Il giallo europeo nel mirino
n°4 Febbraio-Marzo-Aprile del 2006

 

 

Lotta di Classe

 

William Gambetta, Vite Ribelli, intervista a Pino Cacucci

Dominique Manotti, Lotta di classe

 


Vite Ribelli
Uscire dal grande freddo
degli anni ottanta attraverso la scrittura

Intervista a Pino Cacucci

William Gambetta

Tratta dalla rivista Zapruder

Storie in movimento, n. 7, maggio/agosto 2005
Riprodotto con il consenso della Redazione

“Gli tornò alla memoria Gaetano Bresci e si chiese che cosa potesse spingere un uomo a sacrificare la propria vita in nome dell’azione esemplare. Tre pallottole nel petto del re, un re così galantuomo da aver dato una medaglia al generale Bava Beccarsi, per le sue cannonate sui dimostranti… quando Bresci scaricava il suo revolver su Umberto I, Jules riceveva i gradi di sergente. Aveva letto i particolari sui quotidiani, al chiuso della latrina per non farsi notare da superiori e spioni. Bresci, meno di un anno dopo, era stato ucciso a bastonate nella cella di isolamento in cui lo avevano rinchiuso. Un suicidio secondo la versione ufficiale. E che altro poteva aspettarsi? La sua, in fondo, era stata fin dall’inizio una missione suicida. In quanto ai re, hanno sempre i loro figli a cui passare lo scettro e il comando dei cannoni da puntare sulla folla. Niente era davvero cambiato in Italia, concluse Jules. Ma, in definitiva, c’era un modo concreto per cambiare qualcosa? Servivano, forse, le micidiali bombe di un Emile Henry o di un Ravachol? Se quest’ultimo, per Jules, ear soltanto un mezzo matto, Henry risultava invece un intellettuale e fine letterato, i cui genitori avevano combattuto nella Comune di Parigi, e che era giunto alla decisione estrema di procurarsi tre chili di clorato di potassio, un flacone di sodio e venti candelotti di dinamite, dopo aver constatato l’inutilità delle parole e degli scritti contro la repressione dello stato. Ma le stragi di borghesi e poliziotti avevano offerto al potere l’occasione di sobillare l’opinione pubblica a tal punto da consentire il varo di leggi degne della peggiore tirannide, che davano a polizia e magistratura illimitati poteri nella persecuzione dei “sovversivi”.”
(da In ogni caso nessun rimorso, Feltrinelli, 1994, pp. 93-94)

Nato ad Alessandria, in Piemonte, nel 1955 e cresciuto a Chiavari, in Liguria, a metà degli anni settanta Pino Cacucci si trasferisce a Bologna dove frequenta il DAMS e i movimenti antagonisti. All’inizio degli anni ottanta trascorre lunghi periodi all’estero: prima a Parigi e Barcellona, poi in Messico e Centroamerica. I suoi primi volumi di rilievo sono Outland rock (1988) e Puerto Escondido (1990), dal quale Gabriele Salvatores ha tratto il film omonimo. All’intenso lavoro di narratore affianca presto l’attività di traduttore e curatore di volumi sull’America latina e, dagli anni novanta, arricchisce sempre di più il suo narrare con l’interesse per la storia pubblicando ad esempio, nel 1991, Tina (una biografia di Tina Modotti), In ogni caso nessun rimorso (sulla banda di Jules Bonnot, 1994), Demasiado corazòn (1999), Ribelli! (2001) fino all’ultimo Oltretorrente (2003).
Nel 2005 ha pubblicato, sempre da Feltrinelli, Nahua.

