Molto del tuo lavoro di “narratore di storie” è dedicato
a far riemergere figure di ribelli “scomodi”, dimenticati
o messi da parte dalla retorica ufficiale. Penso alla ricostruzione
delle vite di Tina Modotti o di Jules Bonnot, o al collage di esperienze
umane di Ribelli!,
o all’ultimo Oltretorrente sulle barricate
antifasciste a Parma… sembra quasi il frutto di un
unico impegno, ancora in corso…
La mia passione per la storia è di vecchia data, credo sia
stata l’unica materia che mi intrigava fin da ragazzino, a scuola.
Ma ho sempre, già ai tempi delle medi inferiori, avvertito una
sorta di scollatura tra la storia “ufficiale” e la storia
delle persone, degli esseri umani, dei tanti senza nome che fanno veramente
la storia. Un esempio concreto, che mi è rimasto impresso per
quanto mi bruciò, allora: in prima media ci diedero un tema
dal titolo La Grande guerra nei ricordi del nonno. Essendo del ’55,
quasi tutti avevamo un nonno reduce da quella carneficina, che però,
sui libri, veniva raccontata come una splendida epopea di eroismi e
abnegazione, di entusiastica difesa della patria, e via cantando. Mal
me ne incolse… perché io ho avuto la fortuna di un nonno
che mi raccontava le sue esperienze, vecchio contadino comunista libertario,
sbattuto in trincea a 17 anni (un “ragazzo del 99”, come
recitano ancora alcuni nomi di vie cittadine), e raccontava di soldati
disperati, fucilati perché esitavano a correre incontro alle
mitragliatrici, di generali che estraevano la pistola d’ordinanza
e sparavano in testa ad alpini che avevano “mancato di rispetto”,
di reclute che aspettavano l’ordine di assalto per sparare a
loro volta nella schiena degli ufficiali, e soprattutto di nottate
in cui i contadini italiani dialogavano con i contadini austriaci,
e si scambiavano tozzi di pane o patate mezze marce, e si chiedevano
perché, l’indomani, avrebbero ricominciato a scannarsi… Solo
tanti ani dopo avrei trovato qualche notizia, frammentaria e poco approfondita,
sui tanti casi di “fraternizzazione” tra nemici che a volte
bloccarono le offensive e le operazioni belliche. Questi erano i racconti
di mio nonno, e io li misi a mia volta nel mio tema. Apriti cielo… Venni
additato dal professore come un esempio di fantasia perniciosa, di
invenzioni che offendevano l’amor patrio, e così via.
Fu un trauma, ma salutare. Sapevo che mio nonno non era un bugiardo.
E cominciai a imparare che c’è una storia dei testi scolastici,
imbalsamata e coperta di ragnatele patriottarde, e cioè la storia
degli esseri umani, profondamente diversa da quella “ufficiale”.
Poi… scrivendo, l’attrazione per figure di ribelli, di
perdenti che non sono vinti perché non hanno perso la dignità,
mi ha istigato a cercare, a soddisfare la curiosità, il bisogno
di sapere cosa provano, sentono, fanno, quali amori odi, frustrazioni,
gioie e delusioni hanno provato personaggi che, sui testi della storia
imbalsamata, non compaiono neppure o vengono citati come reietti, marginali,
se non addirittura faziosi avventurieri o poveri illusi senza speranza… Forse è proprio
l’ostracismo, il non detto, la voluta ignoranza, a spingermi
a volerne sapere di più. In fondo, così è nata
la mia passione per Tina Modotti, che non si è certo
esaurita con la stesura di un paio di libri, tanto che
a ogni nuova edizione
aggiungo qualcosa che ho trovato nel frattempo.
Nei
tuoi volumi – sia quelli di carattere storico sia quelli
ambientati nel presente o in un recente passato – emerge spesso
un’esigenza di raccontare le radici più profonde dei protagonisti
e dei loro ambienti sociali e culturali… Che importanza
affidi alla dimensione storica, quando scrivi?
La dimensione storica è fondamentale per capire le motivazioni
che hanno spinto certe persone – cioè i protagonisti delle
storie che mi piace narrare – a compiere determinate scelte.
