
Abbasso
la storia, viva la pubblicità!
ovvero La lobotomia
popolare
Settembre
2005
Etienne
Borgers, critico
e sceneggiatore
Trad.:
Giovanni Zucca
L’avvenire degli eroi è nella
memoria dei popoli.
Se questa frase lapidaria racchiude il fermento della giusta
celebrità, le manca il suo indispensabile corollario:
l’avvenire di un popolo è anche nella sua memoria.
I poteri di ogni sorta lo sanno fin troppo bene, e l’occultamento
dei fatti del passato è moneta corrente per i politici
che vogliono controllare il popolo senza essere infastiditi dalla
luce crudele gettata dal passato recente, che spesso fa da guastafeste.
Il
passato è lobotomizzato, senza permesso di soggiorno
o travestito da clown, a seconda degli umori di quelli che dirigono
i loro concittadini. Con l’eccezione del passato ufficiale,
per il quale viene ripetuta sempre la stessa solfa e che viene
costantemente esibito con i suoi simboli e il suo cerimoniale,
questo passato inscatolato che occupa la scena e impedisce che
le frange scomode del passato reale ostacolino le manovre di
travestimento del quotidiano e delle sue verità minacciose.
Rassicuratevi,
quando parlo di politici, non mi riferisco solo agli apparatchik
e agli altri arrivisti che si fanno eleggere « per
vie legali » promettendo alle masse di risolvere falsi
problemi. È l’intera classe di coloro che reggono
lo Stato che è presa di mira.
Si potrebbe affermare, d’altro canto, che una amministrazione è tanto
più pervertita, menzognera e corrotta quanto più nega
gli eventi del passato, sia che li occulti o che li ignori. E
non lasciamoci trarre in inganno, l’occultamento e l’ignoranza
programmati sono più pericolosi della negazione: essi
soffocano qualunque dibattito, con grande sollievo degli strangolatori
ufficiali della verità.
L’occultamento della memoria di un popolo è generalmente
proporzionale al grado di volontà di negazione della democrazia
da parte dei detentori del potere, ufficiale o parallelo... In
democrazia, e altrove. Nei governi e nelle elite loro complici,
in tutti i corpi costituiti, dall’esercito alla polizia,
passando per le Chiese e i tecnocrati di ogni genere... e presso
gli amici di questi poteri. È una gara a chi dimenticherà di
più, il più presto possibile.
Il
21° secolo occidentale si è dimostrato maestro
nel condizionamento sociale, mascherando con frenesia l’appartenenza
del cittadino a una classe o a una cricca. Tutti consumatori!
gestiti grazie all’alibi democratico. Tutti sottomessi
alle leggi di mercato, leggi i cui gran sacerdoti difendono con
ferocia l’accesso alla loro casta e ai privilegi che comporta.
Ad ogni costo. Prezzo che, sia esso umano o pecuniario, è pagato,
come è giusto che sia, dagli altri. Mentre la casta è fortemente
aiutata dall’oblio ufficiale imposto, dalla sepoltura
della memoria dei fatti essenziali, recenti o remoti.
I poteri non vogliono giustificare la loro esistenza. Né i
loro abusi. Né le loro manovre sottobanco, antidemocratiche.
Ancora meno coloro che li esercitano.
L’oblio organizzato è l’essenza della loro
irresponsabilità, irresponsabilità che vogliono
totale e senza appello. Nel presente e di fronte all’avvenire.
La verità appartiene solo al vincitore...
Abbasso la Storia, viva la Pubblicità!
Oggi sono solo nella panchina, la nostra solita panchina. Oggi fa freddo,
e Gino e Baldo non avevano voglia di uscire. Ho comprato il giornale
e mi sono seduto, ma il mio vecchio cappotto non basta a fermare il vento.
Mi alzo e vado al bar di Franco, mi siedo e ordino un cappuccino e la focaccia.
La focaccia la prendo soltanto perché a volte sento quello che dice
la moglie di Franco, sento che si lamenta. Parla a voce bassa, crede che
non possa sentirla, pensa che sia sordo. Parla a bassa voce col marito e
si lamenta, ma Franco dice sempre Era un amico di mio padre, e può stare
nel bar quanto vuole. E poi consuma, quindi ha diritto di sedersi.
Lui sa che non sono sordo, lo sa perché mi conosce bene, e io conoscevo
bene suo padre. Baldo mi ha detto che quando erano sul treno per Dachau,
piangeva, suo padre. Era solo un ragazzino, che stava sempre appiccicato
a Baldo, e i fascisti l’hanno arrestato con lui, lo hanno portato in
questura, e il padre di Franco non faceva che piangere, fino a quando li
hanno mandati a Bolzano e messi sul vagone.
Baldo dice che ci sono due cose che non ho mai dimenticato di quel viaggio.
Le lacrime del padre di Franco e la puzza di merda di quel vagone chiuso,
affollato di gente. Baldo dice che c’era un piemontese, che era malato,
e quando sono arrivati e hanno aperto il vagone il tipo era morto.
Il padre di Franco è morto l’anno scorso, aveva un tumore allo
stomaco. Siamo rimasti in pochi, ormai.
Forse è per questo che quando Gino e Baldo litigano ci resto male.
Quando a gennaio i russi hanno invaso l’Afghanistan, Gino li giustificava,
e Baldo diceva che sarebbe finita come per gli americani in Vietnam. Gino
si è incazzato, e Baldo si è incazzato ancora di più.
Sono rimasti un sacco di tempo senza parlarsi. Lo facevano anche quando eravamo
giovani, ma adesso soffro quando litigano.
Ricky dice che dopo la maturità farà la domanda per il servizio
civile. A me i militari stanno sulle palle ma penso che farò la naja.
Pensavo di fare l’AUC, così posso tirare su un po’ di
soldi. Rollo dice che non mi ci vede, a fare l’ufficiale. Veramente
non mi ci vedo nemmeno io, ma almeno guadagno qualcosa, dato che un anno
del cazzo lo devo fare. Rollo non lo farà, alla visita è riuscito
a farsi riformare. Ha parlato di non so quale articolo, comunque non lo farà,
e ride di noi, il bastardo.
Io gli ho detto che preferisco perfino farmi rompere il culo da un sergente
di merda piuttosto che stare tutto il giorno in questo cesso di piazza a
fumare e guardare le panchine con i vecchietti di giorno e i tossici di notte.
Ce ne sono tre, di vecchietti, che stanno sempre sulla panchina dall’altra
parte della piazza, davanti al fioraio. A volte li guardo, mi incuriosiscono.
Mio padre dice che erano tre partigiani, li conosce da una vita, sono più grandi
di lui. Dice che erano tre teste matte. Ma mio padre dice un sacco di cazzate.
Lui durante il fascismo era fascista, poi è diventato comunista, poi
democristiano. Adesso è socialista. A me la politica non interessa,
però sono d’accordo con mio nonno, che dice che i padroni cercano
sempre di mettertelo nel culo.
Rita, la sorella di Ricky, è nella FGCI. Una volta sono andato nella
loro sezione, ma soltanto perché c’era lei. Mi ha detto che
era contenta di vedermi lì, che non se lo aspettava. Mi ha fatto tornare
la sera dopo, perché c’era una riunione. Io mi rompevo le palle,
e la guardavo, guardavo i suoi capelli e i suoi occhi, guardavo quel maglione
scuro che si mette sempre. Ha il seno piccolo, Rollo dice che è magra,
ma a me piace così. Siamo usciti insieme un paio di volte, e l’ultima
volta ci ho provato. Le ho accarezzato i capelli, e ho cercato di baciarla,
lei non mi ha respinto, ma mi ha detto di aspettare, che la storia con il
suo ragazzo non è ancora finita. Le ho detto che avrei aspettato.
Però alle riunioni in sezione non ci sono più andato.
Gino
non è voluto uscire nemmeno oggi, non si sentiva bene,
allora stamattina io e Baldo siamo passati a casa sua e gli
abbiamo portato il giornale e la focaccia. Per fortuna oggi
non hanno litigato.
Gino è invecchiato tanto dall’anno scorso, da quando è morta
sua moglie. È stato un brutto colpo, per lui.
Siamo vecchi, ormai, siamo tutti sugli ottanta. A volte penso che forse
sarebbe il momento di farla finita, che senso ha continuare così?
Se avessi avuto un figlio forse adesso sarei come tutti gli altri, sarei
attaccato a un nipotino, lo coccolerei, lo vizierei. Non so, forse sarebbe
diverso, forse no.
