Il giallo europeo nel mirino
n°3 Novembre-Dicembre-Gennaio 2005/06

 

 

Abbasso la storia, viva la pubblicità!
ovvero La lobotomia popolare
Settembre 2005

Etienne Borgers, critico e sceneggiatore
Trad.: Giovanni Zucca

L’avvenire degli eroi è nella memoria dei popoli.
Se questa frase lapidaria racchiude il fermento della giusta celebrità, le manca il suo indispensabile corollario: l’avvenire di un popolo è anche nella sua memoria.
I poteri di ogni sorta lo sanno fin troppo bene, e l’occultamento dei fatti del passato è moneta corrente per i politici che vogliono controllare il popolo senza essere infastiditi dalla luce crudele gettata dal passato recente, che spesso fa da guastafeste.
Il passato è lobotomizzato, senza permesso di soggiorno o travestito da clown, a seconda degli umori di quelli che dirigono i loro concittadini. Con l’eccezione del passato ufficiale, per il quale viene ripetuta sempre la stessa solfa e che viene costantemente esibito con i suoi simboli e il suo cerimoniale, questo passato inscatolato che occupa la scena e impedisce che le frange scomode del passato reale ostacolino le manovre di travestimento del quotidiano e delle sue verità minacciose.

Rassicuratevi, quando parlo di politici, non mi riferisco solo agli apparatchik e agli altri arrivisti che si fanno eleggere « per vie legali » promettendo alle masse di risolvere falsi problemi. È l’intera classe di coloro che reggono lo Stato che è presa di mira.
Si potrebbe affermare, d’altro canto, che una amministrazione è tanto più pervertita, menzognera e corrotta quanto più nega gli eventi del passato, sia che li occulti o che li ignori. E non lasciamoci trarre in inganno, l’occultamento e l’ignoranza programmati sono più pericolosi della negazione: essi soffocano qualunque dibattito, con grande sollievo degli strangolatori ufficiali della verità.
L’occultamento della memoria di un popolo è generalmente proporzionale al grado di volontà di negazione della democrazia da parte dei detentori del potere, ufficiale o parallelo... In democrazia, e altrove. Nei governi e nelle elite loro complici, in tutti i corpi costituiti, dall’esercito alla polizia, passando per le Chiese e i tecnocrati di ogni genere... e presso gli amici di questi poteri. È una gara a chi dimenticherà di più, il più presto possibile.

Il 21° secolo occidentale si è dimostrato maestro nel condizionamento sociale, mascherando con frenesia l’appartenenza del cittadino a una classe o a una cricca. Tutti consumatori! gestiti grazie all’alibi democratico. Tutti sottomessi alle leggi di mercato, leggi i cui gran sacerdoti difendono con ferocia l’accesso alla loro casta e ai privilegi che comporta. Ad ogni costo. Prezzo che, sia esso umano o pecuniario, è pagato, come è giusto che sia, dagli altri. Mentre la casta è fortemente aiutata dall’oblio ufficiale imposto, dalla sepoltura della memoria dei fatti essenziali, recenti o remoti.
I poteri non vogliono giustificare la loro esistenza. Né i loro abusi. Né le loro manovre sottobanco, antidemocratiche. Ancora meno coloro che li esercitano.
L’oblio organizzato è l’essenza della loro irresponsabilità, irresponsabilità che vogliono totale e senza appello. Nel presente e di fronte all’avvenire. La verità appartiene solo al vincitore...

Abbasso la Storia, viva la Pubblicità!



Dai monti di Sarzana

Ettore Maggi - per maggiori informazioni -

Un quartiere del ponente genovese,
ore 10,25 del 2 febbraio 1980


Oggi sono solo nella panchina, la nostra solita panchina. Oggi fa freddo, e Gino e Baldo non avevano voglia di uscire. Ho comprato il giornale e mi sono seduto, ma il mio vecchio cappotto non basta a fermare il vento.
Mi alzo e vado al bar di Franco, mi siedo e ordino un cappuccino e la focaccia. La focaccia la prendo soltanto perché a volte sento quello che dice la moglie di Franco, sento che si lamenta. Parla a voce bassa, crede che non possa sentirla, pensa che sia sordo. Parla a bassa voce col marito e si lamenta, ma Franco dice sempre Era un amico di mio padre, e può stare nel bar quanto vuole. E poi consuma, quindi ha diritto di sedersi.
Lui sa che non sono sordo, lo sa perché mi conosce bene, e io conoscevo bene suo padre. Baldo mi ha detto che quando erano sul treno per Dachau, piangeva, suo padre. Era solo un ragazzino, che stava sempre appiccicato a Baldo, e i fascisti l’hanno arrestato con lui, lo hanno portato in questura, e il padre di Franco non faceva che piangere, fino a quando li hanno mandati a Bolzano e messi sul vagone.
Baldo dice che ci sono due cose che non ho mai dimenticato di quel viaggio. Le lacrime del padre di Franco e la puzza di merda di quel vagone chiuso, affollato di gente. Baldo dice che c’era un piemontese, che era malato, e quando sono arrivati e hanno aperto il vagone il tipo era morto.
Il padre di Franco è morto l’anno scorso, aveva un tumore allo stomaco. Siamo rimasti in pochi, ormai.
Forse è per questo che quando Gino e Baldo litigano ci resto male. Quando a gennaio i russi hanno invaso l’Afghanistan, Gino li giustificava, e Baldo diceva che sarebbe finita come per gli americani in Vietnam. Gino si è incazzato, e Baldo si è incazzato ancora di più. Sono rimasti un sacco di tempo senza parlarsi. Lo facevano anche quando eravamo giovani, ma adesso soffro quando litigano.

