treno scalcinato che attraversa
la Patagonia. In questa udienza
a porte chiuse
imposta da una natura sconfinata,
i diversi viaggiatori imbarcati
in questa avventura permettono
ad Argemí di dare una
rappresentazione sfalsata,
nello stesso tempo pessimista
ed ironica, di una società argentina
che si coglie solo attraverso
lo specchio deformante di viaggiatori
naufragati in una Patagonia
surrealista, che ricorda quella
dei romanzi di Osvaldo Soriano...
Poco
prima, in quel pomeriggio, gli spagnoli José Angel Manas,
Fernando Marìas, José Carlos
Somoza, il cui romanzo La
dama numero trece sta
per essere pubblicato in
Francia, José Ovejero
e Manuel García Rubio
hanno tentato di definire
le differenze tra il romanzo
noir e il romanzo blanc (bianco,
cioè la letteratura
cosiddetta ‘mainstream’,
NdT), prova formidabile che
ha partorito solo un’antifrasi: “Il
romanzo bianco è l’antitesi
di ciò che non sappiamo
che sia il romanzo noir”.
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Paco
Ignacio Taibo 2 (© Rutés)
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E’ una giornata impegnativa. Difficile essere dappertutto. Il
giovedì, la Semana negra ricomincia a riempirsi. Il fine settimana,
con i suoi odori di churros e di sidro asturiano, è già nell’aria.
E, quando viene la presentazione del “Progetto Pepsi/Semana Negra”,
non si riesce semplicemente più a spostarsi né agli ingressi
del tendone centrale né sul palco. Ogni anno, la Semana Negra “concepisce
e pubblica un libro d’arte che è edito solo in mille esemplari.
Quest’anno, è un omaggio a Emilio Salgari al quale hanno
partecipato una trentina di scrittori e illustratori: Valerio Evangelisti,
Gianfranco Manfredi, Juan Bas, Angel de la Calle, Elia Barceló ed
altri, che tentano, alla meno peggio, di prendere posto sul piccolo
palco, mentre Taibo giustifica la sua scelta : “Noi vogliamo
fare della Semana Negra la capitale della letteratura d’azione,
e per ciò vorremmo integrare il romanzo d’avventura nel
nostro programma, ma ci occorrerebbero forse più giorni…” E’ un
invito discreto. “La Semana Negra è la sola settimana
che duri dieci giorni” hanno l’abitudine di ripetere ai
giornalisti gli organizzatori: loro ne vorrebbero quattro di più… Ma
Taibo non ha il tempo di insistere. E’ già ressa
per la distribuzione
e le dediche, che dureranno
quasi due ore,
in
un caos
indescrivibile.
Più indescrivibile ancora di quello che ha accompagnato un
po’ prima
la presentazione del romanzo
scritto a due mani da Taibo II e dal subcomandante Marcos, Muertos
Incómodos, nel corso della quale
il messicano si è giustificato
in questi termini per aver
accettato la proposta dello
zapatista: “E
se mi invitasse a cena
Marilyn Monroe, potrei
rifiutare?”
Più indescrivibile
ancora della veglia poetica
che vedrà un
po’ più tardi,
sotto un tendone che non
avrebbe potuto contenere
uno spettatore in più,
i poeti Angel González
e Luis García Montero,
accompagnati dal cantante
Joaquín
Sabina, recitare i loro
poemi davanti ad un pubblico
affascinato… Il
sabato precedente, il
recital delle giovani
poetesse
spagnole aveva fatto
il pienone.
Decisamente,
la Semana Negra non si
estende solo
di anno in anno nello
spazio e nel tempo: essa
fagocita
anche i generi.
Gijón,
15 Luglio. Nel piccolo treno che li conduce verso
la Semana Negra, gli autori approfittano della brezza. Andreu Martín
sbircia verso il mare, e
Marina Taibo mi confida che sono anni che il festival non ha conosciuto
un tale caldo. “Quell’anno un vecchio
signore ha avuto
una crisi cardiaca, è caduto nel laghetto e
vi rimasto fino alla
fine della Semana: i visitatori pensavano che si trattasse di una
scenografia…”.