 

Molto del tuo lavoro di “narratore di storie” è dedicato a far riemergere figure di ribelli “scomodi”, dimenticati o messi da parte dalla retorica ufficiale. Penso alla ricostruzione delle vite di Tina Modotti o di Jules Bonnot, o al collage di esperienze umane di Ribelli!, o all’ultimo Oltretorrente sulle barricate antifasciste a Parma… sembra quasi il frutto di un unico impegno, ancora in corso…

La mia passione per la storia è di vecchia data, credo sia stata l’unica materia che mi intrigava fin da ragazzino, a scuola. Ma ho sempre, già ai tempi delle medi inferiori, avvertito una sorta di scollatura tra la storia “ufficiale” e la storia delle persone, degli esseri umani, dei tanti senza nome che fanno veramente la storia. Un esempio concreto, che mi è rimasto impresso per quanto mi bruciò, allora: in prima media ci diedero un tema dal titolo La Grande guerra nei ricordi del nonno. Essendo del ’55, quasi tutti avevamo un nonno reduce da quella carneficina, che però, sui libri, veniva raccontata come una splendida epopea di eroismi e abnegazione, di entusiastica difesa della patria, e via cantando. Mal me ne incolse… perché io ho avuto la fortuna di un nonno che mi raccontava le sue esperienze, vecchio contadino comunista libertario, sbattuto in trincea a 17 anni (un “ragazzo del 99”, come recitano ancora alcuni nomi di vie cittadine), e raccontava di soldati disperati, fucilati perché esitavano a correre incontro alle mitragliatrici, di generali che estraevano la pistola d’ordinanza e sparavano in testa ad alpini che avevano “mancato di rispetto”, di reclute che aspettavano l’ordine di assalto per sparare a loro volta nella schiena degli ufficiali, e soprattutto di nottate in cui i contadini italiani dialogavano con i contadini austriaci, e si scambiavano tozzi di pane o patate mezze marce, e si chiedevano perché, l’indomani, avrebbero ricominciato a scannarsi… Solo tanti ani dopo avrei trovato qualche notizia, frammentaria e poco approfondita, sui tanti casi di “fraternizzazione” tra nemici che a volte bloccarono le offensive e le operazioni belliche. Questi erano i racconti di mio nonno, e io li misi a mia volta nel mio tema. Apriti cielo… Venni additato dal professore come un esempio di fantasia perniciosa, di invenzioni che offendevano l’amor patrio, e così via. Fu un trauma, ma salutare. Sapevo che mio nonno non era un bugiardo. E cominciai a imparare che c’è una storia dei testi scolastici, imbalsamata e coperta di ragnatele patriottarde, e cioè la storia degli esseri umani, profondamente diversa da quella “ufficiale”. Poi… scrivendo, l’attrazione per figure di ribelli, di perdenti che non sono vinti perché non hanno perso la dignità, mi ha istigato a cercare, a soddisfare la curiosità, il bisogno di sapere cosa provano, sentono, fanno, quali amori odi, frustrazioni, gioie e delusioni hanno provato personaggi che, sui testi della storia imbalsamata, non compaiono neppure o vengono citati come reietti, marginali, se non addirittura faziosi avventurieri o poveri illusi senza speranza… Forse è proprio l’ostracismo, il non detto, la voluta ignoranza, a spingermi a volerne sapere di più. In fondo, così è nata la mia passione per Tina Modotti, che non si è certo esaurita con la stesura di un paio di libri, tanto che a ogni nuova edizione aggiungo qualcosa che ho trovato nel frattempo.

 

Nei tuoi volumi – sia quelli di carattere storico sia quelli ambientati nel presente o in un recente passato – emerge spesso un’esigenza di raccontare le radici più profonde dei protagonisti e dei loro ambienti sociali e culturali… Che importanza affidi alla dimensione storica, quando scrivi?