Ricky dice che dopo la maturità farà la domanda per il servizio civile. A me i militari stanno sulle palle ma penso che farò la naja. Pensavo di fare l’AUC, così posso tirare su un po’ di soldi. Rollo dice che non mi ci vede, a fare l’ufficiale. Veramente non mi ci vedo nemmeno io, ma almeno guadagno qualcosa, dato che un anno del cazzo lo devo fare. Rollo non lo farà, alla visita è riuscito a farsi riformare. Ha parlato di non so quale articolo, comunque non lo farà, e ride di noi, il bastardo.
Io gli ho detto che preferisco perfino farmi rompere il culo da un sergente di merda piuttosto che stare tutto il giorno in questo cesso di piazza a fumare e guardare le panchine con i vecchietti di giorno e i tossici di notte.
Ce ne sono tre, di vecchietti, che stanno sempre sulla panchina dall’altra parte della piazza, davanti al fioraio. A volte li guardo, mi incuriosiscono. Mio padre dice che erano tre partigiani, li conosce da una vita, sono più grandi di lui. Dice che erano tre teste matte. Ma mio padre dice un sacco di cazzate. Lui durante il fascismo era fascista, poi è diventato comunista, poi democristiano. Adesso è socialista. A me la politica non interessa, però sono d’accordo con mio nonno, che dice che i padroni cercano sempre di mettertelo nel culo.
Rita, la sorella di Ricky, è nella FGCI. Una volta sono andato nella loro sezione, ma soltanto perché c’era lei. Mi ha detto che era contenta di vedermi lì, che non se lo aspettava. Mi ha fatto tornare la sera dopo, perché c’era una riunione. Io mi rompevo le palle, e la guardavo, guardavo i suoi capelli e i suoi occhi, guardavo quel maglione scuro che si mette sempre. Ha il seno piccolo, Rollo dice che è magra, ma a me piace così. Siamo usciti insieme un paio di volte, e l’ultima volta ci ho provato. Le ho accarezzato i capelli, e ho cercato di baciarla, lei non mi ha respinto, ma mi ha detto di aspettare, che la storia con il suo ragazzo non è ancora finita. Le ho detto che avrei aspettato. Però alle riunioni in sezione non ci sono più andato.
Gino non è voluto uscire nemmeno oggi, non si sentiva bene, allora stamattina io e Baldo siamo passati a casa sua e gli abbiamo portato il giornale e la focaccia. Per fortuna oggi non hanno litigato.
Gino è invecchiato tanto dall’anno scorso, da quando è morta sua moglie. È stato un brutto colpo, per lui.
Siamo vecchi, ormai, siamo tutti sugli ottanta. A volte penso che forse sarebbe il momento di farla finita, che senso ha continuare così? Se avessi avuto un figlio forse adesso sarei come tutti gli altri, sarei attaccato a un nipotino, lo coccolerei, lo vizierei. Non so, forse sarebbe diverso, forse no.
Con Baldo abbiamo fatto una passeggiata e ci siamo fermati davanti al monumento sulla piazza, abbiamo guardato i soliti nomi, abbiamo letto le solite stronzate scritte sul marmo, abbiamo detto le stesse cose che ormai diciamo sempre.
Lui mi ha raccontato ancora di quando lo hanno arrestato i fascisti, proprio lì vicino, davanti al fioraio, nel ’44, e mi ha anche raccontato di quello che lo aveva tradito, e di come lo ha cercato quando è tornato dal lager. Dice sempre che l’unica cosa che gli faceva sopportare il lager era il pensiero di vendicarsi. Quando sono arrivati gli americani a Dachau, nel ’45, pesava poco più di trenta chili, ma era ancora vivo. Quando si è rimesso in forze è andato a cercarlo, e lo ha trovato, l’infame. Era in un ospizio. Gli erano esplose due bombe a mano che teneva in tasca durante un arresto, era sopravvissuto, ma era finito su una sedia a ruote, sfigurato, pieno di ustioni. Un relitto. Quando Baldo lo ha visto, l’infame non ha avuto paura. Baldo si era portato la pistola, voleva farlo fuori, ma l’infame non aveva paura.
Sei venuto per ammazzarmi, gli ha detto.
Se ti ammazzo ti faccio un favore, ha risposto Baldo. Continua a strisciare come un verme.
Lui si è messo a piangere, ha detto che anche lui sarebbe finito così. Baldo gli ha sputato in faccia, poi gli ha detto No, io morirò in piedi. Tu morirai strisciando, pisciandoti addosso, pieno di merda.
Passiamo dalla bancarella dei libri, ne compro due e faccio l’errore di tirare fuori il portafoglio. È un errore, perché vedo uno di questi ragazzi che stanno sempre sulla piazza che mi guarda e dice qualcosa a un altro, sottovoce. Anche Baldo se ne accorge.
Salutiamo il tipo della bancarella e vediamo che i due ragazzi si alzano e ci vengono dietro.
“ Provateci”, dice Baldo, sottovoce, e stringe il bastone.
E loro ci provano. Uno dei due mi viene addosso e cerca di infilare la mano nella tasca della giacca. Cerco di spingerlo via, ma perdo l’equilibrio e cado. Poi vedo Baldo che alza il bastone e lo colpisce sulla testa. Il ragazzo urla e finisce in ginocchio, l’altro si avvicina a Baldo, ma lui grida: “Provaci, dài, provaci”.
Poi arriva altra gente, uno cerca di afferrare il ragazzo, ma lui scappa, e scappa anche quello che si è preso la bastonata. Mi fanno alzare e mi portano nel bar di Franco, mi chiedono se sto bene, e io rispondo di sì, sto bene, ma se mi lasciano un po’ spazio per respirare posso stare meglio.

Oggi è stata giornata di merda, a scuola c’era ‘sto cazzo di compito in classe, poi ho litigato con Toni e l’ho mandato a cagare. Poi sono andato a casa e ho litigato con mio padre, poi ho litigato con mia sorella. Ho mangiato, sono uscito, ho visto il padre di Salvo e mi ha detto che non sa se quest’estate mi prende a lavorare nella sua officina. Poi ho incontrato Rita, le ho chiesto se sabato esce con me, e mi ha detto che non lo sa, almeno finché non si chiarisce con il suo ragazzo. Una giornata di merda.
Sono andato in piazza e c’era solo Rollo, che fumava e guardava quei due vecchi che stanno sempre nella panchina dall’altra parte delle piazza. Veramente di solito sono tre, a volte litigano e gridano, ma sono sempre insieme.
Adesso sono lì davanti al monumento, credo che sia un monumento della Resistenza. Anch’io inizio a guardarli, non so perché, forse perché non ho voglia di parlare e nemmeno Rollo ha voglia di parlare, oggi.
Uno dei due vecchi si volta verso di noi, e devo dire che un po’ mi impressiona. Ha questi occhi strani, uno sembra quasi chiuso, ma mi impressiona. Lo dico a Rollo, e lui dice la stessa cosa, e Rollo non è uno che si impressiona facilmente. Smettiamo di guardare i vecchi, e Rollo mi chiede di Rita. Io inizio a parlare, forse volevo proprio parlare di Rita ma non avevo il coraggio di farlo, sono contento che me lo abbia chiesto lui.
Poi vedo Rollo che si alza di scatto e corre. Lo seguo, e vedo i due vecchi. Uno è a terra, e l’altro tira una bastonata sulla testa di un tipo. Lo conosco, è Ivo, anche lui sta sempre sulla piazza, ma frequenta un altro giro. Non mi piace, non mi è mai piaciuto. Veniva alle medie con me, ed era un figlio di puttana, come il suo amico. Ma stavolta mi sa che hanno sbagliato bersaglio, i due vecchi si sanno difendere, mi sa.
Rollo cerca di afferrare l’amico di Ivo, ma lui è svelto e scappa via, insieme a Ivo. C’è anche altra gente, portiamo i vecchi al bar, ma non mi sembra che stiano male. Li salutiamo e ce ne andiamo.
“ Tosti i vecchi, eh?”, dice Rollo.
“ Già”, rispondo, e penso che mio padre dice sempre delle cazzate, ma forse aveva ragione, quando me ne parlava. Proprio delle teste matte.
Quello col bastone aveva uno sguardo che mi faceva quasi paura. Ho visto che Rollo si è messo a parlare con lui, secondo me quei due sono proprio uguali. L’altro invece mi sembrava triste. Non che avesse paura o altro, però mi sembrava triste.

