Intervista con Anne Perry
di Simona Mammano
traduzione: Seba Pezzani
• 3
ottobre 2005 •
Simona Mammano: Come
sei arrivata alla
scrittura?
Anne
Perry: Prima scrivevo romanzi storici, che non piacevano.
Nel 1967 ho scritto il primo romanzo, con protagonista Pitt,
pubblicato nel 1979. In quegli anni lavoravo come hostess,
per mantenermi,
ma
il mio desiderio, da sempre, era fare solo la scrittrice.
S.M.:
Cos’è il romanzo di genere giallo nei paesi anglosassoni
e cos’è per te?
A.P.: Il
mistery è ottimo per esplorare la società e
per poterne parlare.
In Inghilterra, nelle librerie, c’è ancora
la suddivisione tra romanzo e mistery. Questi
ultimi sono in scaffali a parte.
Io penso, invece, che il mistery può essere leggero, una lettura
spensierata, ma anche una denuncia sociale. Uno spaccato della realtà che
dia la possibilità di esplorare problematiche di natura morale, è questo
tipo di romanzo quello che preferisco.
S.M.: Chi è che
fa la differenza? I lettori che si dividono tra coloro che prediligono
la trama e quelli che desiderano riflettere?
A.P.: Dio
benedica questi ultimi. Penso sia sbagliato da parte di uno scrittore
creare solo violenza, senza esplorare
la società. Possono
esserci i serial killer, ma è indispensabile che servano
ad indagare la natura umana, che non siano fini e se stessi.
A tal proposito
amo i libri di una famosa scrittrice americana, Janet Evanovich.
S.M.: Cosa vuoi comunicare con i tuoi libri sulla Grande Guerra?
A.P.: L’intenzione non è quella di dare un giudizio secco
su cosa sia il bene o il male. Mi interessa l’intimo delle
persone, le loro sfumature. E’ interrogandosi che si può individuare
la differenza tra bene e male. Questa è una serie di 5 libri.
La mia idea è di porre davanti al lettore una situazione così intensa,
per la sua tragicità, capace di togliere il respiro. Un avvenimento
tale capace di ribaltare le posizioni, dove c’è una
forte ambivalenza morale. Ad esempio, Giustizia in
prima linea si
apre con Joseph (il protagonista, un cappellano militare, n.d.r.)
che giudica un giornalista di guerra per il suo atteggiamento. Più avanti
sarà Joseph a trovarsi nelle stesse condizioni del
giornalista, ad affrontare quindi una situazione simile.
S.M.: Parlando
con i tuoi lettori, non hai avuto l’impressione che
ciascuno di loro abbia dato una diversa interpretazione sul valore
morale della guerra, che coincida con le proprie convinzioni?
A.P.: E’ molto interessante ciò che tu mi chiedi. Secondo
me l’interpretazione di un libro è soggettiva. Le persone
tendono ad identificarsi nelle loro convinzioni. Io non ho dato una
posizione netta. Penso che la guerra sia terribile, però esistono
cose peggiori. Le persone devono avere dei valori tanto alti che
si deve sacrificare qualcosa per quei valori stessi, per dimostrare
che ci stanno a cuore. Ad esempio, siamo disposti a sacrificare qualcosa
di noi stessi per l’ambiente, usando meno la macchina? Siamo
pronti a dire agli Stati Uniti di usare meno petrolio ed impedirne
in questo modo un uso eccessivo? E’ sicuramente una scelta
molto impopolare, ma è importante avere dei valori
di riferimento. Non sarei stata in grado di scrivere un libro
come questo, se non
avessi prima indagato in fondo a me stessa.
S.M.: Che valore hai voluto dare alla figura di Joseph?
A.P.: Il
viaggio spirituale di Joseph è essenziale in questo e negli
altri libri della serie. Perché lui si sente incapace di aiutare
i soldati che stanno combattendo, impedire che muoiano, porre fine
al loro dolore. Egli non si sente nemmeno di consolare i soldati
ricordando loro che c’è Dio, perché tutto sembra
far pensare che Dio non ci sia. Nel Vangelo Gesù chiede ai
discepoli di vegliare una notte con lui. Loro, però, si addormentano.
Ebbene, credo che Joseph dica agli uomini in trincea: “veglierò su
di voi, vi sarò vicino”, non può fare
altro per loro.
S.M.: Raccontare
nei tuoi libri due periodi così diversi, epoca
vittoriana e Grande Guerra, ha indubbiamente provocato un doppio
lavoro di ricerca, necessario per curare l’ambientazione. Perché questa
decisione?
A.P.: E’ stata
una sfida per me. Se non cresci muori! Mi piace non ripetermi, affrontare
questioni
morali diverse.