La dimensione storica è fondamentale per capire le motivazioni che hanno spinto certe persone – cioè i protagonisti delle storie che mi piace narrare – a compiere determinate scelte. Senza la ricostruzione dell’ambiente, del clima politico e sociale, degli accadimenti di portata epocale, una vicenda umana resterebbe relegata alla nuda cronaca, un po’ simile ai telegiornali che spiattellano morbosamente l’ultimo evento politico e non si chiedono cosa abbia indotto a farlo succedere. La vicenda umana – e politica – di un Jules Bonnot, senza raccontare cosa fu l’altra faccia della Belle Epoque, con la miseria di operai e minatori, con le cariche a colpi di piattonate o le fucilate sugli scioperanti, le schedature dei lavoratori “sovversivi” condannati così a restare disoccupati, le quotidiane umiliazioni intollerabili, gli stenti e la repressione, senza tutto questo Bonnot resta relegato in un museo di criminologia, privato della carica di umana sensibilità che lo portò a diventare il nemico pubblico numero uno della Francia apparentemente gaudente e spensierata. Oppure, che senso avrebbe raccontare le imprese di Silvio Corbari senza scavare nelle divisioni all’interno della Resistenza, della “ragione di partito” che frustrava spesso l’ardore di tanti… Certo, a volte scavare nella memoria provoca dispiaceri, come accade con le cose che ho scritto su Tina Modotti, che hanno suscitato svariate reazioni infastidite da parte di chi vorrebbe conservarne la memoria come di una eroina della rivoluzione, di chissà quale rivoluzione, poi, non saprei… L’immagine limpida di una donna tutta passioni e purezza, senza l’epoca di cannibalismo in cui visse, e che ci ha lasciato in eredità più misteri insolubili, più dubbi che certezze, riguardo la sua esistenza. Insomma, tentare di ricreare la dimensione storica è irrinunciabile, altrimenti, tutto resterebbe in superficie, senza spessore, a tratti inspiegabile.

 

In alcuni romanzi e racconti, mi sembra che il confronto con gli studi storici e la documentazione archivistica sia stato particolarmente accurato, ma quali sono gli aspetti che di un documento, di un ritratto o di un luogo ti attirano maggiormente?

Forse quelli che al momento passano inosservati, quelli che compaiono inavvertitamente e suscitano nuove curiosità, nuovi motivi i indagare più a fondo. Per esempio, le schedature degli Arditi del popolo di Parma, che vennero realizzate da oscuri questurini, magari tramite occasionali informatori, e che rilette oggi ci danno un involontario – per chi scriveva allora – ritratto delle abitudini quotidiane, delle frequentazioni, aiutando così a ricostruire un quadro d’insieme. Oppure, altro esempio recente, un amico che stava compiendo ricerche per altri motivi, mi ha segnalato un’informativa della questura di Udine che segnalava Tina Modotti, sedicenne, come “dedita alla prostituzione clandestina”… Per carità, nessun prurito morboso al riguardo, ma quelle due righe distratte mi hanno fatto ripensare a un passo del diario di Weston che prima avevo riportato senza riflettere, in cui dice che Tina “aveva venduto il suo corpo ai ricchi” per miseria, per sopravvivere… Si riferiva forse a confidenze fatta da Tina rispetto alla sua adolescenza di fame e privazioni? Chissà, ma l’informativa prefettizia riapre il discorso prima trascurato. E così in tanti altri casi. I luoghi, poi, mi affascinano enormemente… Cerco sempre di andare nei luoghi che hanno assistito a certe vicende, che hanno “visto” la vita dei personaggi di cui sto narrando… A volte temo di farlo con uno spirito romantico un po’ insensato, illudendomi che una casa, una strada, una città. Possano trasmettermi sensazioni del vissuto remoto, ma al tempo stesso c’è una motivazione razionale, in questa voglia di tornare nei luoghi scenario dei fatti e delle esistenze, perché anche le mutazioni subite raccontano qualcosa, o comunque, vedere i luoghi mi aiuta nel ricreare l’ambientazione, e questo per me è sempre importantissimo, perché mi piace “sceneggiare” ogni tanto le vicende, con gesti azioni dialoghi e sarebbe assurdo farle svolgere in luoghi che non ho mai visto…

 

Tu inizi a scrivere sul finire degli anni settanta, dopo aver partecipato al movimento del 1977 a Bologna… Che importanza ha avuto quell’esperienza nel tuo lavoro?