Con Baldo abbiamo fatto una passeggiata e ci siamo fermati davanti al monumento
sulla piazza, abbiamo guardato i soliti nomi, abbiamo letto le solite stronzate
scritte sul marmo, abbiamo detto le stesse cose che ormai diciamo sempre.
Lui mi ha raccontato ancora di quando lo hanno arrestato i fascisti, proprio
lì vicino, davanti al fioraio, nel ’44, e mi ha anche raccontato
di quello che lo aveva tradito, e di come lo ha cercato quando è tornato
dal lager. Dice sempre che l’unica cosa che gli faceva sopportare
il lager era il pensiero di vendicarsi. Quando sono arrivati gli americani
a Dachau, nel ’45, pesava poco più di trenta chili, ma era
ancora vivo. Quando si è rimesso in forze è andato a cercarlo,
e lo ha trovato, l’infame. Era in un ospizio. Gli erano esplose due
bombe a mano che teneva in tasca durante un arresto, era sopravvissuto,
ma era finito su una sedia a ruote, sfigurato, pieno di ustioni. Un relitto.
Quando Baldo lo ha visto, l’infame non ha avuto paura. Baldo si era
portato la pistola, voleva farlo fuori, ma l’infame non aveva paura.
Sei venuto per ammazzarmi, gli ha detto.
Se ti ammazzo ti faccio un favore, ha risposto Baldo. Continua a strisciare
come un verme.
Lui si è messo a piangere, ha detto che anche lui sarebbe finito
così. Baldo gli ha sputato in faccia, poi gli ha detto No, io morirò in
piedi. Tu morirai strisciando, pisciandoti addosso, pieno di merda.
Passiamo
dalla bancarella dei libri, ne compro due e faccio l’errore
di tirare fuori il portafoglio. È un errore, perché vedo
uno di questi ragazzi che stanno sempre sulla piazza che
mi guarda e dice qualcosa a un altro, sottovoce. Anche Baldo
se ne accorge.
Salutiamo il tipo della bancarella e vediamo che i due ragazzi si alzano
e ci vengono dietro.
“ Provateci”, dice Baldo, sottovoce, e stringe il bastone.
E loro ci provano. Uno dei due mi viene addosso e cerca di infilare la
mano nella tasca della giacca. Cerco di spingerlo via, ma perdo l’equilibrio
e cado. Poi vedo Baldo che alza il bastone e lo colpisce sulla testa. Il
ragazzo urla e finisce in ginocchio, l’altro si avvicina a Baldo,
ma lui grida: “Provaci, dài, provaci”.
Poi arriva altra gente, uno cerca di afferrare il ragazzo, ma lui scappa,
e scappa anche quello che si è preso la bastonata. Mi fanno alzare
e mi portano nel bar di Franco, mi chiedono se sto bene, e io rispondo
di sì, sto bene, ma se mi lasciano un po’ spazio per respirare
posso stare meglio.
Oggi è stata giornata di merda, a scuola c’era ‘sto cazzo
di compito in classe, poi ho litigato con Toni e l’ho mandato a cagare.
Poi sono andato a casa e ho litigato con mio padre, poi ho litigato con mia
sorella. Ho mangiato, sono uscito, ho visto il padre di Salvo e mi ha detto
che non sa se quest’estate mi prende a lavorare nella sua officina.
Poi ho incontrato Rita, le ho chiesto se sabato esce con me, e mi ha detto
che non lo sa, almeno finché non si chiarisce con il suo ragazzo.
Una giornata di merda.
Sono andato in piazza e c’era solo Rollo, che fumava e guardava quei
due vecchi che stanno sempre nella panchina dall’altra parte delle
piazza. Veramente di solito sono tre, a volte litigano e gridano, ma sono
sempre insieme.
Adesso sono lì davanti al monumento, credo che sia un monumento della
Resistenza. Anch’io inizio a guardarli, non so perché, forse
perché non ho voglia di parlare e nemmeno Rollo ha voglia di parlare,
oggi.
Uno dei due vecchi si volta verso di noi, e devo dire che un po’ mi
impressiona. Ha questi occhi strani, uno sembra quasi chiuso, ma mi impressiona.
Lo dico a Rollo, e lui dice la stessa cosa, e Rollo non è uno che
si impressiona facilmente. Smettiamo di guardare i vecchi, e Rollo mi chiede
di Rita. Io inizio a parlare, forse volevo proprio parlare di Rita ma non
avevo il coraggio di farlo, sono contento che me lo abbia chiesto lui.
Poi vedo Rollo che si alza di scatto e corre. Lo seguo, e vedo i due vecchi.
Uno è a terra, e l’altro tira una bastonata sulla testa di un
tipo. Lo conosco, è Ivo, anche lui sta sempre sulla piazza, ma frequenta
un altro giro. Non mi piace, non mi è mai piaciuto. Veniva alle medie
con me, ed era un figlio di puttana, come il suo amico. Ma stavolta mi sa
che hanno sbagliato bersaglio, i due vecchi si sanno difendere, mi sa.
Rollo cerca di afferrare l’amico di Ivo, ma lui è svelto e scappa
via, insieme a Ivo. C’è anche altra gente, portiamo i vecchi
al bar, ma non mi sembra che stiano male. Li salutiamo e ce ne andiamo.
“ Tosti i vecchi, eh?”, dice Rollo.
“ Già”, rispondo, e penso che mio padre dice sempre delle
cazzate, ma forse aveva ragione, quando me ne parlava. Proprio delle teste matte.
Quello col bastone aveva uno sguardo che mi faceva quasi paura. Ho visto
che Rollo si è messo a parlare con lui, secondo me quei due sono proprio
uguali. L’altro invece mi sembrava triste. Non che avesse paura o altro,
però mi sembrava triste.
Un vecchio rincoglionito, ecco cosa sono. Chissà cosa avranno pensato
quei due ragazzi. Avranno pensato di fare una buona azione, aiutare due
vecchietti in difficoltà. Quel figlio di puttana che ha cercato
di prendermi il portafogli ho provato a spingerlo via, ma ormai non ho
più la forza che avevo prima. Baldo è stato pronto, e la
bastonata che gli ha tirato era forte, credevo che gli avesse spaccato
la testa. Baldo ha ancora la rabbia di una volta, è quella rabbia
che lo sostiene. In fondo credo che sia stato contento di quello che è successo,
ha potuto dimostrare a se stesso di essere ancora quello di una volta.
Gino
non esce più, lo andiamo sempre a trovare, ma a volte
preferirei non vederlo. Quando siamo usciti da casa, a Baldo
scendevano le lacrime. Ha detto qualcosa che non ho capito,
e quando gli ho chiesto di ripetere mi ha detto:
“ Niente, non era importante”.
Non ho capito, ma credo di sapere cosa stava pensando. Forse ha ragione
lui.
“ Ti ricordi quando siamo saliti sulla torre della casa del fascio, e abbiamo
appeso le bandiere?”, ha detto.
“ Certo che mi ricordo”, gli ho risposto.
“ Ti ricordi quello che abbiamo detto allora?”.
“ Me lo ricordo”.
“ E ti ricordi quello che ho detto dopo che ho visto quell’infame?
Io non voglio finire come lui. Lui se lo è meritato, ma io voglio morire
in piedi”.
Non ho detto niente. Ho guardato Baldo e l’ho abbracciato, la gente
ci guardava come se fossimo due rincoglioniti. Ti guardano e pensano che
sei rincoglionito. Abbiamo continuato a camminare in silenzio, siamo arrivati
nella piazza, la panchina era occupata, c’erano due ragazzetti. Allora
ho detto a Baldo di andare al bar, ma si è avvicinato uno, subito
non l’ho riconosciuto, poi mi sono ricordato. Era quel ragazzo che
ha tentato di afferrare il figlio di puttana che voleva il portafogli.
Ha fatto alzare i ragazzetti e ha detto che quella panchina era riservata,
che non dovevano più sedersi. Io gli ho chiesto di lasciar perdere,
che non era giusto, che potevano sedersi dove volevano, mi sembrava un’ingiustizia,
ma il ragazzo ha insistito, ha detto ai ragazzetti che noi meritavamo rispetto,
che per loro sedersi qua o da un’altra parte era lo stesso. Loro
hanno brontolato un po’, poi si sono alzati. Il ragazzo ci ha chiesto
se poteva sedersi con noi, e ha detto che il suo nome è Roberto,
anche se tutti lo chiamano Rollo. Lui e Baldo hanno iniziato a parlare,
e più li guardavo più mi rendevo conto di quanto si assomigliano.