Un vecchio rincoglionito, ecco cosa sono. Chissà cosa avranno pensato quei due ragazzi. Avranno pensato di fare una buona azione, aiutare due vecchietti in difficoltà. Quel figlio di puttana che ha cercato di prendermi il portafogli ho provato a spingerlo via, ma ormai non ho più la forza che avevo prima. Baldo è stato pronto, e la bastonata che gli ha tirato era forte, credevo che gli avesse spaccato la testa. Baldo ha ancora la rabbia di una volta, è quella rabbia che lo sostiene. In fondo credo che sia stato contento di quello che è successo, ha potuto dimostrare a se stesso di essere ancora quello di una volta.
Gino non esce più, lo andiamo sempre a trovare, ma a volte preferirei non vederlo. Quando siamo usciti da casa, a Baldo scendevano le lacrime. Ha detto qualcosa che non ho capito, e quando gli ho chiesto di ripetere mi ha detto:
“ Niente, non era importante”.
Non ho capito, ma credo di sapere cosa stava pensando. Forse ha ragione lui.
“ Ti ricordi quando siamo saliti sulla torre della casa del fascio, e abbiamo appeso le bandiere?”, ha detto.
“ Certo che mi ricordo”, gli ho risposto.
“ Ti ricordi quello che abbiamo detto allora?”.
“ Me lo ricordo”.
“ E ti ricordi quello che ho detto dopo che ho visto quell’infame? Io non voglio finire come lui. Lui se lo è meritato, ma io voglio morire in piedi”.
Non ho detto niente. Ho guardato Baldo e l’ho abbracciato, la gente ci guardava come se fossimo due rincoglioniti. Ti guardano e pensano che sei rincoglionito. Abbiamo continuato a camminare in silenzio, siamo arrivati nella piazza, la panchina era occupata, c’erano due ragazzetti. Allora ho detto a Baldo di andare al bar, ma si è avvicinato uno, subito non l’ho riconosciuto, poi mi sono ricordato. Era quel ragazzo che ha tentato di afferrare il figlio di puttana che voleva il portafogli. Ha fatto alzare i ragazzetti e ha detto che quella panchina era riservata, che non dovevano più sedersi. Io gli ho chiesto di lasciar perdere, che non era giusto, che potevano sedersi dove volevano, mi sembrava un’ingiustizia, ma il ragazzo ha insistito, ha detto ai ragazzetti che noi meritavamo rispetto, che per loro sedersi qua o da un’altra parte era lo stesso. Loro hanno brontolato un po’, poi si sono alzati. Il ragazzo ci ha chiesto se poteva sedersi con noi, e ha detto che il suo nome è Roberto, anche se tutti lo chiamano Rollo. Lui e Baldo hanno iniziato a parlare, e più li guardavo più mi rendevo conto di quanto si assomigliano. Baldo da giovane era uguale a quel ragazzo. Poi è arrivato anche il suo amico. Baldo ha raccontato di quando siamo saliti sulla torre della Casa del Fascio e abbiamo appeso la bandiera. Poi si è intristito.
Rollo non fa altro che parlare dei due vecchi, soprattutto di quello con l’occhio un po’ chiuso. A me i due vecchi sono simpatici, sono due con le palle, e se solo la metà delle cose che ci hanno raccontato è vera, sono pazzeschi. Ieri c’era la commemorazione del 25 aprile, in piazza, c’era anche un assessore, c’era la banda, hanno fatto un discorso. Io e Rollo siamo andati e abbiamo visto Guido e Baldo, erano un po’ in disparte, annoiati. Gli ho chiesto se avrebbero parlato anche loro. Si sono messi a ridere, Guido ci ha detto che a lui non piaceva la retorica sulla Resistenza, che tutta questa retorica annoiava la gente e avrebbe distrutto il valore della Resistenza, il ricordo.
Baldo ha guardato l’assessore che parlava.
L’assessore ha detto Questi eroi che erano disposti a morire…
Baldo ha detto …ma non a morire di noia, poi ci ha portato al bar e ci ha offerto da bere.
I due vecchi sono tosti, però vorrei che Rollo smettesse di parlarne, ogni tanto. Siamo venuti in questa cazzo di discoteca per rimorchiare, ma Rollo non fa che parlare dei due vecchi. A me non piacciono tanto le discoteche, ma dato che Rita non ne vuole sapere di me, ho pensato di venire qui con Rollo, però non è stata una buona idea. Forse era meglio se venivo con Ricky. Mi siedo e inizio a bere, e ascolto Rollo, tanto ho capito che per stasera, non c’è altro da fare. Poi la vedo. Rita entra insieme a una sua amica, si guardano intorno e ci vedono. Mi volto, Rollo mi chiede perché ho la faccia strana. Poi vede Rita e la sua amica, e capisce.
“ Chiedile se vogliono sedersi con noi”, dice Rollo, sottovoce.
“ No”, rispondo.
“ Allora ci penso io”, dice, e si alza.
Non voglio che Rita si sieda con noi. Ma Rollo non mi sente, si avvicina alle ragazze e inizia a parlare. Poi vengono verso di me. Cerco di alzarmi ma le gambe non mi reggano, allora resto seduto, e guardo Rita, ma non dico niente. Rollo racconta un sacco di stronzate all’amica di Rita, e l’amica di Rita ride a tutto quello che dice. Rita invece non ride, ma continua a guardarmi.
Poi Rollo chiede all’amica di Rita se ha voglia di ballare e lei accetta. Restiamo soli, io e Rita, e continuiamo a guardarci.
“ Dov’è il tuo ragazzo?”, dico, guardando verso il bar.
“ Non lo so. Ma non è più il mio ragazzo. Ci siamo lasciati”, risponde, e mi guarda come mi aveva guardato quel giorno, quando ero a quella riunione pallosa.

Ieri hanno ricoverato Gino in ospedale, ha avuto un ictus. La vicina è passata a trovarlo, ha bussato ma lui non rispondeva. Dato che l’aveva visto entrare in casa dieci minuti prima, ha aperto la porta. Gino le aveva lasciato le chiavi, per precauzione. Quando siamo passati da lui, la vicina ci ha racconto di come lo ha trovato, in cucina. Siamo andati in ospedale, ma non volevano dirci niente, e non volevano farcelo vedere, perché non era orario di visita. Baldo si è incazzato, per fortuna c’era un medico che conosco, è il figlio di un compagno. Quando conosci un medico ti trattano meglio, gli altri medici. Sono solidali, tra loro.
Ma forse era meglio non vederlo, Gino. Quando siamo usciti, Baldo piangeva di rabbia.
“ Piuttosto che finire così, col catetere e il pannolone, o su una sedia con le ruote, a farmi prendere per il culo da un medico di merda, la faccio finita”, ha detto.
Io non ho risposto. So che sarebbe capace di farlo. Lui sarebbe capace di farlo.
Quando un infermiere è passato da Gino e l’ha chiamato nonno, Baldo si è incazzato.
“ Si chiama Gino, e non è nonno. Non ha nipoti, e se li avesse non sarebbero stronzi come te”, gli ha detto.
“ Ringrazia che sei vecchio”, ha risposto l’infermiere, e Baldo si è incazzato ancora di più, e ho dovuto trascinarlo via.