Un’importanza assoluta. Quando si sono spenti i fuochi – quelli in strada come quelli nell’animo – e una generazione colpevole di “eccesso di sensibilità” si è dispersa tra riflusso, repressione, fornace della lotta armata o suicidio – diretto o tramite eroina, poco importa, in fondo anche la scelta della pistola fu un suicidio più o meno rapido – a quel punto, abituato com’ero a vivere in piazza, in strada, collettivamente, quando fuori è cominciata la glaciazione, mi sono ritrovato al chiuso di una casa e ho cominciato a scrivere… Uno sfogo salutare. Non è un caso che tanti della mia generazione abbiano cominciato a scrivere proprio sul finire degli anni settanta, quasi sentissimo il bisogno di continuare a vivere con la fantasia – con la scrittura – una realtà che si era frantumata, sbriciolata, bruciata. Mi è successo di mettere in pratica, in un certo senso, quello che dice il mio amico Sepulveda: prima vivi, e poi scrivi. Cioè, che senso avrebbe narrare se non hai fatto esperienze da narrare? Io, nel mio piccolo, ho partecipato a una stagione di grande ribellione, e poi, per evitare sia una fine spaventosa sia uno spavento senza fine, mi sono messo a narrare di ribelli… Magari lontani nel tempo, perché credo che sia meglio narrare le ribellioni altrui, in quanto le proprie… siamo troppo coinvolti, e ci vuole un po’ di distanza dagli eventi, per raccontarli. Oggi provo spesso delusione, quando qualcuno ci prova – nei libri e nei film – e immancabilmente si ferma alla superficie, e non riesce a far rivivere soprattutto il clima di allegria, di ironia e autoironia che ci animava (perché ci siamo anche divertiti, eccome: sbeffeggiare il potere e i “benpensanti” era la spinta primaria del nostro agire, mentre altri vagheggiavano un’irreale “presa del potere” che si sarebbe trasformata in incubo), mentre emerge quasi sempre soltanto la cupezza, la tetra scelta distruttiva che purtroppo abbiamo in qualche modo tramandato, ma che non ci apparteneva.

 

E quale, invece, quella dei tuoi lunghi viaggi in Messico e Centroamerica?

Scrivere e viaggiare mi hanno salvato la vita. Non so che avrei fatto, se fossi rimasto fermo e senza scrivere. Testate nei muri, probabilmente, muri metaforici e concreti… Non lo so, ma sento che sia stato così. All’inizio degli anni ottanta vedevo nero, anzi peggio, vedevo grigio ovunque, non sopportavo più l’Italia, mi sembrava di sopravvivere in un’era di glaciazione, dopo quello che avevo provato… Le passioni ci tengono in vita, il cinismo degli anni ottanta mi ammazzava. Così, prima ho cominciato a scrivere, ma la solitudine era opprimente, il conteggio dei morti e degli arrestati e dei pentiti e di cannibalismi era divenuto insopportabile quanto le facce arroganti dei vincitori, e quindi sono partito. Vagabondavo senza meta, senza sapere cosa cercavo, ma sapendo da cosa fuggivo. Il Messico è stato un caso, una fortuna, perché sento che mi ha reinsegnato “a stare al mondo”. Mi ha anche costretto a batterla forte, la testa, perché il Messico sa essere spietato, ma salutare, nel mio caso. Quando dico “Messico” mi riferisco alle sue genti, alle persone incontrate e conosciute lungo il cammino, alla lezione di dignità che ne ho sempre tratto, alle radici profonde e all’amore per la propria memoria, insomma, tanto di tutto ciò che mi mancava in Italia e che forse andavo cercando inconsapevolmente. E poi il Centroamerica, il Nicaragua in guerra… Non scambierei la mia vita con nessun’altra, ricordando le emozioni provate laggiù. E che continuo a provare, tornandoci. Ma il tempo, si sa, cambia tutto… Si invecchia, e agli ardori subentrano gli interessi più pacati ma non per questo meno profondi. Il primo sintomo della vecchiaia è credere che il passato sia stato migliore del presente. Peccato che, a volte, sia vero… Di certo, il mondo fa molto più schifo oggi di venti o trent’anni fa. Ma non è finita qui…