Baldo da giovane era uguale a quel ragazzo. Poi è arrivato anche
il suo amico. Baldo ha raccontato di quando siamo saliti sulla torre della
Casa del Fascio e abbiamo appeso la bandiera. Poi si è intristito.
Rollo
non fa altro che parlare dei due vecchi, soprattutto di quello
con l’occhio un po’ chiuso. A me i due vecchi sono
simpatici, sono due con le palle, e se solo la metà delle
cose che ci hanno raccontato è vera, sono pazzeschi.
Ieri c’era la commemorazione del 25 aprile, in piazza,
c’era anche un assessore, c’era la banda, hanno
fatto un discorso. Io e Rollo siamo andati e abbiamo visto
Guido e Baldo, erano un po’ in disparte, annoiati. Gli
ho chiesto se avrebbero parlato anche loro. Si sono messi a
ridere, Guido ci ha detto che a lui non piaceva la retorica
sulla Resistenza, che tutta questa retorica annoiava la gente
e avrebbe distrutto il valore della Resistenza, il ricordo.
Baldo ha guardato l’assessore che parlava.
L’assessore ha detto Questi eroi che erano disposti a morire…
Baldo ha detto …ma non a morire di noia, poi ci ha portato al bar e
ci ha offerto da bere.
I due vecchi sono tosti, però vorrei che Rollo smettesse di parlarne,
ogni tanto. Siamo venuti in questa cazzo di discoteca per rimorchiare, ma
Rollo non fa che parlare dei due vecchi. A me non piacciono tanto le discoteche,
ma dato che Rita non ne vuole sapere di me, ho pensato di venire qui con
Rollo, però non è stata una buona idea. Forse era meglio se
venivo con Ricky. Mi siedo e inizio a bere, e ascolto Rollo, tanto ho capito
che per stasera, non c’è altro da fare. Poi la vedo. Rita entra
insieme a una sua amica, si guardano intorno e ci vedono. Mi volto, Rollo
mi chiede perché ho la faccia strana. Poi vede Rita e la sua amica,
e capisce.
“ Chiedile se vogliono sedersi con noi”, dice Rollo, sottovoce.
“ No”, rispondo.
“ Allora ci penso io”, dice, e si alza.
Non voglio che Rita si sieda con noi. Ma Rollo non mi sente, si avvicina
alle ragazze e inizia a parlare. Poi vengono verso di me. Cerco di alzarmi
ma le gambe non mi reggano, allora resto seduto, e guardo Rita, ma non dico
niente. Rollo racconta un sacco di stronzate all’amica di Rita, e l’amica
di Rita ride a tutto quello che dice. Rita invece non ride, ma continua a
guardarmi.
Poi Rollo chiede all’amica di Rita se ha voglia di ballare e lei accetta.
Restiamo soli, io e Rita, e continuiamo a guardarci.
“ Dov’è il tuo ragazzo?”, dico, guardando verso il bar.
“ Non lo so. Ma non è più il mio ragazzo. Ci siamo lasciati”,
risponde, e mi guarda come mi aveva guardato quel giorno, quando ero a quella
riunione pallosa.
Ieri hanno ricoverato Gino in ospedale, ha avuto un ictus. La vicina è passata
a trovarlo, ha bussato ma lui non rispondeva. Dato che l’aveva visto
entrare in casa dieci minuti prima, ha aperto la porta. Gino le aveva lasciato
le chiavi, per precauzione. Quando siamo passati da lui, la vicina ci ha
racconto di come lo ha trovato, in cucina. Siamo andati in ospedale, ma non
volevano dirci niente, e non volevano farcelo vedere, perché non era
orario di visita. Baldo si è incazzato, per fortuna c’era un
medico che conosco, è il figlio di un compagno. Quando conosci un
medico ti trattano meglio, gli altri medici. Sono solidali, tra loro.
Ma forse era meglio non vederlo, Gino. Quando siamo usciti, Baldo piangeva
di rabbia.
“ Piuttosto che finire così, col catetere e il pannolone, o su una
sedia con le ruote, a farmi prendere per il culo da un medico di merda, la faccio
finita”, ha detto.
Io non ho risposto. So che sarebbe capace di farlo. Lui sarebbe capace di
farlo.
Quando un infermiere è passato da Gino e l’ha chiamato nonno,
Baldo si è incazzato.
“ Si chiama Gino, e non è nonno. Non ha nipoti, e se li avesse non
sarebbero stronzi come te”, gli ha detto.
“ Ringrazia che sei vecchio”, ha risposto l’infermiere, e Baldo
si è incazzato ancora di più, e ho dovuto trascinarlo via.
Ieri sono stato al funerale dell’amico di Guido e Baldo. Si chiamava
Gino. Non lo conoscevo ma veniva quasi da piangere, forse erano gli occhi
di Baldo o la faccia triste di Guido, ma davvero mi veniva da piangere. C’erano
un paio di vecchi che avevano uno strano fazzoletto a strisce azzurre con
un triangolo rosso. Anche Guido lo aveva, mi ha spiegato che è il
fazzoletto degli ex deportati nei lager nazisti. Baldo è stato a Dachau.
Io non ne avevo mai sentito parlare, conoscevo Auschwitz ma di Dachau non
ne avevo mai sentito parlare. E poi credevo che avessero deportato solo gli
ebrei, invece Guido mi ha detto che solo un quinto degli italiani deportati
nei lager erano ebrei, gli altri quasi tutti prigionieri politici.
Al funerale hanno cantato un paio di canzoni, alcune le conoscevo, hanno
cantato Bella Ciao e Fischia il vento, e poi hanno cantato una canzone che
diceva Dai monti di Sarzana un dì discenderemo, e poi l’altra
strofa non me la ricordo, però ricordo la fine del ritornello, diceva
Il battaglion Lucetti son libertari e nulla più, e diceva Coraggio
e sempre avanti, la morte e nulla più, e quando la cantava, gli scendevano
le lacrime, a Guido. Poi lui e Baldo si sono abbracciati, e hanno abbracciato
anche altri due vecchi, un uomo e una donna. Li ho accompagnati io, in stazione,
con la macchina di mio padre, abitano vicino a Spezia. La donna era commossa,
parlava ma si vedeva che le scendevano le lacrime.
Poi ho accompagnato anche Guido e Baldo, erano seduti dietro e non parlavano,
e nemmeno Rollo parlava. Allora per dire qualcosa ho chiesto a Guido perché quella
canzone diceva Dai monti di Sarzana. Io ci sono stato a Sarzana, una volta,
e non ci sono monti. Guido mi ha guardato e si è messo a ridere, allora
hanno riso anche Baldo e Rollo.
Siamo andati a mangiare fuori, in una trattoria che conosce Guido, era tanto
che non ci andava. Dopo pranzo siamo stati a fare un giro in macchina. Baldo
mi ha chiesto se poteva guidare un po’. Io non sapevo che dire, è che
la macchina è di mio padre e se succede qualcosa si incazza. Poi ho
visto che ci teneva, e gli ho dato le chiavi. Quando scendevamo Rollo rideva
e diceva “Guida meglio di te, e tu non ti volevi fidare…”.
Gli ho chiesto se aveva la patente, e lui ha risposto che non l’aveva
più, perché l’ultima volta gli hanno fatto un sacco di
visite, perché aveva più di ottant’anni, e ha dovuto
fare anche una visita dal neurologo e dallo psichiatra, e che lo trattavano
come un deficiente e lui allora s’è incazzato e ha mandato a ‘fanculo
la dottoressa, e anche gli altri medici, li ha chiamati medici di merda.
Alla fine gliel’hanno rinnovata solo per un anno, così lui non
l’ha più fatta.
Baldo è triste
da quando è morto Gino. Parla poco, ha poca voglia
di uscire, sta sempre con lo sguardo fisso, e nello sguardo
ha qualcosa che non mi piace. So che gli voleva bene, a Gino,
anche se litigavano sempre. Baldo è fatto così,
nessuno riesce a farlo stare zitto, sono sempre stati tutti
così nella sua famiglia. E adesso che cominciano a
mancargli le forze, adesso che è vecchio, vecchio
nel corpo ma sempre giovane nello spirito, adesso per lui è dura.
Ricordo che il capitano che avevamo sul Carso gli diceva sempre Sei troppo
orgoglioso, è il tuo pregio e il tuo difetto.