Ieri sono stato al funerale dell’amico di Guido e Baldo. Si chiamava Gino. Non lo conoscevo ma veniva quasi da piangere, forse erano gli occhi di Baldo o la faccia triste di Guido, ma davvero mi veniva da piangere. C’erano un paio di vecchi che avevano uno strano fazzoletto a strisce azzurre con un triangolo rosso. Anche Guido lo aveva, mi ha spiegato che è il fazzoletto degli ex deportati nei lager nazisti. Baldo è stato a Dachau. Io non ne avevo mai sentito parlare, conoscevo Auschwitz ma di Dachau non ne avevo mai sentito parlare. E poi credevo che avessero deportato solo gli ebrei, invece Guido mi ha detto che solo un quinto degli italiani deportati nei lager erano ebrei, gli altri quasi tutti prigionieri politici.
Al funerale hanno cantato un paio di canzoni, alcune le conoscevo, hanno cantato Bella Ciao e Fischia il vento, e poi hanno cantato una canzone che diceva Dai monti di Sarzana un dì discenderemo, e poi l’altra strofa non me la ricordo, però ricordo la fine del ritornello, diceva Il battaglion Lucetti son libertari e nulla più, e diceva Coraggio e sempre avanti, la morte e nulla più, e quando la cantava, gli scendevano le lacrime, a Guido. Poi lui e Baldo si sono abbracciati, e hanno abbracciato anche altri due vecchi, un uomo e una donna. Li ho accompagnati io, in stazione, con la macchina di mio padre, abitano vicino a Spezia. La donna era commossa, parlava ma si vedeva che le scendevano le lacrime.
Poi ho accompagnato anche Guido e Baldo, erano seduti dietro e non parlavano, e nemmeno Rollo parlava. Allora per dire qualcosa ho chiesto a Guido perché quella canzone diceva Dai monti di Sarzana. Io ci sono stato a Sarzana, una volta, e non ci sono monti. Guido mi ha guardato e si è messo a ridere, allora hanno riso anche Baldo e Rollo.
Siamo andati a mangiare fuori, in una trattoria che conosce Guido, era tanto che non ci andava. Dopo pranzo siamo stati a fare un giro in macchina. Baldo mi ha chiesto se poteva guidare un po’. Io non sapevo che dire, è che la macchina è di mio padre e se succede qualcosa si incazza. Poi ho visto che ci teneva, e gli ho dato le chiavi. Quando scendevamo Rollo rideva e diceva “Guida meglio di te, e tu non ti volevi fidare…”. Gli ho chiesto se aveva la patente, e lui ha risposto che non l’aveva più, perché l’ultima volta gli hanno fatto un sacco di visite, perché aveva più di ottant’anni, e ha dovuto fare anche una visita dal neurologo e dallo psichiatra, e che lo trattavano come un deficiente e lui allora s’è incazzato e ha mandato a ‘fanculo la dottoressa, e anche gli altri medici, li ha chiamati medici di merda. Alla fine gliel’hanno rinnovata solo per un anno, così lui non l’ha più fatta.
Baldo è triste da quando è morto Gino. Parla poco, ha poca voglia di uscire, sta sempre con lo sguardo fisso, e nello sguardo ha qualcosa che non mi piace. So che gli voleva bene, a Gino, anche se litigavano sempre. Baldo è fatto così, nessuno riesce a farlo stare zitto, sono sempre stati tutti così nella sua famiglia. E adesso che cominciano a mancargli le forze, adesso che è vecchio, vecchio nel corpo ma sempre giovane nello spirito, adesso per lui è dura.
Ricordo che il capitano che avevamo sul Carso gli diceva sempre Sei troppo orgoglioso, è il tuo pregio e il tuo difetto.
Oggi Baldo non è voluto uscire, allora ho fatto un giro, sono stato al supermercato e ho incontrato Andrea, ha voluto portarmi la spesa. Non gli ho detto di no, ormai l’orgoglio è inutile.
Quando ha visto casa mia è rimasto sorpreso. Mi ha chiesto se ho qualcuno che me la tiene a posto. Ho riso, e gli ho risposto che con la mia pensione non posso pagare nessuno. Poi è rimasto sorpreso da tutti i libri che ho in casa. Quando ha visto quelli dell’ingresso gli sembravano già tanti. Gli ho detto che la maggior parte li tenevo nell’altra stanza. Ha cominciato a guardarli, a sfogliarli, e mi ha chiesto se gliene prestavo uno.
“ Prenditi quelli che vuoi”, ho risposto.
Poi ha visto le foto in salotto. Ha guardato quella in cui io, Baldo e Gino siamo in divisa, sul Carso, nel ’17.
“ Lo sguardo di Baldo è sempre lo stesso”, ha detto.
In un altra foto sono con Gino davanti alla Camera del Lavoro, nel 1922.
“ La Camera del Lavoro di Genova?”, ha chiesto Andrea.
“ No, quella di Sestri Ponente”.
“ C’era la Camera del Lavoro a Sestri?”.
“ Certo, nel 1922 Sestri non faceva parte di Genova”.
“ Dov’era?”.
“ Sai dov’è la Croce Verde? La sede era lì. Nel 1922 è stata assalita dai fascisti ed è stata bruciata”.
“ E nessuno ha provato a difenderla?”.
“ Certo che ci abbiamo provato. Anche la prima volta che l’hanno assalita, abbiamo cercato di difenderla”.
“ Non ne sapevo niente”, ha detto Andrea.
“ Non è colpa tua”, ho detto sorridendo. “Alla Camera del Lavoro di Sestri c’era l’USI, un sindacato anarchico. Ce lo ricordiamo in pochi”.
Andrea ha annuito, pensieroso. Poi ha iniziato a guardare un’altra fotografia.
“ Questi due siete tu e Baldo, ma l’altro chi è?”, ha detto.
“ Lui è Argo Secondari. Eravamo a Roma, nell’estate del 1921, il giorno della fondazione degli Arditi del Popolo”.
Infine, ha visto un’altra foto.
“È tua moglie?”, mi ha chiesto, e sembrava che si volesse scusare.
“È mia moglie”, gli ho risposto. “Non ci siamo mai sposati, ma era mia moglie”.
“ Lei è… sì, insomma, cioè…”, ha balbettato.
Per toglierlo dall’imbarazzo, gli ho detto quello che voleva sapere.
“ Sì, è morta. Nel 1945, l’hanno arrestata i fascisti e l’hanno consegnata alle SS”, ho detto tutto d’un fiato, quasi con rabbia.
Poi siamo rimasti in silenzio, lui stava quasi per piangere, allora l’ho abbracciato.
“ Scusa, non volevo, sembravo uno stronzo giornalista. Scusami…”, ha sussurrato.
“ Scusami tu, non ce l’ho con te. È che sono passati trentacinque anni, ma non riuscirò mai ad accettarlo”.
Poi gli ho detto se voleva bere qualcosa, e sono andato in cucina. Quando sono tornato l’ho visto che guardava il gagliardetto, quello con il teschio che tiene un pugnale tra i denti, e sotto c’è la scritta A noi.
“ Ma questo non è un simbolo fascista?”, ha chiesto.
“ No, quello era un simbolo degli Arditi. Poi i fascisti se ne sono appropriati. I fascisti hanno sempre copiato tutto, a cominciare dal nome”, ho risposto.
“ Ma chi erano questi Arditi, che non l’ho mica capito?”, ha detto.
Ho preso una decisione, ho deciso che dopo la maturità cerco di fare il militare da ufficiale, come volevo già fare. Così mi tiro su un po’ di soldi. Poi mi iscrivo a Storia. Quando ho detto a Rollo che voglio fare l’università, si è messo a ridere. Quando poi ha saputo che mi voglio iscrivere a Storia, si è messo a ridere più forte.
Che mi frega.
Rita invece non si è messa a ridere, era contenta, ha detto che anche lei dopo la maturità vuole continuare a studiare. Però non se lo aspettava. Quando mi ha visto in casa tutti i libri di Guido, e soprattutto quando ha visto che ne leggevo due alla settimana, ha sorriso. Mio padre invece mi ha chiesto perché avevo così tanti libri. Mi sono messo a ridere, perché a lui sembrano tanti una ventina di libri. Se vedesse la casa di Guido, cosa direbbe?
Ieri ho parlato a Rita di Guido, le ho raccontato della sua vita, le ho detto tutto quello che ha fatto, come se le raccontassi un film, perché la vita di Guido è stata un film, e lo immagino come un film che inizia in bianco e nero, ci sono Guido, Baldo e Gino, ragazzini. Poi la prima guerra mondiale, sul Carso, loro tre con la divisa degli Arditi. Poi il bianco e nero diventa colorato, la guerra è finita, D’annunzio va a Fiume, con De Ambris e tanti ex Arditi, molti diventeranno fascisti, ma non tutti, come Guido, Gino e Baldo. Poi scioperi nella fabbriche, le occupazioni, gli scontri. Mussolini fonda i Fasci di combattimento, e all’inizio sembra un gruppo di sinistra, anche se c’è di tutto, anche i sindacalisti rivoluzionari. Malatesta era tornato dall’esilio, era stato acclamato come il Lenin italiano, e Umanità Nova vendeva cinquantamila copie, ma lui non voleva essere Lenin, lui odiava Lenin e tutti gli autoritari, infatti quando Mussolini gli propose un’alleanza, Malatesta rifiutò. Poi Mussolini si rivela per quello era, e inizia una guerra, una guerra piccola, ma comunque una guerra. Nell’estate del 1921 Argo Secondari e altri ex Arditi antifascisti fondano gli Arditi del Popolo, e Guido è con loro, insieme ad anarchici, comunisti, socialisti, repubblicani, popolari, dannunziani, sindacalisti rivoluzionari, corridoniani, tutti gli antifascisti uniti, ma non è facile, i partiti di sinistra li ostacolano e i carabinieri li arrestano. E nel 1921 i fascisti si trasformano in partito, dopo aver perso le elezioni, e gli Arditi del Popolo combattono contro i fascisti a Parma, a Viterbo, a Bari, a Sarzana.
E a Sarzana, nel luglio del 192,1 ci sono anche Guido, Gino e Baldo, e la popolazione di Sarzana sconfigge i seicento fascisti di Dumini e anche i carabinieri combattono contro i fascisti. Ma è l’unica volta che succede, in quegli anni.
E Guido mi ha raccontato di essere stato anche a Parma, nell’agosto del 1922. lo immagino nel film, con il suo fucile, col suo moschetto 91, sulle barricate dell’Oltretorrente, mentre difende Parma dai fascisti di Balbo. E immagino Balbo, che era un fascista ma era un uomo d’onore, che è costretto a ritirarsi. Ma è l’ultima vittoria, e gli Arditi del Popolo si sciolgono, poi vedo Guido nell’ottobre del 1922, dopo la marcia su Roma, dopo che Mussolini diventa capo del governo, dopo che Argo Secondari viene aggredito sotto casa.
Rita è rimasta un po’ sorpresa quando le ho raccontato tutte queste cose, ha detto che non pensava che mi interessassero. Io le ho risposto che è merito di Guido, per quello che mi ha raccontato e per i libri che mi ha prestato.
Ho continuato a raccontare a Rita la vita di Guido, il film della vita di Guido. Dopo il 1926 scappa in Francia, lo vedo triste e rassegnato a Marsiglia, a fare un vita miserabile, finché non scoppia la guerra civile spagnola e lui è lì, nel Battaglione Garibaldi, poi lo catturano e lo consegnano agli italiani.
Vedo Guido in prigione, e si ammala, poi guarisce e rincontra Baldo in prigione e cercano di scappare insieme ma vengono catturati subito. Poi l’Italia entra in guerra con la Germania nazista, ma Guido e Baldo sono sempre in prigione. Nel luglio del 1943 gli americani sbarcano in Sicilia e Mussolini cade, e viene fatto cadere da quello che lo avevano sempre sostenuto, e viene anche arrestato.
Guido e Baldo tornano in libertà, ma le facce sorridenti che hanno sono affiancate dagli aerei tedeschi che liberano Mussolini, nel mio film e nasce la Repubblica di Salò e inizia le Resistenza.
Guido entra in una brigata di Giustizia e Libertà, mentre Gino era in una brigata Garibaldi e Baldo in una squadra anarchica.
Baldo è tradito da un suo amico, i fascisti lo catturano e lo consegnano alle SS, che lo portano nel lager di Bolzano, prima, poi in quello di Dachau, in Germania. A Dachau hanno portato più di diecimila italiani, e di quei diecimila ne sono tornati soltanto quattrocento.
Guido combatte in Piemonte, gli altri partigiani lo considerano un vecchio, ma lui ha esperienza, sa combattere. Durante uno scontro viene catturato da un reparto delle Brigate Nere, e torturato. Ha un sacco di cicatrici da ustioni. Lo torturano perché vogliono avere delle informazioni. Guido cerca di resistere, e per un po’ ci riesce, poi crolla e parla, però quel tempo che ha resistito è bastato, perché i suoi compagni si sono spostati.
Lo tengono prigioniero, a un certo punto sembrava che vogliano fucilarlo, poi lo scambiano con un fascista catturato dai partigiani.
Quando Guido mi ha raccontato la sua vita, ho pensato che è incredibile che uno come lui debba vivere così, in quella casa, lui e Baldo hanno fatto cose incredibili, e anche Gino. E Gino è morto in quel modo, con un medico che diceva che finalmente si era liberato un letto nel reparto.
Sono preoccupato per Baldo, non l’ho mai visto così. Lui non riesce a rassegnarsi alla vecchiaia, al decadimento fisico. Forse non è soltanto questo. Forse è che i suoi demoni, quelli che lo tormentano da sempre, adesso sono più forti che mai, e lui non ha più la forza, l’energia che aveva prima. Anche lui avrebbe diritto alla serenità adesso, non dico alla felicità, ma alla serenità. Invece continua a combattere contro i suoi demoni.
Stamattina sono andato a trovarlo, ma non era in casa, era seduto sulla panchina nella via davanti a casa sua, come un qualunque pensionato. Aveva una faccia talmente triste, che quasi non avevo voglia di parlargli. Ho pensato di far finta di niente e di allontanarmi, poi ho cambiato idea. Mi sono avvicinato in silenzio, mi sono seduto accanto a lui. Baldo ha appena mosso la testa e non ha detto niente .Siamo rimasti in silenzio a lungo, lui guardava davanti a sé, ma forse non guardava davanti, guardava indietro.
“ Ti ricordi quei carabinieri che ci volevano arrestare?”.
“ Certo che mi ricordo”, dico, e penso alla fine del 1917. Noi eravamo entrati negli Arditi appena erano stati formati, e oltre alla divisa diversa, ai dormitori migliori, al rancio decente, un fucile migliore dal moschetto 91 e ad altri vantaggi che i soldati comuni non avevano, avevamo anche una disciplina più elastica. E combattevamo due guerre, una contro gli austriaci, una contro i carabinieri, gli aeroplani, come li chiamavamo noi. I carabinieri erano gli sbirri dell’esercito, le guardie del re, fucilavano i disertori, eseguivano le decimazioni, denunciavano i soldati. Noi li odiavamo, e loro odiavano noi. Ogni tanto un aeroplano finiva con le ali spezzate. Un giorno sono venuti a cercare Baldo, e un altro tipo, uno che poi è diventato fascista. Li avevano ammanettati e li stavano portando via, ma io avevo saputo che volevano farli fuori fingendo un tentativo di fuga. Io e altri siamo riusciti a bloccarli sulla strada. Uno dei carabinieri ci ha sparato addosso, allora abbiamo preso i moschetti e abbiamo risposto. Baldo è riuscito a scappare e ha aiutato anche l’altro. Non ricordo come si chiamava, ma ricordo che una volta, quando siamo entrati negli Arditi del Popolo, Baldo se lo è ritrovato davanti durante uno scontro con i fascisti, a Roma, nel ‘21. E quel giorno i carabinieri stavano con lui.
Nel novembre del 1921 erano arrivati a Roma più di trentamila squadristi fascisti, il movimento dei Fasci da Combattimento stava per trasformarsi in Partito Nazionale Fascista, nonostante due anni prima Mussolini avesse dichiarato di essere contro tutti i partiti. Ma d’altronde non era la prima volta, e non sarebbe stata l’ultima, che Mussolini si contraddiceva. E poi, in questo paese, tutti sono contro i partiti, soprattutto quelli che li fondano.
Gli Arditi del Popolo di Roma chiesero rinforzi. Quando i fascisti uccisero un ferroviere, il 9 novembre, i lavoratori della ferrovia scesero in sciopero e lasciarono a piedi molti fascisti, nei quartieri periferici.
Il giorno dopo la città era divisa in due, con il centro in mano ai fascisti, e la periferia controllata dagli antifascisti.
Dopo un carica dei carabinieri e delle guardie regie, Baldo si era nascosto dentro un magazzino. Vide entrare dentro un altro uomo, aveva maglione nero e pantaloni militari, l’elmetto Adrian, e sulla manica aveva un teschio con le tibie incrociate. Era sicuramente un ex Ardito, ma di che parte? Baldo puntò il moschetto 91 e gridò. L’uomo si girò, puntando anche lui il fucile.
Si riconobbero subito, ma non dissero nulla, non fecero nulla, rimasero immobili, a guardarsi negli occhi. Poi il fascista abbassò per primo il fucile, e Baldo fece altrettanto. Il fascista gli fece un cenno con la testa, Baldo replicò, aspetto che uscisse, poi uscì anche lui. Non si incontrarono mai più.
Baldo continua a guardare avanti e a pensare al passato, e restiamo in silenzio, finché non arriva quel ragazzo, Rollo. Si siede accanto a Baldo e ci saluta. Credo che si sia affezionato a Baldo. Parliamo un po’, per un attimo Baldo sembra dimenticare i suoi fantasmi, poi quando ci alziamo il ragazzo fa il gesto di aiutare Baldo, che lo fissa e non dice niente. Rollo resta col braccio a mezz’aria, buffo e con l’espressione imbarazzata. Poi Baldo sorride e prende la sua mano. Ma il sorriso è freddo, il suo sorriso mi fa quasi paura.
Ieri sono andato a vedere i risultati della maturità, non riuscivo quasi a crederci. Cinquantaquattro, come Traverso e Sciutto, più di Vallarino. Nemmeno mio padre ci credeva, pensava che lo stessi prendendo per il culo. Poi quando gli ho detto che dopo il militare volevo fare l’università, mi ha guardato storto.
“ A cosa ti iscrivi, a ingegneria?” mi ha chiesto.
“ No, a Storia”, ho risposto, e mi ha guardato come se fossi pazzo ma almeno non si è messo a ridere come Rollo.
“ Fai le industriali e poi ti iscrivi a Storia? E poi con la laurea in Storia che lavoro fai? Lo storico?”, ha detto. “E finché non ti laurei, che fai? Credi che ti bastino i soldi del militare?”.
“ Posso lavorare e studiare. Credi che non ne sia capace?”, ho detto, e gli ho fatto capire che volevo troncare la discussione.
Quando ho detto a Guido che farò una tesi di Storia Contemporanea, sugli Arditi del Popolo, o sulla guerra civile spagnola, o sul fascismo, sulla Resistenza, anche lui si è messo a ridere. Però non mi ha dato fastidio come lo ha fatto. Mi ha detto di fare il militare prima, poi di iscrivermi, iniziare a studiare, e dopo pensare alla tesi. Mi sono messo a ridere anch’io, poi l’ho accompagnato da Baldo.
Lungo la strada Guido mi ha raccontato di un sacco di cose, e io sarei rimasto ad ascoltarlo per ore. Guido ha letto molto, conosce un sacco di cose. Quando siamo arrivati da Baldo, ho trovato Rollo a casa sua. Quei due sono davvero diventati amici.
Ricky l’altro giorno mi ha chiesto come mai frequentiamo tanto i vecchietti, come li ha chiamati lui. Si è messo a ridere e ha detto “Non è che volete fregargli la pensione?”.
Non gli ho neanche risposto. Ricky è simpatico, è un bravo ragazzo, e poi è il fratello di Rita, lo conosco da quando eravamo bambini, ma in fondo mi è sempre stato un po’ sulle palle, e poi adesso ha sempre quell’aria da intellettuale di sinistra, anche se non ha letto nemmeno un decimo dei libri che ha letto Guido.
Rita invece è contenta, ma secondo me pensa che lo faccio per carità, come il volontariato che fa Ricky. Voglio spiegarle che se io e Rollo li frequentiamo, a Guido e Baldo, è perché, in un certo senso, sono proprio amici. Sono due con le palle, sono due uomini che meritano rispetto, perché non possono essere amici anche se hanno sessant’anni più di noi? Secondo me la gente è sempre la stessa, in ogni epoca. Ci sono gli uomini e le donne, ci sono i quaquaraquà, come diceva Sciascia nel libro che ho portato alla maturità. Loro sono uomini. L’età che cazzo c’entra?
Aveva ragione Baldo quando al medico del cazzo che trattava Gino come un bambino rincoglionito, in ospedale, gli ha detto: “Quello è un uomo. Ha ottant’anni, ma è un uomo”.
Certo, stasera con Rollo andremo in una discoteca, mettono sempre i pezzi di Hendrix, anche se ormai sta andando di moda altra musica, la disco, che a me fa schifo, come mi faceva schifo quel film che è uscito l’anno scorso, quello con John Travolta.
Certo, con Guido e Baldo non andiamo in discoteca, non facciamo certe cose. Ma mi piace quando ci vediamo e parliamo e beviamo un bicchiere insieme e loro ci raccontano le loro storie. Hanno un sacco di cose da raccontare, hanno fatto un sacco di cose, e io non mi vergogno di avere due amici come loro. Ne sono orgoglioso.
Adesso sono rimasto davvero solo. Sapevo che sarebbe successo, dentro di me lo sentivo, sapevo che Baldo non avrebbe accettato di finire come Gino, in ospedale. Sapevo che sarebbe stato capace di farlo, sapevo che ne avrebbe avuto il coraggio, perché nonostante quello che la gente dice, ci vuole un grande coraggio. Ma la gente cosa ne sa? Cosa vuole capire?
Baldo è finito così, come aveva sempre detto.
Erano due giorni che non lo vedevo Non mi sentivo molto bene, ma anche a stare solo due giorni senza vederlo, ero preoccupato. Allora sono andato a casa sua, e quando ho girato l’angolo, quando ho visto l’ambulanza, ho visto i carabinieri, ho capito subito.
Un carabiniere teneva la gente a distanza, e quando ha visto che mi avvicinavo, mi ha detto che non c’era niente da vedere. Pensava fossi uno di quegli stronzi morbosi che si incuriosiscono alle disgrazie, che vogliono vedere gli incidenti.
“ Sto cercando una persona”, ho detto. “Una persona che abita qui”.
Poi ho visto Rollo, che stava piangendo. L’ho chiamato lui è corso verso di me, allora il carabiniere mi ha fatto passare.
“ Si è buttato dall’ultimo piano”, ha detto Rollo, e mi ha abbracciato
Il maresciallo mi ha chiesto se ero un parente.
“ Qualcosa di più”, ho risposto. “Qualcosa di più”.
Rollo mi ha detto che c’era una lettera, per me, e una anche per lui, in cui gli dice che gli sarebbe piaciuto avere un figlio, e avrebbe voluto che fosse come lui.
Chiedo al maresciallo se posso tenere la lettera, ma lui risponde che deve portarla al magistrato. Poi, mi guarda.
“ Magari, oggi pomeriggio, se passa in caserma, gliene faccio avere una copia”.
Ho accompagnato Rollo a casa, era ancora sconvolto, più di me, e sulla porta del palazzo abbiamo visto Andrea.
“ Che è successo?”, ci ha chiesto, quando ha visto le nostre facce.