 

“L’uomo a cavallo che percorre le strade di Tinta suscita la curiosità dei notabili spagnoli, qualcuno osserva con evidente disprezzo, altri lo indicano con un cenno del capo e mormorano parole risentite: un indio così ben vestito, su quel destriero di razza, è un affronto al loro lignaggio. L’uomo ha lunghi capelli corvini che gli ricadono sulla schiena, indossa una giubba di cuoio nero e stivali da monta, sul capo porta un cappello di feltro a tese larghe e sul petto ostenta un medaglione dorato con l’effigie del dio Sole. I tratti del volto e la carnagione scura sono indubbiamente quelli di un quechua, ma il portamento è austero, l’espressione e lo sguardo denotano una fierezza indomita che, in quest’epoca, è cosa rara in un o della sua specie. Rara, e soprattutto pericolosa. E non sfugge loro il particolare più importante: la sciabola che pende dal fianco sinistro. Sarà sicuramente un cacicco, pensano gli annoiati peninsulares, ma questo non giustifica un simile atteggiamento: cacicco o no, un quechua deve tenere lo sguardo basso e mostrare rispetto verso chi appartienen alla razza superiore. È il quattro novembre 1780, e l’uomo a cavallo si chiama José Gabriel Condorcanqui Tupac Amaru, figlio del cacicco quechua di Surimana, Tangasuca e Pampamarca, e della meticcia Rosa Noguera Valenzuela, morta quando lui aveva solo tre anni. È diretto discendente dell’ultimo inca, Tupac Amaru I° sovrano del Perù, che guidò l’estrema resistenza contro gli invasori, e ha mantenuto viva la memoria degli avi studiandone fin da ragazzo le gesta, le tradizioni e gli usi…”
(da Ribelli!, Feltrinelli, 2001, pp. 147-148)


Lotta di classe

Dominique Manotti, Ecrivain
Trad. dal francese di Giovanni Zucca

Lotta di classe. Un argomento alla fin fine ben poco affrontato (mi sembra) dal romanzo noir, che pure è ritenuto essere un genere di romanzo di “critica sociale”.

Il caso vuole che il primo e l’ultimo in ordine di tempo dei miei romanzi si svolgano durante degli scioperi, in piena “lotta di classe”, il primo nel 1980, l’ultimo nel 1996, entrambi ben addentro a dei conflitti assolutamente reali.

Nel primo romanzo, Sombre sentier, (Il sentiero della speranza, Marco Tropea Editore, 2002, trad. di Francesco Bruno), gli operai dell’abbigliamento, nel quartiere del Sentier, a Parigi, che sono immigrati clandestini, fanno uno sciopero per ottenere documenti e contratti di lavoro. A prima vista, le condizioni non paiono favorevoli. Sono lavoratori sparpagliati in una miriade di laboratori piccolissimi, essendo clandestini non hanno nessun diritto e ovviamente nessuna tradizione sindacale. Eppure, questi lavoratori trovano il modo per organizzarsi, per stabilire dei collegamenti con le organizzazioni francesi, per condurre una lotta coerente e forte per lunghi mesi e, alla fine, vincere. Vincere su tutta la linea: tutti gli operai vengono regolarizzati. La solidarietà non si è mai smentita, solidarietà che possiamo anche chiamare coscienza di classe.

Il mio ultimo romanzo, che uscirà a settembre prossimo, ancora non ha un titolo definitivo, si svolge in Lorena, nel 1996, in una di quelle ‘fabbriche paravento’ erette sulle macerie della siderurgia, che hanno succhiato sovvenzioni dall’Europa, prima di trasferirsi altrove, alla ricerca di nuove fonti di profitto facile. Un movimento violento, quasi convulso, che sfocia in una sconfitta e in una disintegrazione. La Lorena non è ancora riuscita a risollevarsi dalla distruzione della siderurgia, e le organizzazioni sindacali neppure.