Oggi Baldo non è voluto uscire, allora ho fatto un giro, sono stato
al supermercato e ho incontrato Andrea, ha voluto portarmi la spesa. Non
gli ho detto di no, ormai l’orgoglio è inutile.
Quando ha visto casa mia è rimasto sorpreso. Mi ha chiesto se ho
qualcuno che me la tiene a posto. Ho riso, e gli ho risposto che con la
mia pensione non posso pagare nessuno. Poi è rimasto sorpreso da
tutti i libri che ho in casa. Quando ha visto quelli dell’ingresso
gli sembravano già tanti. Gli ho detto che la maggior parte li tenevo
nell’altra stanza. Ha cominciato a guardarli, a sfogliarli, e mi
ha chiesto se gliene prestavo uno.
“ Prenditi quelli che vuoi”, ho risposto.
Poi ha visto le foto in salotto. Ha guardato quella in cui io, Baldo e
Gino siamo in divisa, sul Carso, nel ’17.
“ Lo sguardo di Baldo è sempre lo stesso”, ha detto.
In un altra foto sono con Gino davanti alla Camera del Lavoro, nel 1922.
“ La Camera del Lavoro di Genova?”, ha chiesto Andrea.
“ No, quella di Sestri Ponente”.
“ C’era la Camera del Lavoro a Sestri?”.
“ Certo, nel 1922 Sestri non faceva parte di Genova”.
“ Dov’era?”.
“ Sai dov’è la Croce Verde? La sede era lì. Nel 1922 è stata
assalita dai fascisti ed è stata bruciata”.
“ E nessuno ha provato a difenderla?”.
“ Certo che ci abbiamo provato. Anche la prima volta che l’hanno
assalita, abbiamo cercato di difenderla”.
“ Non ne sapevo niente”, ha detto Andrea.
“ Non è colpa tua”, ho detto sorridendo. “Alla Camera
del Lavoro di Sestri c’era l’USI, un sindacato anarchico. Ce lo ricordiamo
in pochi”.
Andrea ha annuito, pensieroso. Poi ha iniziato a guardare un’altra
fotografia.
“ Questi due siete tu e Baldo, ma l’altro chi è?”, ha
detto.
“ Lui è Argo Secondari. Eravamo a Roma, nell’estate del 1921,
il giorno della fondazione degli Arditi del Popolo”.
Infine, ha visto un’altra foto.
“È tua moglie?”, mi ha chiesto, e sembrava che si volesse
scusare.
“È mia moglie”, gli ho risposto. “Non ci siamo mai sposati,
ma era mia moglie”.
“ Lei è… sì, insomma, cioè…”, ha
balbettato.
Per toglierlo dall’imbarazzo, gli ho detto quello che voleva sapere.
“ Sì, è morta. Nel 1945, l’hanno arrestata i fascisti
e l’hanno consegnata alle SS”, ho detto tutto d’un fiato, quasi
con rabbia.
Poi siamo rimasti in silenzio, lui stava quasi per piangere, allora l’ho
abbracciato.
“ Scusa, non volevo, sembravo uno stronzo giornalista. Scusami…”,
ha sussurrato.
“ Scusami tu, non ce l’ho con te. È che sono passati trentacinque
anni, ma non riuscirò mai ad accettarlo”.
Poi gli ho detto se voleva bere qualcosa, e sono andato in cucina. Quando
sono tornato l’ho visto che guardava il gagliardetto, quello con
il teschio che tiene un pugnale tra i denti, e sotto c’è la
scritta A noi.
“ Ma questo non è un simbolo fascista?”, ha chiesto.
“ No, quello era un simbolo degli Arditi. Poi i fascisti se ne sono appropriati.
I fascisti hanno sempre copiato tutto, a cominciare dal nome”, ho risposto.
“ Ma chi erano questi Arditi, che non l’ho mica capito?”, ha
detto.
Ho
preso una decisione, ho deciso che dopo la maturità cerco
di fare il militare da ufficiale, come volevo già fare.
Così mi tiro su un po’ di soldi. Poi mi iscrivo
a Storia. Quando ho detto a Rollo che voglio fare l’università,
si è messo a ridere. Quando poi ha saputo che mi voglio
iscrivere a Storia, si è messo a ridere più forte.
Che mi frega.
Rita invece non si è messa a ridere, era contenta, ha detto che anche
lei dopo la maturità vuole continuare a studiare. Però non
se lo aspettava. Quando mi ha visto in casa tutti i libri di Guido, e soprattutto
quando ha visto che ne leggevo due alla settimana, ha sorriso. Mio padre
invece mi ha chiesto perché avevo così tanti libri. Mi sono
messo a ridere, perché a lui sembrano tanti una ventina di libri.
Se vedesse la casa di Guido, cosa direbbe?
Ieri ho parlato a Rita di Guido, le ho raccontato della sua vita, le ho detto
tutto quello che ha fatto, come se le raccontassi un film, perché la
vita di Guido è stata un film, e lo immagino come un film che inizia
in bianco e nero, ci sono Guido, Baldo e Gino, ragazzini. Poi la prima guerra
mondiale, sul Carso, loro tre con la divisa degli Arditi. Poi il bianco e
nero diventa colorato, la guerra è finita, D’annunzio va a Fiume,
con De Ambris e tanti ex Arditi, molti diventeranno fascisti, ma non tutti,
come Guido, Gino e Baldo. Poi scioperi nella fabbriche, le occupazioni, gli
scontri. Mussolini fonda i Fasci di combattimento, e all’inizio sembra
un gruppo di sinistra, anche se c’è di tutto, anche i sindacalisti
rivoluzionari. Malatesta era tornato dall’esilio, era stato acclamato
come il Lenin italiano, e Umanità Nova vendeva cinquantamila copie,
ma lui non voleva essere Lenin, lui odiava Lenin e tutti gli autoritari,
infatti quando Mussolini gli propose un’alleanza, Malatesta rifiutò.
Poi Mussolini si rivela per quello era, e inizia una guerra, una guerra piccola,
ma comunque una guerra. Nell’estate del 1921 Argo Secondari e altri
ex Arditi antifascisti fondano gli Arditi del Popolo, e Guido è con
loro, insieme ad anarchici, comunisti, socialisti, repubblicani, popolari,
dannunziani, sindacalisti rivoluzionari, corridoniani, tutti gli antifascisti
uniti, ma non è facile, i partiti di sinistra li ostacolano e i carabinieri
li arrestano. E nel 1921 i fascisti si trasformano in partito, dopo aver
perso le elezioni, e gli Arditi del Popolo combattono contro i fascisti a
Parma, a Viterbo, a Bari, a Sarzana.
E a Sarzana, nel luglio del 192,1 ci sono anche Guido, Gino e Baldo, e la
popolazione di Sarzana sconfigge i seicento fascisti di Dumini e anche i
carabinieri combattono contro i fascisti. Ma è l’unica volta
che succede, in quegli anni.
E Guido mi ha raccontato di essere stato anche a Parma, nell’agosto
del 1922. lo immagino nel film, con il suo fucile, col suo moschetto 91,
sulle barricate dell’Oltretorrente, mentre difende Parma dai fascisti
di Balbo. E immagino Balbo, che era un fascista ma era un uomo d’onore,
che è costretto a ritirarsi. Ma è l’ultima vittoria,
e gli Arditi del Popolo si sciolgono, poi vedo Guido nell’ottobre del
1922, dopo la marcia su Roma, dopo che Mussolini diventa capo del governo,
dopo che Argo Secondari viene aggredito sotto casa.
Rita è rimasta un po’ sorpresa quando le ho raccontato tutte
queste cose, ha detto che non pensava che mi interessassero. Io le ho risposto
che è merito di Guido, per quello che mi ha raccontato e per i libri
che mi ha prestato.
Ho continuato a raccontare a Rita la vita di Guido, il film della vita di
Guido. Dopo il 1926 scappa in Francia, lo vedo triste e rassegnato a Marsiglia,
a fare un vita miserabile, finché non scoppia la guerra civile spagnola
e lui è lì, nel Battaglione Garibaldi, poi lo catturano e lo
consegnano agli italiani.
Vedo Guido in prigione, e si ammala, poi guarisce e rincontra Baldo in prigione
e cercano di scappare insieme ma vengono catturati subito. Poi l’Italia
entra in guerra con la Germania nazista, ma Guido e Baldo sono sempre in
prigione. Nel luglio del 1943 gli americani sbarcano in Sicilia e Mussolini
cade, e viene fatto cadere da quello che lo avevano sempre sostenuto, e viene
anche arrestato.