Ieri siamo stati al funerale di Baldo. Era da tanto tempo che non piangevo, ma ieri non ce l’ho fatta, quando ho visto la cassa, quando Rollo si è aggrappato a me e ho guardato Guido, non ce l’ho fatta. Mi sentivo stupido, ma non riuscivo a trattenermi. C’erano anche quei due di Sarzana, quelli che avevo visto al funerale di Gino. Sembravano più vecchi di quando li ho visti, ed è passato così poco tempo.
C’era anche un altro con loro, che quando è passata la bara ha alzato il pugno chiuso, e istintivamente l’ho fatto anch’io. Guido invece non l’ha fatto. Gli ho chiesto perché, e lui ha alzato le spalle.
“ Non sono mai stato comunista”, ha detto.
Poi ha iniziato a canticchiare la canzone dell’altra volta, Dai monti di Sarzana, e poi un’altra ancora, una canzone che diceva Avanti siam ribelli, vendicator, vendicator… Del popolo gli Arditi noi siamo i fiori più puri, fiori non appassiti nel fango dei tuguri…e le altre strofe non le ricordo, però diceva anche Ognun corra a gettarsi nel mezzo della mischia… Audace è sol chi rischia… Tiranni ed oppressori, il duce, il papa, il re…e ognuno farà da sé, e la canzone poi la cantavano anche i due vecchi e anche Rollo, e sembrava che la conoscesse, e cercavo di andare dietro anche io, anche se non sapevo le parole, e pensavo a Baldo, e mi scendevano le lacrime.
Ho accompagnato anche ieri i due vecchi di Sarzana alla stazione, mi hanno abbracciato e mi hanno detto:
“ Il prossimo funerale sarà il nostro”.
Ho voltato la testa e mi sono asciugato una lacrima.
Guido non ha parlato molto, aveva lo sguardo lontano, adesso credo che si senta davvero solo. Adesso è rimasto davvero solo. Mi dispiace per lui. Vorrei riuscire a fare qualcosa. Ma cosa posso fare io?
Anche Rollo è giù, oggi sono stato a casa sua, gli ho chiesto se aveva voglia di venire in spiaggia con me, ma non mi ha neanche risposto. Allora non ho detto niente, e mi sono seduto per terra, nella sua stanza. Siamo rimasti dieci minuti in silenzio, poi mi ha guardato come se si fosse accorto di me solo in quel momento.
“ Che fa lì?”, ha detto.
“ Niente”.
“ Non vai al mare?”.
“ No. Ho cambiato idea. Non ne ho più voglia”.
“ Guarda che non ho bisogno della balia”.
“ Chi ti dice che hai bisogno della balia? Ho cambiato idea e ho voglia di stare seduto qui. Ti do fastidio?”.
“ Se mi guardi con quella faccia, sì”.
“ Sarà bella la tua”, ho risposto, e ho iniziato a sfogliare i suoi fumetti.
Stamattina mi sono alzato e ho preparato il caffè, mi sono acceso la solita sigaretta, anche se il medico ha detto che devo smettere, e sono uscito nel balcone. Ho annaffiato le piante, ho dato da mangiare al gatto e sono uscito. Ho fatto la spesa, poi sono andato nella piazza, mi sono avvicinato alla panchina dove stavamo sempre con Gino e Baldo, e stavo per piangere. Adesso sono davvero solo.
Ho comprato il giornale e mi sono seduto sulla panchina, ma non riuscivo a leggere. Allora mi sono alzato e sono andato dalla bancarella dei libri, ho guardato un po’, e ho chiesto al ragazzo come mai non c’era il vecchio.
“ Mio padre? Oggi non si sentiva bene”, ha detto.
“ Capisco”, ho risposto, poi mi sono fermato a parlare con lui.
Il tipo della bancarella ha detto che si ricordava di me, che mi vedeva sempre insieme ad altri due, e mi ha chiesto dov’erano.
“ Sono morti, tutti e due”, ho detto, e lui non ha risposto, ha solo abbassato lo sguardo.
Ho comprato un paio di libri, anche se ormai non so più dove metterli. Ci vorrebbe una casa più grande, che non potrei permettermi. E poi, in una casa più grande, mi sentirei ancora più solo.
Pensavo di dire ad Andrea di portarsi via tutti i libri che vuole, tutti quelli che gli interessano. Qualcuno posso regalarlo a quelli della bancarella. Mi tengo soltanto quelli che ogni tanto mi piace rileggere, e basta.
Sono tornato a casa, oggi non ho visto Andrea, ma d’altronde non posso pretendere che un ragazzo di diciannove anni passi tutto il tempo con un vecchio come me. Sono uscito sul terrazzo e ho guardato giù. Sono cinque piani. Farebbero impressione, ma io non ho mai sofferto di vertigini. Cinque piani. Un attimo, e tutto è finito.
Solo un attimo. Basta trovare il coraggio, o forse basta soltanto non pensarci. L’inferno non esiste, per chi non ne ha paura. Baldo non ne aveva paura. E io? Non so, io credo di averlo visto l’inferno, ho fatto tre guerre, ho ammazzato degli uomini. Forse alcuni se lo meritavano, ma altri non erano peggiori di me, e qualcuno sicuramente migliore. Ma pensavo che fosse giusto così, pensavo che il mondo sarebbe stato migliore, ma forse non sarà mai migliore, il mondo è quello che è, il mondo è fatto dagli uomini, e gli uomini sono quello che sono, e tutto sarà sempre uguale.
Venerdì sono stato a trovare Guido, ultimamente non ci siamo visti molto, un po’ mi sento in colpa, perché capisco che adesso ha soltanto me, adesso non ha più nessuno, e io sono pieno di casini.
E venerdì mi sono spaventato. Sono passato da casa sua e ho visto l’ambulanza, e ho iniziato a correre, mi sembrava di impazzire, ho pensato Fa’ che non sia successo, fa’ che non sia successo, poi ho visto quelli della Croce Verde, c’era anche il cugino di Rita, che portavano Guido sulla barella.
“ Che cos’è successo?”, gli ho chiesto.
Lui ha sorriso, non era un sorriso allegro però, e ha detto che era caduto dalle scale. Al pronto soccorso ci hanno messo un sacco di tempo a fargli le lastre, mi stavo incazzando, e uno degli sbirri mi ha detto di calmarmi.
Guido ha sorriso e ha detto: “Mi sembri Baldo”.
Allora mi sono calmato, e ho aspettato.
Quando gli hanno fatto le lastre, hanno detto che si era rotto il femore, una brutta frattura.
Lo hanno portato in ortopedia. Vado a trovarlo tutti i giorni, tutti e due i turni. Ieri volevo fermarmi anche nel pomeriggio ma la troia della caposala ha detto che non potevo restare.
Gli porto da leggere, anche se i libri che ha a casa li ha già letti tutti, e parliamo. Mi ha raccontato della Spagna. Mi ha raccontato di Stalin, gran figlio di puttana. Mi ha raccontato di quando Baldo è stato nel sindacato, dopo la guerra, e di come ne è uscito poco tempo dopo, disgustato. Mi ha raccontato di Gino.
Poi è arrivata un’infermiera nuova, giovane. Gli stava sistemando la gamba, quando ha notato le cicatrici.
“ Che brutte cicatrici”, ha detto. “Come se le è fatte?”.
Guido mi ha guardato e non ha risposto.
“ Sono grosse”, ha insistito l’infermiera, “sembrano ustioni”.
“ Con un ferro da stiro”, ha detto Guido.
Lei si è messa a ridere.
“ Andiamo… si è bruciato le gambe mentre stava stirando?”, ha detto.
Allora Guido ha aperto la camicia del pigiama, ha scoperto il petto e la pancia, e lei ha fatto un salto indietro e si è messa una mano davanti alla bocca.
“ Non lo usavo io, il ferro”, ha detto, poi ha abbottonato la camicia.
Ieri Guido mi ha regalato un libro che parla della strage di piazza Fontana, una decina d’anni fa. Ero un bambino allora, e mi ricordo poco, ma ricordo un giornale che parlava di un mostro e il mostro si chiamava Valpreda, un ballerino anarchico. Ricordo che mi faceva ridere l’idea di un ballerino anarchico, pensavo a uno che balla scordinato e fuori tempo.
Un mostro che era innocente, forse ingenuo, ma innocente, e che è stato in galera ed è stato assolto solo l’anno scorso.
Guido mi ha parlato di quello, mi ha parlato della strategia della tensione, mi ha parlato dei servizi segreti, mi ha parlato di un sacco di cose che non sempre riesco a capire, ma ho voglia di capirle.
Mi ha parlato anche di Pinelli, amico di Valpreda, il ferroviere che è volato dalla finestra della questura mentre lo interrogavano, mi ha detto che era stato ai suoi funerali, a Milano, mi ha parlato della sua famiglia che piangeva, e nessuno si ricorda del dolore di quella famiglia, quel dolore è stato dimenticato, eppure di solito il dolore te lo fanno vedere sempre, te lo sbattono in faccia ogni momento, in televisione, sui giornali. Ma il dolore di quella famiglia no, dice Guido, quello è rimasto nascosto.
Poi è successa una cosa strana. Mentre stavamo parlando delle stragi, degli anni settanta, abbiamo sentito la radio del vicino di letto di Guido che diceva che era caduto un aereo, un DC-9 in volo da Bologna a Palermo. Pare che sia esploso sopra Ustica.
Adesso riesco a camminare, con le stampelle, ma i medici hanno detto che la frattura non si è saldata bene e che ci sono problemi ai legamenti del ginocchio. Sono delle teste di cazzo, ma hanno ragione. Ne ho parlato con Andrea, e mi ha detto che a Bologna c’è un ospedale specializzato, e ho deciso di andare a farmi visitare. Il nipote di uno che conosco è medico, e mi ha dato il nome di un primario.
Andrea mi ha voluto accompagnare, e si è fermato a Bologna un paio di giorni. Gli ho detto che non era il caso, ma lui ha risposto che si fermava da una ragazza che conosce, una che studia all’università. Ha detto che studia cinema. Non sapevo che studiassero anche cinema, all’università. Comunque, mi sembra che Andrea abbia un certo interesse per questa ragazza, quindi non ho insistito. Gli ho detto “Non prendere per il culo Rita, credo che non se lo meriti”, poi quando ho visto la sua faccia, mi sono pentito.
Scusami, non ho il diritto di giudicarti, di giudicare la tua vita. E poi non sono tuo padre, gli ho detto.
A me non dispiacerebbe, se fossi mio padre, ha risposto.
Viene a trovarmi tutti i giorni, una volta è arrivato con questa ragazza, carina, piccola, con i capelli un po’ strani, vestita strana. La ragazza mi ha detto che Andrea le aveva parlato talmente tanto di me che voleva conoscermi.
Mi veniva un po’ da ridere, però in fondo mi ha fatto piacere.
Oggi mi hanno dimesso, l’operazione me la faranno dopo l’estate, e sono contento, non avevo voglia di stare in ospedale adesso, ad agosto.
Andrea ha detto che sarebbe venuto a prendermi, ma quando non l’ho visto arrivare, l’ho chiamato a casa della ragazza e gli ho detto di non preoccuparsi, che avrei preso un taxi e ci saremmo visti in stazione. Lui si è scusato, sembrava imbarazzato. Gli ho detto che se voleva fermarsi a Bologna, non doveva preoccuparsi per me, sarei potuto tornare da solo a Genova, che se preferiva restare lì, avrei capito.
“ Perché farti un viaggio con un vecchio come me, quando puoi rimanere con una ragazza carina come lei?”, ho detto, cercando di scherzare.
Ma Andrea ha detto che gli andava di accompagnarmi, e poi che doveva ritornare a Genova anche lui, perché doveva parlare con Rita. Gli ho risposto che forse aveva ragione, probabilmente era proprio il caso di farlo.
Sono sceso dal taxi, e il tassista è stato molto gentile, mi ha aiutato a scendere, mi ha tenuto le stampelle. È che quando incontro una persona gentile resto sorpreso, ormai.
Ho fatto il biglietto e mi sono seduto a leggere il giornale. Sono qui da quasi venti minuti, sono le dieci e un quarto, Andrea è in ritardo.
Chiudo il giornale e inizio a guardare la gente, a volte lo faccio. E vedo un tipo che arriva vicino a me con una grossa borsa, si siede e molla la borsa sotto la poltrona. Poi si alza e si allontana. Immagino che torni subito, invece non torna. Mi sembra strano che si sia dimenticato la borsa. Forse non aveva voglia di portarsela dietro al gabinetto o al bar, e magari ha pensato che fosse troppo pesante perché qualcuno la portasse via.
Guardo l’orologio, sono le dieci e venti.
Vorrei bere un caffè ma c’è troppa gente in stazione. C’è un bar dall’altra parte della piazza. Con le stampelle è dura. Ma non importa. Posso farlo, voglio farlo.