Avanzando
attraverso la “Semana Negra” disertata, ci penso
un po’, mentre scopro delle statue che non avevo notato fino
ad allora… Davanti agli uffici dell’organizzazione, una
famiglia spagnola si sta facendo fotografare davanti al Diavolo che
sovrasta l’ingresso, mostrando con il dito il suo sesso gigantesco.
Io sono un po’ rassicurato….
Oggi
entrano in lizza molti autori
francesi.
Hervé Le
Corre viene
a presentare L’homme
aux lèvres
de saphir.
Il romanzo
non è tradotto
in castigliano
, ma si tratta
appunto di incoraggiare
gli editori spagnoli
ad interessarsene.
Un po’ prima,
Patrick Bard,
l’autore
di La
frontière aveva
preso parte
ad un omaggio
alle
centinaia di
donne assassinate
a Ciudad Juárez
una decina di
anni prima, in
compagnia di
Eduardo Monteverde
e del giornalista
messicano Humberto
Mussachio. E’ il
tema ricorrente
della Semana
Negra: due
anni prima,
Victor
Ronquillo,
autore di Las
muertas de Juárez era
venuto a perorarne
la causa, con
le lacrime
agli occhi
affinché l’Europa
si interessasse
alla tragedia
di quelle donne
assassinate nell’indifferenza
del governo
messicano.
Il pubblico,
commosso, accompagna
poi un mazzo
di
fiori attraverso
le strade della
Semana, mentre
i venditori
di
palloni, i
giocolieri,
le famiglie
sedute attorno
ai piatti
di polpo alla
galiziana
e gli adolescenti
che giocano
a freccette,
con
una bottiglietta
di birra in
mano, li guardano
passare
senza capire...
Ma il fatto saliente
della giornata è stato ovviamente la consegna
dei diversi premi letterari attribuiti dalla Semana Negra. Già al
mattino presto il ristorante dell’hotel Don Manuel, nel sottosuolo,
odorava di caffè e di tabacco. Una spessa nebbia di fumo fluttuava
nella luce dei proiettori installati dalle televisioni, che avevano
ammassato le loro telecamere in fondo alla sala. Nel caldo soffocante,
i tratti erano tesi, ma non per l’apprensione per le scelte delle
giurie: ci si corica raramente presto durante la Semana Negra e, alle
nove, la consegna dei premi è spesso una dura prova. E’ difficile
aprirsi un passaggio fino alle giurie, in mezzo ad un pubblico che
tiene sollevati dittafoni e taccuini. Sui tavoli, i resti della colazione
in mezzo ai quali i giornalisti si preparano a prendere appunti. La
prima giuria comincia a leggere un comunicato. I flash crepitano. Il
premio del concorso del racconto Semana Negra/Ateneo Obrero di Gijón è diviso
tra David Barriero Rodríguez e Lorenzo Lunar. Scoppiano risate:
il primo partecipa al laboratorio di scrittura che il secondo dirige
ogni anno durante la Semana Negra. Il cubano, premiato per la terza
volta, sorride gioviale dietro i suoi occhiali neri: il giorno prima,
ha fatto dediche del suo libro in un bar cubano, durante le pause del
gruppo di salsa, prima di intonare dei boleros fino all’alba,
con Joaquín Sabina. Ma già, la giuria è cambiata:
il premio Memorial Silverio Cañada per il migliore noir -opera
prima- in spagnolo è attribuito a Francisco Pérez Gandul,
per Celda
21,
un romanzo carcerario
dalle tre
trame narrative
opportunamente costruite
e portate
avanti, i cui i
pregi principali
sono la costruzione
di un gergo penitenziario
e la sottigliezza
della trama.
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Mateo
Sagasta, Eduardo Monteverde,
Raúl Argemí et
Lorenzo Lunar (© Zeki)
|
Eduardo
Monteverde vince il
premio Rodolfo Walsh
per il
miglior
lavoro
di non-fiction. In fondo
alla sala,
sua
figlia
ha le lacrime
agli occhi.
E’ un
premio
atteso
e meritato,
tanto Le
peor del
horror associa
ad un minuzioso
lavoro
di investigazione
uno stile
narrativo
sfalsato
che mira,
alternando
l’humour
a un realismo
dalla precisione
chirurgica,
a renderne
tutto l’orrore.
Il premio
Spartacus
tocca,
per la
sua prima
edizione,
a Alfonso
Mateo Sagasta,
autore
di Ladrones
de tinta.