Guido e Baldo tornano in libertà, ma le facce sorridenti che hanno
sono affiancate dagli aerei tedeschi che liberano Mussolini, nel mio film
e nasce la Repubblica di Salò e inizia le Resistenza.
Guido entra in una brigata di Giustizia e Libertà, mentre Gino era
in una brigata Garibaldi e Baldo in una squadra anarchica.
Baldo è tradito da un suo amico, i fascisti lo catturano e lo consegnano
alle SS, che lo portano nel lager di Bolzano, prima, poi in quello di Dachau,
in Germania. A Dachau hanno portato più di diecimila italiani, e di
quei diecimila ne sono tornati soltanto quattrocento.
Guido combatte in Piemonte, gli altri partigiani lo considerano un vecchio,
ma lui ha esperienza, sa combattere. Durante uno scontro viene catturato
da un reparto delle Brigate Nere, e torturato. Ha un sacco di cicatrici da
ustioni. Lo torturano perché vogliono avere delle informazioni. Guido
cerca di resistere, e per un po’ ci riesce, poi crolla e parla, però quel
tempo che ha resistito è bastato, perché i suoi compagni si
sono spostati.
Lo tengono prigioniero, a un certo punto sembrava che vogliano fucilarlo,
poi lo scambiano con un fascista catturato dai partigiani.
Quando Guido mi ha raccontato la sua vita, ho pensato che è incredibile
che uno come lui debba vivere così, in quella casa, lui e Baldo hanno
fatto cose incredibili, e anche Gino. E Gino è morto in quel modo,
con un medico che diceva che finalmente si era liberato un letto nel reparto.
Sono
preoccupato per Baldo, non l’ho mai visto così.
Lui non riesce a rassegnarsi alla vecchiaia, al decadimento
fisico. Forse non è soltanto questo. Forse è che
i suoi demoni, quelli che lo tormentano da sempre, adesso
sono più forti che mai, e lui non ha più la
forza, l’energia che aveva prima. Anche lui avrebbe
diritto alla serenità adesso, non dico alla felicità,
ma alla serenità. Invece continua a combattere contro
i suoi demoni.
Stamattina sono andato a trovarlo, ma non era in casa, era seduto sulla
panchina nella via davanti a casa sua, come un qualunque pensionato. Aveva
una faccia talmente triste, che quasi non avevo voglia di parlargli. Ho
pensato di far finta di niente e di allontanarmi, poi ho cambiato idea.
Mi sono avvicinato in silenzio, mi sono seduto accanto a lui. Baldo ha
appena mosso la testa e non ha detto niente .Siamo rimasti in silenzio
a lungo, lui guardava davanti a sé, ma forse non guardava davanti,
guardava indietro.
“ Ti ricordi quei carabinieri che ci volevano arrestare?”.
“ Certo che mi ricordo”, dico, e penso alla fine del 1917. Noi eravamo
entrati negli Arditi appena erano stati formati, e oltre alla divisa diversa,
ai dormitori migliori, al rancio decente, un fucile migliore dal moschetto 91
e ad altri vantaggi che i soldati comuni non avevano, avevamo anche una disciplina
più elastica. E combattevamo due guerre, una contro gli austriaci, una
contro i carabinieri, gli aeroplani, come li chiamavamo noi. I carabinieri erano
gli sbirri dell’esercito, le guardie del re, fucilavano i disertori, eseguivano
le decimazioni, denunciavano i soldati. Noi li odiavamo, e loro odiavano noi.
Ogni tanto un aeroplano finiva con le ali spezzate. Un giorno sono venuti a cercare
Baldo, e un altro tipo, uno che poi è diventato fascista. Li avevano ammanettati
e li stavano portando via, ma io avevo saputo che volevano farli fuori fingendo
un tentativo di fuga. Io e altri siamo riusciti a bloccarli sulla strada. Uno
dei carabinieri ci ha sparato addosso, allora abbiamo preso i moschetti e abbiamo
risposto. Baldo è riuscito a scappare e ha aiutato anche l’altro.
Non ricordo come si chiamava, ma ricordo che una volta, quando siamo entrati
negli Arditi del Popolo, Baldo se lo è ritrovato davanti durante uno scontro
con i fascisti, a Roma, nel ‘21. E quel giorno i carabinieri stavano con
lui.
Nel novembre del 1921 erano arrivati a Roma più di trentamila squadristi
fascisti, il movimento dei Fasci da Combattimento stava per trasformarsi
in Partito Nazionale Fascista, nonostante due anni prima Mussolini avesse
dichiarato di essere contro tutti i partiti. Ma d’altronde non era
la prima volta, e non sarebbe stata l’ultima, che Mussolini si contraddiceva.
E poi, in questo paese, tutti sono contro i partiti, soprattutto quelli
che li fondano.
Gli Arditi del Popolo di Roma chiesero rinforzi. Quando i fascisti uccisero
un ferroviere, il 9 novembre, i lavoratori della ferrovia scesero in sciopero
e lasciarono a piedi molti fascisti, nei quartieri periferici.
Il giorno dopo la città era divisa in due, con il centro in mano
ai fascisti, e la periferia controllata dagli antifascisti.
Dopo un carica dei carabinieri e delle guardie regie, Baldo si era nascosto
dentro un magazzino. Vide entrare dentro un altro uomo, aveva maglione
nero e pantaloni militari, l’elmetto Adrian, e sulla manica aveva
un teschio con le tibie incrociate. Era sicuramente un ex Ardito, ma di
che parte? Baldo puntò il moschetto 91 e gridò. L’uomo
si girò, puntando anche lui il fucile.
Si riconobbero subito, ma non dissero nulla, non fecero nulla, rimasero
immobili, a guardarsi negli occhi. Poi il fascista abbassò per primo
il fucile, e Baldo fece altrettanto. Il fascista gli fece un cenno con
la testa, Baldo replicò, aspetto che uscisse, poi uscì anche
lui. Non si incontrarono mai più.
Baldo
continua a guardare avanti e a pensare al passato, e restiamo
in silenzio, finché non arriva quel ragazzo, Rollo.
Si siede accanto a Baldo e ci saluta. Credo che si sia affezionato
a Baldo. Parliamo un po’, per un attimo Baldo sembra
dimenticare i suoi fantasmi, poi quando ci alziamo il ragazzo
fa il gesto di aiutare Baldo, che lo fissa e non dice niente.
Rollo resta col braccio a mezz’aria, buffo e con l’espressione
imbarazzata. Poi Baldo sorride e prende la sua mano. Ma il
sorriso è freddo, il suo sorriso mi fa quasi paura.
Ieri
sono andato a vedere i risultati della maturità, non
riuscivo quasi a crederci. Cinquantaquattro, come Traverso
e Sciutto, più di Vallarino. Nemmeno mio padre ci
credeva, pensava che lo stessi prendendo per il culo. Poi
quando gli ho detto che dopo il militare volevo fare l’università,
mi ha guardato storto.
“ A cosa ti iscrivi, a ingegneria?” mi ha chiesto.
“ No, a Storia”, ho risposto, e mi ha guardato come se fossi pazzo
ma almeno non si è messo a ridere come Rollo.
“ Fai le industriali e poi ti iscrivi a Storia? E poi con la laurea in
Storia che lavoro fai? Lo storico?”, ha detto. “E finché non
ti laurei, che fai? Credi che ti bastino i soldi del militare?”.
“ Posso lavorare e studiare. Credi che non ne sia capace?”, ho detto,
e gli ho fatto capire che volevo troncare la discussione.
Quando ho detto a Guido che farò una tesi di Storia Contemporanea,
sugli Arditi del Popolo, o sulla guerra civile spagnola, o sul fascismo,
sulla Resistenza, anche lui si è messo a ridere. Però non
mi ha dato fastidio come lo ha fatto. Mi ha detto di fare il militare prima,
poi di iscrivermi, iniziare a studiare, e dopo pensare alla tesi. Mi sono
messo a ridere anch’io, poi l’ho accompagnato da Baldo.
Lungo la strada Guido mi ha raccontato di un sacco di cose, e io sarei
rimasto ad ascoltarlo per ore. Guido ha letto molto, conosce un sacco di
cose. Quando siamo arrivati da Baldo, ho trovato Rollo a casa sua. Quei
due sono davvero diventati amici.
Ricky
l’altro giorno mi ha chiesto come mai frequentiamo
tanto i vecchietti, come li ha chiamati lui. Si è messo
a ridere e ha detto “Non è che volete fregargli
la pensione?”.