Cristo, ieri notte ho bevuto troppo, ho davvero esagerato. Ho una faccia che fa schifo. E poi, avevo promesso a Guido di passare a prenderlo in ospedale, invece stavo ancora dormendo quando mi ha chiamato a casa di Martina. Ho risposto al telefono e Guido quasi non mi riconosceva, chissà che voce avevo. Ho guardato Martina mentre parlavo al telefono, era sdraiata sul letto, nuda, io parlavo con Guido, guardavo il culo di Martina e pensavo a Rita. Mi sento in colpa per quello che è successo. Devo parlare con Rita. Devo spiegarle quello che è successo.
Se ci riesco.
Ho anche deciso di iscrivermi subito all’università, a settembre, tanto prima che mi chiamino passerà un sacco di tempo, intanto m’iscrivo e vediamo. Magari se devo dare qualche esame mi mandano in licenza. O forse no? Devo informarmi.
Non è stato facile convincere Martina che dovevo partire. Mi ha chiesto di fermarmi, ma le ho detto che dovevo accompagnare Guido, e allora si è convinta. Non le ho detto che devo parlare con Rita. Quando si è alzata dal letto, io mi stavo vestendo. Lei ha cercato di convincermi a rimanere, e se non avessi promesso a Guido di partire con lui, non credo che sarei riuscito ad andare. Ho dato un bacio a Martina, sono uscito di casa, sono saltato sulla sua bicicletta e sono andato verso la stazione.