Il passaggio da un romanzo all’altro, con l’avanti veloce, mi fa paura. Certo, i romanzi non danno una spiegazione, ma fanno vedere, e quello che io vedo qui è un meccanismo di morte sociale. Spero proprio che Europolar riceverà qualche contributo più ottimista.


Senza Patto né Legge
Antagonismo operaio negli Stati Uniti

Filippo Manganaro

Odradek, 2004, pp. 312

Giovanni Zucca

Spie e tradimenti, complotti e delatori, killer e cadaveri… I personaggi e le situazioni di un thriller pieno di emozioni ci sono tutti. E le emozioni, anche. Purtroppo, però, non si tratta di un thriller. Purtroppo è successo davvero, e i morti, alla fine, non si sono rialzati, perché erano morti veri. Stiamo parlando di Senza patto né legge, intenso, suggestivo e avvincente saggio di Filippo Manganaro, giovane e combattivo studioso che ben conosce gli USA. Da questa conoscenza ha tratto questo libro, dedicato all’antagonismo operaio e politico in quella che, nella vulgata corrente, è diventata la culla e la sede unica della libertà e della democrazia, anche da esportazione (laddove l’Iraq è solo l’ultimo, per il momento, “cliente” di una lunga lista). I nomi di Sacco e Vanzetti ci sono ancora oggi familiari, ma forse non molti ricordano chi fossero Big Bill Haywood, Eugene Debs, Frank Little o Mother Jones, anche se il nome di quest’ultima, mitica e infaticabile agitatrice sindacale, sopravvive come testata di un combattivo mensile della sinistra statunitense. Sì, perché una sinistra forte e combattiva, (anche se spesso vittima di se stessa, dei propri errori e divisioni intestine), negli USA, nel tempio del capitalismo liberista più sfrenato e senza regole c’è stata eccome e questo volume viene opportunamente a ricordarcelo. Una convincente dimostrazione, per chi si fosse distratto, che anche negli USA la lotta di classe, i fermenti anarchici, libertari, socialisti e comunisti si sono diffusi e hanno proliferato, a partire dalla seconda metà dell’800, sulla scia delle ondate di migrazione europee verso quel mondo nuovo, circonfuso da un alone mitico. Il paese dove sfuggire alla ‘vecchia’ oppressione europea, il paese dove rifarsi una vita, the land of plenty… Aspettative costrette però a fare i conti con la realtà della ‘nuova’ oppressione, in cui gli scioperi e le richieste di condizioni di vita e lavoro meno dure si trovano di fronte i bastoni e i fucili delle milizie finanziate dal padronato, da quei robber barons i cui nomi oggi non di rado contrassegnano musei, istituzioni culturali, ecc. Questo libro ci ricorda di che carne, e di che sangue, sono impastate quelle fortune. Dai linciaggi di sindacalisti alle operazioni clandestine e illegali messe in piedi dall’FBI di Hoover, ossessionato dal ‘pericolo rosso’. Dai pestaggi dei Pinkerton (e qui compare anche il nome di Dashiell Hammett, per un periodo detective alla Pinkerton, cui sarebbe stato proposto di eliminare, dietro compenso, il sindacalista Frank Little; Dash, pare certo, rifiutò, ma qualcun altro provvide alla bisogna) al bieco senatore McCarthy, in un susseguirsi di scioperi di massa e repressioni sempre più dure, l’autore ci racconta la distruzione sistematica, feroce, scientifica della sinistra antagonista americana. Molti ricorderanno ancora le Pantere Nere o i Weathermen; pochi, forse, ricordano chi erano i ‘wobblies’, gli Industrial Workers of the World. Dall’utopia al disincanto, potremmo dire con l’autore che “…la storia del movimento operaio americano continua(va) ad alternare importanti conquiste sociali e civili e indicibili bagni di sangue.” (pag. 138), in un paese dove ci sono industriali che possono “assumere metà dei lavoratori perché uccidano l’altra metà.” (pag. 5). Una storia di dibattiti infuocati e di coraggiosa mobilitazione, di ingenuità e di infamie (queste ultime quasi sempre addebitabili alla stessa parte…), lungo una strada lastricata di sangue e di ingiustizie, i cui effetti si fanno sentire ancora oggi, dopo aver dilagato nel ‘cortile di casa’ dell’America latina, con il trionfo di quello che ieri era il ‘complesso militare-industriale’ e oggi il sistema delle corporations che, in nome dell’omaggio all’empio dio Mercato e al suo spirito santo, il Profitto (cui anche tante forze di sinistra si sono piegate, e questo la dice lunga sullo stato delle cose…) stanno privatizzando tutto quello che possono (compresa la guerra): oggi l’acqua, domani, chissà, anche l’aria, se si riuscirà a salvarne un po’ dall’inquinamento. Per questo il minimo che dobbiamo a Filippo Manganaro, oltre a un sentito ringraziamento, è leggere questo libro bello e terribile, un salutare antidoto alla versione corrente del pensiero unico neoliberista. Con l’augurio, e la speranza, che la lotta di classe non sia solo uno zombie barcollante.