Non gli ho neanche risposto. Ricky è simpatico, è un bravo
ragazzo, e poi è il fratello di Rita, lo conosco da quando eravamo
bambini, ma in fondo mi è sempre stato un po’ sulle palle,
e poi adesso ha sempre quell’aria da intellettuale di sinistra, anche
se non ha letto nemmeno un decimo dei libri che ha letto Guido.
Rita invece è contenta, ma secondo me pensa che lo faccio per carità,
come il volontariato che fa Ricky. Voglio spiegarle che se io e Rollo li
frequentiamo, a Guido e Baldo, è perché, in un certo senso,
sono proprio amici. Sono due con le palle, sono due uomini che meritano
rispetto, perché non possono essere amici anche se hanno sessant’anni
più di noi? Secondo me la gente è sempre la stessa, in ogni
epoca. Ci sono gli uomini e le donne, ci sono i quaquaraquà, come
diceva Sciascia nel libro che ho portato alla maturità. Loro sono
uomini. L’età che cazzo c’entra?
Aveva ragione Baldo quando al medico del cazzo che trattava Gino come un
bambino rincoglionito, in ospedale, gli ha detto: “Quello è un
uomo. Ha ottant’anni, ma è un uomo”.
Certo, stasera con Rollo andremo in una discoteca, mettono sempre i pezzi
di Hendrix, anche se ormai sta andando di moda altra musica, la disco,
che a me fa schifo, come mi faceva schifo quel film che è uscito
l’anno scorso, quello con John Travolta.
Certo, con Guido e Baldo non andiamo in discoteca, non facciamo certe cose.
Ma mi piace quando ci vediamo e parliamo e beviamo un bicchiere insieme
e loro ci raccontano le loro storie. Hanno un sacco di cose da raccontare,
hanno fatto un sacco di cose, e io non mi vergogno di avere due amici come
loro. Ne sono orgoglioso.
Adesso
sono rimasto davvero solo. Sapevo che sarebbe successo, dentro
di me lo sentivo, sapevo che Baldo non avrebbe accettato di
finire come Gino, in ospedale. Sapevo che sarebbe stato capace
di farlo, sapevo che ne avrebbe avuto il coraggio, perché nonostante
quello che la gente dice, ci vuole un grande coraggio. Ma la
gente cosa ne sa? Cosa vuole capire?
Baldo è finito così, come aveva sempre detto.
Erano due giorni che non lo vedevo Non mi sentivo molto bene, ma anche a
stare solo due giorni senza vederlo, ero preoccupato. Allora sono andato
a casa sua, e quando ho girato l’angolo, quando ho visto l’ambulanza,
ho visto i carabinieri, ho capito subito.
Un carabiniere teneva la gente a distanza, e quando ha visto che mi avvicinavo,
mi ha detto che non c’era niente da vedere. Pensava fossi uno di quegli
stronzi morbosi che si incuriosiscono alle disgrazie, che vogliono vedere
gli incidenti.
“ Sto cercando una persona”, ho detto. “Una persona che abita
qui”.
Poi ho visto Rollo, che stava piangendo. L’ho chiamato lui è corso
verso di me, allora il carabiniere mi ha fatto passare.
“ Si è buttato dall’ultimo piano”, ha detto Rollo, e
mi ha abbracciato
Il maresciallo mi ha chiesto se ero un parente.
“ Qualcosa di più”, ho risposto. “Qualcosa di più”.
Rollo mi ha detto che c’era una lettera, per me, e una anche per lui,
in cui gli dice che gli sarebbe piaciuto avere un figlio, e avrebbe voluto
che fosse come lui.
Chiedo al maresciallo se posso tenere la lettera, ma lui risponde che deve
portarla al magistrato. Poi, mi guarda.
“ Magari, oggi pomeriggio, se passa in caserma, gliene faccio avere una
copia”.
Ho accompagnato Rollo a casa, era ancora sconvolto, più di me, e sulla
porta del palazzo abbiamo visto Andrea.
“ Che è successo?”, ci ha chiesto, quando ha visto le nostre
facce.
Ieri siamo stati al funerale di Baldo. Era da tanto tempo che non piangevo,
ma ieri non ce l’ho fatta, quando ho visto la cassa, quando Rollo
si è aggrappato a me e ho guardato Guido, non ce l’ho fatta.
Mi sentivo stupido, ma non riuscivo a trattenermi. C’erano anche
quei due di Sarzana, quelli che avevo visto al funerale di Gino. Sembravano
più vecchi di quando li ho visti, ed è passato così poco
tempo.
C’era anche un altro con loro, che quando è passata la bara
ha alzato il pugno chiuso, e istintivamente l’ho fatto anch’io.
Guido invece non l’ha fatto. Gli ho chiesto perché, e lui ha
alzato le spalle.
“ Non sono mai stato comunista”, ha detto.
Poi ha iniziato a canticchiare la canzone dell’altra volta, Dai monti
di Sarzana, e poi un’altra ancora, una canzone che diceva Avanti siam
ribelli, vendicator, vendicator… Del popolo gli Arditi noi siamo i
fiori più puri, fiori non appassiti nel fango dei tuguri…e le
altre strofe non le ricordo, però diceva anche Ognun corra a gettarsi
nel mezzo della mischia… Audace è sol chi rischia… Tiranni
ed oppressori, il duce, il papa, il re…e ognuno farà da sé,
e la canzone poi la cantavano anche i due vecchi e anche Rollo, e sembrava
che la conoscesse, e cercavo di andare dietro anche io, anche se non sapevo
le parole, e pensavo a Baldo, e mi scendevano le lacrime.
Ho accompagnato anche ieri i due vecchi di Sarzana alla stazione, mi hanno
abbracciato e mi hanno detto:
“ Il prossimo funerale sarà il nostro”.
Ho voltato la testa e mi sono asciugato una lacrima.
Guido non ha parlato molto, aveva lo sguardo lontano, adesso credo che si
senta davvero solo. Adesso è rimasto davvero solo. Mi dispiace per
lui. Vorrei riuscire a fare qualcosa. Ma cosa posso fare io?
Anche Rollo è giù, oggi sono stato a casa sua, gli ho chiesto
se aveva voglia di venire in spiaggia con me, ma non mi ha neanche risposto.
Allora non ho detto niente, e mi sono seduto per terra, nella sua stanza.
Siamo rimasti dieci minuti in silenzio, poi mi ha guardato come se si fosse
accorto di me solo in quel momento.
“ Che fa lì?”, ha detto.
“ Niente”.
“ Non vai al mare?”.
“ No. Ho cambiato idea. Non ne ho più voglia”.
“ Guarda che non ho bisogno della balia”.
“ Chi ti dice che hai bisogno della balia? Ho cambiato idea e ho voglia
di stare seduto qui. Ti do fastidio?”.
“ Se mi guardi con quella faccia, sì”.
“ Sarà bella la tua”, ho risposto, e ho iniziato a sfogliare
i suoi fumetti.
Stamattina
mi sono alzato e ho preparato il caffè, mi sono acceso
la solita sigaretta, anche se il medico ha detto che devo
smettere, e sono uscito nel balcone. Ho annaffiato le piante,
ho dato da mangiare al gatto e sono uscito. Ho fatto la spesa,
poi sono andato nella piazza, mi sono avvicinato alla panchina
dove stavamo sempre con Gino e Baldo, e stavo per piangere.
Adesso sono davvero solo.
Ho comprato il giornale e mi sono seduto sulla panchina, ma non riuscivo
a leggere. Allora mi sono alzato e sono andato dalla bancarella dei libri,
ho guardato un po’, e ho chiesto al ragazzo come mai non c’era
il vecchio.
“ Mio padre? Oggi non si sentiva bene”, ha detto.
“ Capisco”, ho risposto, poi mi sono fermato a parlare con lui.
Il tipo della bancarella ha detto che si ricordava di me, che mi vedeva
sempre insieme ad altri due, e mi ha chiesto dov’erano.
“ Sono morti, tutti e due”, ho detto, e lui non ha risposto, ha solo
abbassato lo sguardo.
Ho comprato un paio di libri, anche se ormai non so più dove metterli.
Ci vorrebbe una casa più grande, che non potrei permettermi. E poi,
in una casa più grande, mi sentirei ancora più solo.
Pensavo di dire ad Andrea di portarsi via tutti i libri che vuole, tutti
quelli che gli interessano. Qualcuno posso regalarlo a quelli della bancarella.