Pedalo, e penso a una cosa che voglio dire a Guido.
Un’altra idea per la tesi. Ho pensato di fare una tesi su una strage di Sant’Anna di Stazzema. Ce ne sono state tante, ci sono stati quindici, forse ventimila morti in venti mesi, ma quella è stata una delle più grosse, hanno distrutto tutto il paese, lo hanno bruciato, hanno ucciso un sacco di bambini.
Sì, forse può essere una buona idea, ma prima voglio parlarne a Guido. Come ha detto lui, intanto mi iscrivo e poi ci penso. Mi fermo, fa caldo e sto sudando. Guardo l’orologio. Sono le dieci e venticinque.
Poi sento quell’esplosione. Sembra che venga dalla stazione. Pedalo più forte. Poi vedo la stazione. Non riesco a credere che sia vero. La gente si guarda, urla, indica la stazione. È un inferno. Qualcuno dice che è esplosa una caldaia. Qualcuno grida che è una bomba.
Poi vedo Guido.
È seduto sull’asfalto, si tiene la testa tra le mani.
“ Guido”, urlo. “Stai bene?”.
Lui solleva la testa, mi guarda, poi guarda la stazione.
“ No. Non sto bene”.
Mi siedo per terra, accanto a lui e lo abbraccio.
Sono le dieci e venticinque del due agosto, e Guido sta piangendo.