Zorro, la storia e l’anarchia

Giovanni Zucca

“A come archivio, zeta come zoom; a come anabattisti, zeta come zeloti.” Così, con questa bella frase sottilmente enigmatica, comincia l’editoriale di presentazione del primo numero di Zapruder, uscito a metà del 2003. Simbolicamente intitolata al nome di Abraham Zapruder, un ‘uomo qualunque’ che il 23 novemnbre del 1963, a Dallas, filmò per caso l’assassinio del presidente John F. Kennedy, questa bella (già dalla copertina) rivista quadrimestrale nasce dal dibattito del progetto Storie in movimento (divenuto il sottotitolo della rivista stessa): un folto gruppo di storici e storiche uniti dall’intenzione di recuperare un modo di fare storia e storiografia ‘altro’, alternativo, che punti soprattutto ad allargare il “dibattito sulla storia del conflitto sociale, intesa a trecentosessanta gradi. Quindi la storia della conflittualità sociale dall’a alla zeta: dal sociale in senso stretto (classi e attori/attrici sociali) al sociale in senso lato (dunque anche il politico, il culturale, il non pubblico, ecc.); […] Il “materiale” e l’“immaginario”, l’ “utopia” e la “scienza”, la “finzione” e la “realtà”. La a di anarchia e la zeta di Zorro.”
Storia non paludata, dunque; rigorosa e analitica, leggera senza leggerezze, schierata, ma senza settarismi; caratterizzata da un linguaggio chiaro, leggibile e soprattutto da una scelta di argomenti vasta e originale. Conflittualità di piazza, antifascismi, stragi naziste, il fascismo nella science-fiction (n. 1); guerra tra storia e memoria, Vichy, cinema bellico, fascismo vero e virtuale… (n. 2); e poi lavoro e identità operaie, fordismo e franchismo, archivi storici, colonizzazione…fino allo spionaggio politico, protagonista del n. 7, insieme ad articoli sul movimento del ’77, cui si lega anche l’intervista a Pino Cacucci presente in questo numero di Europolar.
Ricca di recensioni librarie, Zapruder è arricchita da apparati iconografici che spesso hanno la forza di veri e propri articoli: come le vecchie foto di una fucilazione italiana di giovani abissini riprodotte nel n. 1. Solo sette foto, ma raggelanti.
Per chi ha voglia di un approfondimento, per chi vorrebbe abbattere il Palazzo d’inverno dei salotti televisivi, per gli spiriti non riconciliati con questo grigio presente, che a volte si fa nero (o dovrei dire noir?) Zapruder è una lettura consigliabile, utile e dovuta.

Zapruder - Storie in Movimento

Rivista di storia della conflittualità sociale
3 numeri annui di circa 160 pagine ciascuno

abbonamento ordinario: 25 euro (Italia), 38 euro (Estero)

www.storieinmovimento.org - info@storieinmovimento.org

 

 


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