Mi tengo soltanto quelli che ogni tanto mi piace rileggere, e basta.
Sono
tornato a casa, oggi non ho visto Andrea, ma d’altronde
non posso pretendere che un ragazzo di diciannove anni passi
tutto il tempo con un vecchio come me. Sono uscito sul terrazzo
e ho guardato giù. Sono cinque piani. Farebbero impressione,
ma io non ho mai sofferto di vertigini. Cinque piani. Un
attimo, e tutto è finito.
Solo un attimo. Basta trovare il coraggio, o forse basta soltanto non pensarci.
L’inferno non esiste, per chi non ne ha paura. Baldo non ne aveva
paura. E io? Non so, io credo di averlo visto l’inferno, ho fatto
tre guerre, ho ammazzato degli uomini. Forse alcuni se lo meritavano, ma
altri non erano peggiori di me, e qualcuno sicuramente migliore. Ma pensavo
che fosse giusto così, pensavo che il mondo sarebbe stato migliore,
ma forse non sarà mai migliore, il mondo è quello che è,
il mondo è fatto dagli uomini, e gli uomini sono quello che sono,
e tutto sarà sempre uguale.
Venerdì sono
stato a trovare Guido, ultimamente non ci siamo visti molto,
un po’ mi sento in colpa, perché capisco che
adesso ha soltanto me, adesso non ha più nessuno,
e io sono pieno di casini.
E venerdì mi sono spaventato. Sono passato da casa sua e ho visto
l’ambulanza, e ho iniziato a correre, mi sembrava di impazzire, ho
pensato Fa’ che non sia successo, fa’ che non sia successo,
poi ho visto quelli della Croce Verde, c’era anche il cugino di Rita,
che portavano Guido sulla barella.
“ Che cos’è successo?”, gli ho chiesto.
Lui ha sorriso, non era un sorriso allegro però, e ha detto che
era caduto dalle scale. Al pronto soccorso ci hanno messo un sacco di tempo
a fargli le lastre, mi stavo incazzando, e uno degli sbirri mi ha detto
di calmarmi.
Guido ha sorriso e ha detto: “Mi sembri Baldo”.
Allora mi sono calmato, e ho aspettato.
Quando gli hanno fatto le lastre, hanno detto che si era rotto il femore,
una brutta frattura.
Lo hanno portato in ortopedia. Vado a trovarlo tutti i giorni, tutti e
due i turni. Ieri volevo fermarmi anche nel pomeriggio ma la troia della
caposala ha detto che non potevo restare.
Gli porto da leggere, anche se i libri che ha a casa li ha già letti
tutti, e parliamo. Mi ha raccontato della Spagna. Mi ha raccontato di Stalin,
gran figlio di puttana. Mi ha raccontato di quando Baldo è stato
nel sindacato, dopo la guerra, e di come ne è uscito poco tempo
dopo, disgustato. Mi ha raccontato di Gino.
Poi è arrivata un’infermiera nuova, giovane. Gli stava sistemando
la gamba, quando ha notato le cicatrici.
“ Che brutte cicatrici”, ha detto. “Come se le è fatte?”.
Guido mi ha guardato e non ha risposto.
“ Sono grosse”, ha insistito l’infermiera, “sembrano
ustioni”.
“ Con un ferro da stiro”, ha detto Guido.
Lei si è messa a ridere.
“ Andiamo… si è bruciato le gambe mentre stava stirando?”,
ha detto.
Allora Guido ha aperto la camicia del pigiama, ha scoperto il petto e la
pancia, e lei ha fatto un salto indietro e si è messa una mano davanti
alla bocca.
“ Non lo usavo io, il ferro”, ha detto, poi ha abbottonato la camicia.
Ieri
Guido mi ha regalato un libro che parla della strage di piazza
Fontana, una decina d’anni fa. Ero un bambino allora,
e mi ricordo poco, ma ricordo un giornale che parlava di
un mostro e il mostro si chiamava Valpreda, un ballerino
anarchico. Ricordo che mi faceva ridere l’idea di un
ballerino anarchico, pensavo a uno che balla scordinato e
fuori tempo.
Un mostro che era innocente, forse ingenuo, ma innocente, e che è stato
in galera ed è stato assolto solo l’anno scorso.
Guido mi ha parlato di quello, mi ha parlato della strategia della tensione,
mi ha parlato dei servizi segreti, mi ha parlato di un sacco di cose che
non sempre riesco a capire, ma ho voglia di capirle.
Mi ha parlato anche di Pinelli, amico di Valpreda, il ferroviere che è volato
dalla finestra della questura mentre lo interrogavano, mi ha detto che
era stato ai suoi funerali, a Milano, mi ha parlato della sua famiglia
che piangeva, e nessuno si ricorda del dolore di quella famiglia, quel
dolore è stato dimenticato, eppure di solito il dolore te lo fanno
vedere sempre, te lo sbattono in faccia ogni momento, in televisione, sui
giornali. Ma il dolore di quella famiglia no, dice Guido, quello è rimasto
nascosto.
Poi è successa una cosa strana. Mentre stavamo parlando delle stragi,
degli anni settanta, abbiamo sentito la radio del vicino di letto di Guido
che diceva che era caduto un aereo, un DC-9 in volo da Bologna a Palermo.
Pare che sia esploso sopra Ustica.
Adesso
riesco a camminare, con le stampelle, ma i medici hanno detto
che la frattura non si è saldata bene e che ci sono
problemi ai legamenti del ginocchio. Sono delle teste di cazzo,
ma hanno ragione. Ne ho parlato con Andrea, e mi ha detto che
a Bologna c’è un ospedale specializzato, e ho
deciso di andare a farmi visitare. Il nipote di uno che conosco è medico,
e mi ha dato il nome di un primario.
Andrea mi ha voluto accompagnare, e si è fermato a Bologna un paio
di giorni. Gli ho detto che non era il caso, ma lui ha risposto che si fermava
da una ragazza che conosce, una che studia all’università. Ha
detto che studia cinema. Non sapevo che studiassero anche cinema, all’università.
Comunque, mi sembra che Andrea abbia un certo interesse per questa ragazza,
quindi non ho insistito. Gli ho detto “Non prendere per il culo Rita,
credo che non se lo meriti”, poi quando ho visto la sua faccia, mi
sono pentito.
Scusami, non ho il diritto di giudicarti, di giudicare la tua vita. E poi
non sono tuo padre, gli ho detto.
A me non dispiacerebbe, se fossi mio padre, ha risposto.
Viene a trovarmi tutti i giorni, una volta è arrivato con questa ragazza,
carina, piccola, con i capelli un po’ strani, vestita strana. La ragazza
mi ha detto che Andrea le aveva parlato talmente tanto di me che voleva conoscermi.
Mi veniva un po’ da ridere, però in fondo mi ha fatto piacere.
Oggi mi hanno dimesso, l’operazione me la faranno dopo l’estate,
e sono contento, non avevo voglia di stare in ospedale adesso, ad agosto.
Andrea ha detto che sarebbe venuto a prendermi, ma quando non l’ho
visto arrivare, l’ho chiamato a casa della ragazza e gli ho detto di
non preoccuparsi, che avrei preso un taxi e ci saremmo visti in stazione.
Lui si è scusato, sembrava imbarazzato. Gli ho detto che se voleva
fermarsi a Bologna, non doveva preoccuparsi per me, sarei potuto tornare
da solo a Genova, che se preferiva restare lì, avrei capito.
“ Perché farti un viaggio con un vecchio come me, quando puoi rimanere
con una ragazza carina come lei?”, ho detto, cercando di scherzare.
Ma Andrea ha detto che gli andava di accompagnarmi, e poi che doveva ritornare
a Genova anche lui, perché doveva parlare con Rita. Gli ho risposto
che forse aveva ragione, probabilmente era proprio il caso di farlo.
Sono sceso dal taxi, e il tassista è stato molto gentile, mi ha aiutato
a scendere, mi ha tenuto le stampelle. È che quando incontro una persona
gentile resto sorpreso, ormai.
Ho fatto il biglietto e mi sono seduto a leggere il giornale. Sono qui da
quasi venti minuti, sono le dieci e un quarto, Andrea è in ritardo.
Chiudo il giornale e inizio a guardare la gente, a volte lo faccio. E vedo
un tipo che arriva vicino a me con una grossa borsa, si siede e molla la
borsa sotto la poltrona. Poi si alza e si allontana. Immagino che torni subito,
invece non torna. Mi sembra strano che si sia dimenticato la borsa. Forse
non aveva voglia di portarsela dietro al gabinetto o al bar, e magari ha
pensato che fosse troppo pesante perché qualcuno la portasse via.
