Il giallo europeo nel mirino

n°4 Febbraio-Marzo-Aprile del 2006

 

 

Intervista con Anne Perry

di Simona Mammano
traduzione: Seba Pezzani

• 3 ottobre 2005 •


Simona Mammano: Come sei arrivata alla scrittura?

Anne Perry: Prima scrivevo romanzi storici, che non piacevano. Nel 1967 ho scritto il primo romanzo, con protagonista Pitt, pubblicato nel 1979. In quegli anni lavoravo come hostess, per mantenermi, ma il mio desiderio, da sempre, era fare solo la scrittrice.

 

S.M.: Cos’è il romanzo di genere giallo nei paesi anglosassoni e cos’è per te?

A.P.: Il mistery è ottimo per esplorare la società e per poterne parlare. In Inghilterra, nelle librerie, c’è ancora la suddivisione tra romanzo e mistery. Questi ultimi sono in scaffali a parte. Io penso, invece, che il mistery può essere leggero, una lettura spensierata, ma anche una denuncia sociale. Uno spaccato della realtà che dia la possibilità di esplorare problematiche di natura morale, è questo tipo di romanzo quello che preferisco.

 

S.M.: Chi è che fa la differenza? I lettori che si dividono tra coloro che prediligono la trama e quelli che desiderano riflettere?

A.P.: Dio benedica questi ultimi. Penso sia sbagliato da parte di uno scrittore creare solo violenza, senza esplorare la società. Possono esserci i serial killer, ma è indispensabile che servano ad indagare la natura umana, che non siano fini e se stessi. A tal proposito amo i libri di una famosa scrittrice americana, Janet Evanovich.

 

S.M.: Cosa vuoi comunicare con i tuoi libri sulla Grande Guerra?

A.P.: L’intenzione non è quella di dare un giudizio secco su cosa sia il bene o il male. Mi interessa l’intimo delle persone, le loro sfumature. E’ interrogandosi che si può individuare la differenza tra bene e male. Questa è una serie di 5 libri. La mia idea è di porre davanti al lettore una situazione così intensa, per la sua tragicità, capace di togliere il respiro. Un avvenimento tale capace di ribaltare le posizioni, dove c’è una forte ambivalenza morale. Ad esempio, Giustizia in prima linea si apre con Joseph (il protagonista, un cappellano militare, n.d.r.) che giudica un giornalista di guerra per il suo atteggiamento. Più avanti sarà Joseph a trovarsi nelle stesse condizioni del giornalista, ad affrontare quindi una situazione simile.

 

S.M.: Parlando con i tuoi lettori, non hai avuto l’impressione che ciascuno di loro abbia dato una diversa interpretazione sul valore morale della guerra, che coincida con le proprie convinzioni?

A.P.: E’ molto interessante ciò che tu mi chiedi. Secondo me l’interpretazione di un libro è soggettiva. Le persone tendono ad identificarsi nelle loro convinzioni. Io non ho dato una posizione netta. Penso che la guerra sia terribile, però esistono cose peggiori. Le persone devono avere dei valori tanto alti che si deve sacrificare qualcosa per quei valori stessi, per dimostrare che ci stanno a cuore. Ad esempio, siamo disposti a sacrificare qualcosa di noi stessi per l’ambiente, usando meno la macchina? Siamo pronti a dire agli Stati Uniti di usare meno petrolio ed impedirne in questo modo un uso eccessivo? E’ sicuramente una scelta molto impopolare, ma è importante avere dei valori di riferimento. Non sarei stata in grado di scrivere un libro come questo, se non avessi prima indagato in fondo a me stessa.

 

S.M.: Che valore hai voluto dare alla figura di Joseph?

A.P.: Il viaggio spirituale di Joseph è essenziale in questo e negli altri libri della serie. Perché lui si sente incapace di aiutare i soldati che stanno combattendo, impedire che muoiano, porre fine al loro dolore. Egli non si sente nemmeno di consolare i soldati ricordando loro che c’è Dio, perché tutto sembra far pensare che Dio non ci sia. Nel Vangelo Gesù chiede ai discepoli di vegliare una notte con lui. Loro, però, si addormentano. Ebbene, credo che Joseph dica agli uomini in trincea: “veglierò su di voi, vi sarò vicino”, non può fare altro per loro.

 

S.M.: Raccontare nei tuoi libri due periodi così diversi, epoca vittoriana e Grande Guerra, ha indubbiamente provocato un doppio lavoro di ricerca, necessario per curare l’ambientazione. Perché questa decisione?

A.P.: E’ stata una sfida per me. Se non cresci muori! Mi piace non ripetermi, affrontare questioni morali diverse.

 


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