Infine,
il premio
più importante,
l’Hammett, è attribuito
congiuntamente
a Raúl
Argemí per Penúltimo
nombre de
guerra e
a Rafael
Ramírez
Heredia
per La
Mara.
Il
primo sorride discreto,
in
fondo alla
sala. Appena
quattro
anni
fa, quando
la Semana
Negra l’aveva
invitato
per la
prima volta,
era uno
sconosciuto
che aveva
pubblicato
solo un
breve romanzo
in Argentina
e con difficoltà.
Pessimista
sulle sue
possibilità,
da allora
ne ha pubblicato
altri tre,
tutti premiati,
e sta per
essere
pubblicato
in Francia,
dalle edizioni
Rivages.
L’Hammett è per
lui una
consacrazione
attesa,
e un sollievo.
Quanto
a Ramírez
Heredia,
bisogna
andarlo
a cercare
nella sua
camera:
non si è ancora
svegliato...
Gijón,
16 luglio. Il sabato è un giorno particolare.
La notte che segue la consegna dei premi non è spesso la più calma
e il programma dell’indomani dovrà essere leggero. Lorenzo
Lunar ha festeggiato il suo premio nel bar cubano di cui è un
habitué, rum Varadero e sigari Romeo
y Julieta,
insieme con Rafael Ramírez Heredia, Fernando Martinez Lainez,
Angel González ed altri. Raúl Argemí, in compagnia
di Rolo Diez, è rimasto fino a tardi sulla terrazza del Don
Manuel, davanti ad un bicchiere di orujo. Quanto a Eduardo Monteverde,
suo malgrado, ha accompagnato i suoi compatrioti sotto il tendone del
ristorante messicano della Semana Negra per mangiare tacos e enchiladas,
ascoltando un mariachi sbraitare a squarciagola delle “rancheras” che
lui
detesta…
|
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Rafael
Ramírez Heredia, lauréat du Hammett (© Zeki)
|
E’ anche
un giorno di acquisti. Il supermercato dei libri è sempre
pieno: ci si liquidano a prezzi irrisori tutti i titoli delle
eccellenti
edizioni Júcar,
in
fallimento.
Paco
Camarasa,
il
libraio
di Negra
y
Criminal va
e viene
con dei
sacchi pieni.
Io compro
qualche titolo
che mi
manca, i
due volumi
di “La
sexta
isla” di
Daniel
Chavarría,
uno
Stuart
Kaminski
e
una
raccolta
di
racconti
di
Rubém
Fonseca,
prima
di
andare
ad
ascoltare
un’ultima
conferenza: Patrick
Bard, che
presenta El
cazador
de
sombras,
un romanzo
sul turismo
dell’orrore
nella
guerra
dei
Balcani.
Benché le
sue
storie
siano
sempre
più macabre,
la
sua
persona
sprigiona
una
bonomia
gioviale
a
cui
non è estraneo
il
suo
buffo
spagnolo.
Il
giorno
prima,
ha
cominciato
a
raccontarmi
il
suo
prossimo
romanzo,
sulla “bestia
del
Gévaudan”,
prima
che
sua
moglie
lo
interrompesse: “Smettila
di
raccontare
a
tutti
delle
storie
che
non
hai
ancora
scritto!” Eppure,
lui
sembrava
talmente
lieto
di
raccontarla,
quella
storia… Trascrivo
una
frase
che
mi
piace “La
parola-chiave
dei
miei
romanzi è la
parola
usa
e
getta,
io
non
parlo
che
di
vite
usa
e
getta” e
vado a
fare un
ultimo giro
per le
strade sovraffollate
di quel
sabato sera…
Gruppi
di adolescenti
che giocano
a spintonarsi
ridendo, famiglie
i cui
passeggini rallentano
il passo,
giovani coppie
allacciate che
non si
interessano alle
bancarelle dei
librai. Incrocio
Paco Ignacio
Taibo, un
foglio di
carta e
una matita
in mano,
l’aria raggiante. Afferra
la bottiglietta della Pepsi e la vuota d’un fiato, prima di mostrarmi
il foglio, coperto di zampe di gallina, “54.323 libri – mi
annuncia con fierezza - abbiamo venduto 54.323 libri!” Lo guardo
allontanarsi tra la folla. L’ultima parola sarà per
lui…