Guardo l’orologio, sono le dieci e venti.
Vorrei bere un caffè ma c’è troppa gente in stazione.
C’è un bar dall’altra parte della piazza. Con le stampelle è dura.
Ma non importa. Posso farlo, voglio farlo.
Cristo, ieri notte ho bevuto troppo, ho davvero esagerato. Ho una faccia
che fa schifo. E poi, avevo promesso a Guido di passare a prenderlo in
ospedale, invece stavo ancora dormendo quando mi ha chiamato a casa di
Martina. Ho risposto al telefono e Guido quasi non mi riconosceva, chissà che
voce avevo. Ho guardato Martina mentre parlavo al telefono, era sdraiata
sul letto, nuda, io parlavo con Guido, guardavo il culo di Martina e
pensavo a Rita. Mi sento in colpa per quello che è successo. Devo
parlare con Rita. Devo spiegarle quello che è successo.
Se ci riesco.
Ho anche deciso di iscrivermi subito all’università, a settembre,
tanto prima che mi chiamino passerà un sacco di tempo, intanto m’iscrivo
e vediamo. Magari se devo dare qualche esame mi mandano in licenza. O forse
no? Devo informarmi.
Non è stato facile convincere Martina che dovevo partire. Mi ha chiesto
di fermarmi, ma le ho detto che dovevo accompagnare Guido, e allora si è convinta.
Non le ho detto che devo parlare con Rita. Quando si è alzata dal
letto, io mi stavo vestendo. Lei ha cercato di convincermi a rimanere, e
se non avessi promesso a Guido di partire con lui, non credo che sarei riuscito
ad andare. Ho dato un bacio a Martina, sono uscito di casa, sono saltato
sulla sua bicicletta e sono andato verso la stazione.
Pedalo,
e penso a una cosa che voglio dire a Guido.
Un’altra idea per la tesi. Ho pensato di fare una tesi su una strage
di Sant’Anna di Stazzema. Ce ne sono state tante, ci sono stati quindici,
forse ventimila morti in venti mesi, ma quella è stata una delle più grosse,
hanno distrutto tutto il paese, lo hanno bruciato, hanno ucciso un
sacco di bambini.
Sì, forse può essere una buona idea, ma prima voglio parlarne
a Guido. Come ha detto lui, intanto mi iscrivo e poi ci penso. Mi fermo,
fa caldo e sto sudando. Guardo l’orologio. Sono le dieci e venticinque.
Poi sento quell’esplosione. Sembra che venga dalla stazione. Pedalo
più forte. Poi vedo la stazione. Non riesco a credere che sia vero.
La gente si guarda, urla, indica la stazione. È un inferno. Qualcuno
dice che è esplosa una caldaia. Qualcuno grida che è una
bomba.
Poi vedo Guido.
È seduto sull’asfalto, si tiene la testa tra le mani.
“ Guido”, urlo. “Stai bene?”.
Lui solleva la testa, mi guarda, poi guarda la stazione.
“ No. Non sto bene”.
Mi siedo per terra, accanto a lui e lo abbraccio.
Sono le dieci e venticinque del due agosto, e Guido sta piangendo.
Nato a Cagliari
nel 1967, Ettore Maggi vive e lavora a Genova. Ha pubblicato
numerosi racconti noir su riviste e antologie, tra
cui
l’antologia di racconti ispirati al ventennio fascista Fez,
struzzi e manganelli (Europolar n. 2). Appassionato di temi quali
la memoria, la Resistenza partigiana e la storia del Novecento, sta
lavorando a un romanzo storico sul padre, che ha conosciuto la deportazione
nei lager nazisti.

Il
partigiano e l'aviatore
Davide Pinardi
Odradek,
2005, 220 pagine
Giovanni
Zucca
«La
memoria delle vittime dipende dall’identità dei loro
assassini.» È una frase di Davide Pinardi, autore di
noir, sceneggiatore e saggista che ben può racchiudere il
significato e il valore di questo vibrante libro sul tema della Memoria,
di cui raccomando caldamente la lettura.
Federico è un partigiano, di nobile famiglia,
che viene ucciso a Milano subito dopo il 25 aprile 1945, data ufficiale
della Liberazione dal nazifascismo.
Ucciso non dai fascisti, ma da altri partigiani, in circostanze assai poco chiare. Gianni è un aviatore, membro dell’equipaggio di un aerosilurante
S.79 (un velivolo soprannominato “il gobbo maledetto”) della Regia
(e fascistissima) Aeronautica italiana; ufficialmente caduto al largo di Creta,
nel 1941. Ma il suo scheletro viene ritrovato nel deserto libico, da un gruppo
di geologi, nel 1960…
Sembra l’inizio di un thriller, uno di quei bestseller che mescolano con
disinvolta astuzia passato e presente e che hanno reso miliardario Clive Cussler.
Invece è il punto di partenza di un saggio, una ricostruzione storica
e narrativa che si legge e avvince appunto come un thriller, con la differenza
che è tutto vero, documentato (e quando l’autore non è certo
di quello che afferma, quando a partire dal materiale raccolto si avventura in
ipotesi e supposizioni, lo segnala chiaramente e con onestà…). Due
vite, due granelli di sabbia nel vortice della Seconda guerra mondiale, che di
vite ne ha macinate a milioni. Eppure, tentando con pazienza certosina di ricostruire
il mistero di queste due morti, Pinardi non solo si avvicina a una possibile
(e forse probabile) verità, ma compie anche un viaggio nel passato recente
dell’Italia, un viaggio che rivela un panorama poco confortante, in cui
la storia (per forza di cose soggettiva, in quanto legata a modalità,
volontà, onestà della ricostruzione e della narrazione che ne segue) è stata
ed è troppo spesso piegata all’uso che ne fanno i vincitori (e di
recente, vedi le polemiche furiose e talora squallide sul “revisionismo” di
destra, anche certi sconfitti rimessi in gioco dalle contingenze della politica
di basso conio…).
Sentiamo ancora l’autore. « L’Italia – cornice tanto
importante di questa rappresentazione da diventarne a sua volta protagonista – non
ne esce bene. L’Italia di allora ma anche l’Italia di tutti i decenni
successivi. Continua a non ricordare. Eppure, probabilmente, non è un
Paese senza memoria. Il problema è che pochi vogliono ricordare: a cosa
serve? Se la memoria dà fastidio, se è un intralcio, se crea problemi,
meglio cancellarla. Molto meglio deformare il passato e crearne uno di comodo
in base alle convenienze del momento: prendere alcuni fatti più o meno
noti, isolarli dal contesto, enfatizzarli e trarne pretesi insegnamenti universali
politicamente utili ai potenti di turno. Se il trucco funziona, garantisce ai
cortigiani carriere politiche e accademiche per qualche lustro…» (pag.
208).
Certo, in qualche modo lo sapevamo, lo sospettavamo. Ma sentirlo ribadire
così,
fa un certo effetto, e Pinardi lo dimostra con i fatti, con la narrazione, in
parallelo a quella delle vicende del partigiano e dell’aviatore, anche
della ricerca stessa: i testimoni sopravvissuti alla guerra decimati dal tempo,
l’abbandono e la trascuratezza colpevole in cui sono lasciati documenti
e archivi che andrebbero preservati come un tesoro nazionale, le versioni di
comodo dei tanti doppiogiochisti, trasformisti e opportunisti dell’ultima
ora. Specie numerosa, questa, in un paese largamente fascista (quanto meno “di
comodo”, se non ideologicamente) fino al giorno prima e di colpo “partigiano” al
momento di riscuotere i dividendi del dopoguerra; un paese che non ha saputo
distinguere con correttezza e coraggio tra carnefici e assassini, in cui pochi
hanno pagato e molti se la sono cavata senza difficoltà, spesso ricoprendo
importanti posizioni negli apparati dello Stato… Tra Milano e il deserto
libico, tra folle festanti e la morte in solitudine sotto il sole implacabile,
lo scrittore improvvisatosi (con perizia e onestà intellettuale) ‘storico’ viaggia
avanti e indietro nella vita e nella morte del partigiano e dell’aviatore;
e noi lo seguiamo, sbirciando il suo quaderno di appunti, mentre ci racconta
un pezzo di chi siamo, e di chi eravamo.

|