Nato a Cagliari nel 1967, Ettore Maggi vive e lavora a Genova. Ha pubblicato numerosi racconti noir su riviste e antologie, tra cui l’antologia di racconti ispirati al ventennio fascista
Fez, struzzi e manganelli (Europolar n. 2). Appassionato di temi quali la memoria, la Resistenza partigiana e la storia del Novecento, sta lavorando a un romanzo storico sul padre, che ha conosciuto la deportazione nei lager nazisti.


Il partigiano e l'aviatore
Davide Pinardi
Odradek, 2005, 220 pagine

Giovanni Zucca

«La memoria delle vittime dipende dall’identità dei loro assassini.» È una frase di Davide Pinardi, autore di noir, sceneggiatore e saggista che ben può racchiudere il significato e il valore di questo vibrante libro sul tema della Memoria, di cui raccomando caldamente la lettura.

Federico è un partigiano, di nobile famiglia, che viene ucciso a Milano subito dopo il 25 aprile 1945, data ufficiale della Liberazione dal nazifascismo. Ucciso non dai fascisti, ma da altri partigiani, in circostanze assai poco chiare. Gianni è un aviatore, membro dell’equipaggio di un aerosilurante S.79 (un velivolo soprannominato “il gobbo maledetto”) della Regia (e fascistissima) Aeronautica italiana; ufficialmente caduto al largo di Creta, nel 1941. Ma il suo scheletro viene ritrovato nel deserto libico, da un gruppo di geologi, nel 1960…

Sembra l’inizio di un thriller, uno di quei bestseller che mescolano con disinvolta astuzia passato e presente e che hanno reso miliardario Clive Cussler. Invece è il punto di partenza di un saggio, una ricostruzione storica e narrativa che si legge e avvince appunto come un thriller, con la differenza che è tutto vero, documentato (e quando l’autore non è certo di quello che afferma, quando a partire dal materiale raccolto si avventura in ipotesi e supposizioni, lo segnala chiaramente e con onestà…). Due vite, due granelli di sabbia nel vortice della Seconda guerra mondiale, che di vite ne ha macinate a milioni. Eppure, tentando con pazienza certosina di ricostruire il mistero di queste due morti, Pinardi non solo si avvicina a una possibile (e forse probabile) verità, ma compie anche un viaggio nel passato recente dell’Italia, un viaggio che rivela un panorama poco confortante, in cui la storia (per forza di cose soggettiva, in quanto legata a modalità, volontà, onestà della ricostruzione e della narrazione che ne segue) è stata ed è troppo spesso piegata all’uso che ne fanno i vincitori (e di recente, vedi le polemiche furiose e talora squallide sul “revisionismo” di destra, anche certi sconfitti rimessi in gioco dalle contingenze della politica di basso conio…).

Sentiamo ancora l’autore. « L’Italia – cornice tanto importante di questa rappresentazione da diventarne a sua volta protagonista – non ne esce bene. L’Italia di allora ma anche l’Italia di tutti i decenni successivi. Continua a non ricordare. Eppure, probabilmente, non è un Paese senza memoria. Il problema è che pochi vogliono ricordare: a cosa serve? Se la memoria dà fastidio, se è un intralcio, se crea problemi, meglio cancellarla. Molto meglio deformare il passato e crearne uno di comodo in base alle convenienze del momento: prendere alcuni fatti più o meno noti, isolarli dal contesto, enfatizzarli e trarne pretesi insegnamenti universali politicamente utili ai potenti di turno. Se il trucco funziona, garantisce ai cortigiani carriere politiche e accademiche per qualche lustro…» (pag. 208).
Certo, in qualche modo lo sapevamo, lo sospettavamo. Ma sentirlo ribadire così, fa un certo effetto, e Pinardi lo dimostra con i fatti, con la narrazione, in parallelo a quella delle vicende del partigiano e dell’aviatore, anche della ricerca stessa: i testimoni sopravvissuti alla guerra decimati dal tempo, l’abbandono e la trascuratezza colpevole in cui sono lasciati documenti e archivi che andrebbero preservati come un tesoro nazionale, le versioni di comodo dei tanti doppiogiochisti, trasformisti e opportunisti dell’ultima ora. Specie numerosa, questa, in un paese largamente fascista (quanto meno “di comodo”, se non ideologicamente) fino al giorno prima e di colpo “partigiano” al momento di riscuotere i dividendi del dopoguerra; un paese che non ha saputo distinguere con correttezza e coraggio tra carnefici e assassini, in cui pochi hanno pagato e molti se la sono cavata senza difficoltà, spesso ricoprendo importanti posizioni negli apparati dello Stato… Tra Milano e il deserto libico, tra folle festanti e la morte in solitudine sotto il sole implacabile, lo scrittore improvvisatosi (con perizia e onestà intellettuale) ‘storico’ viaggia avanti e indietro nella vita e nella morte del partigiano e dell’aviatore; e noi lo seguiamo, sbirciando il suo quaderno di appunti, mentre ci racconta un pezzo di chi siamo, e di chi eravamo.

 

 

 


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