Senza la ricostruzione dell’ambiente, del clima politico e sociale,
degli accadimenti di portata epocale, una vicenda umana resterebbe
relegata alla nuda cronaca, un po’ simile ai telegiornali che
spiattellano morbosamente l’ultimo evento politico e non si chiedono
cosa abbia indotto a farlo succedere. La vicenda umana – e politica – di
un Jules Bonnot, senza raccontare cosa fu l’altra faccia della
Belle Epoque, con la miseria di operai e minatori, con le cariche a
colpi di piattonate o le fucilate sugli scioperanti, le schedature
dei lavoratori “sovversivi” condannati così a restare
disoccupati, le quotidiane umiliazioni intollerabili, gli stenti e
la repressione, senza tutto questo Bonnot resta relegato in un museo
di criminologia, privato della carica di umana sensibilità che
lo portò a diventare il nemico pubblico numero uno della Francia
apparentemente gaudente e spensierata. Oppure, che senso avrebbe raccontare
le imprese di Silvio Corbari senza scavare nelle divisioni all’interno
della Resistenza, della “ragione di partito” che frustrava
spesso l’ardore di tanti… Certo, a volte scavare nella
memoria provoca dispiaceri, come accade con le cose che ho scritto
su Tina Modotti, che hanno suscitato svariate reazioni infastidite
da parte di chi vorrebbe conservarne la memoria come di una eroina
della rivoluzione, di chissà quale rivoluzione, poi, non saprei… L’immagine
limpida di una donna tutta passioni e purezza, senza l’epoca
di cannibalismo in cui visse, e che ci ha lasciato in eredità più misteri
insolubili, più dubbi che certezze, riguardo la sua esistenza.
Insomma, tentare di ricreare la dimensione storica è irrinunciabile,
altrimenti, tutto resterebbe in superficie, senza spessore,
a tratti inspiegabile.
In
alcuni romanzi e racconti, mi sembra che il confronto con gli studi
storici e la documentazione archivistica sia stato particolarmente
accurato, ma quali sono gli aspetti che di un documento, di
un ritratto o di un luogo ti attirano maggiormente?
Forse
quelli che al momento passano inosservati, quelli che compaiono
inavvertitamente e suscitano nuove curiosità, nuovi motivi i
indagare più a fondo. Per esempio, le schedature degli Arditi
del popolo di Parma, che vennero realizzate da oscuri questurini, magari
tramite occasionali informatori, e che rilette oggi ci danno un involontario – per
chi scriveva allora – ritratto delle abitudini quotidiane, delle
frequentazioni, aiutando così a ricostruire un quadro d’insieme.
Oppure, altro esempio recente, un amico che stava compiendo ricerche
per altri motivi, mi ha segnalato un’informativa della questura
di Udine che segnalava Tina Modotti, sedicenne, come “dedita
alla prostituzione clandestina”… Per carità, nessun
prurito morboso al riguardo, ma quelle due righe distratte mi hanno
fatto ripensare a un passo del diario di Weston che prima avevo riportato
senza riflettere, in cui dice che Tina “aveva venduto il suo
corpo ai ricchi” per miseria, per sopravvivere… Si riferiva
forse a confidenze fatta da Tina rispetto alla sua adolescenza di fame
e privazioni? Chissà, ma l’informativa prefettizia riapre
il discorso prima trascurato. E così in tanti altri casi. I
luoghi, poi, mi affascinano enormemente… Cerco sempre di andare
nei luoghi che hanno assistito a certe vicende, che hanno “visto” la
vita dei personaggi di cui sto narrando… A volte temo di farlo
con uno spirito romantico un po’ insensato, illudendomi che una
casa, una strada, una città. Possano trasmettermi sensazioni
del vissuto remoto, ma al tempo stesso c’è una motivazione
razionale, in questa voglia di tornare nei luoghi scenario dei fatti
e delle esistenze, perché anche le mutazioni subite raccontano
qualcosa, o comunque, vedere i luoghi mi aiuta nel ricreare l’ambientazione,
e questo per me è sempre importantissimo, perché mi piace “sceneggiare” ogni
tanto le vicende, con gesti azioni dialoghi e sarebbe assurdo
farle svolgere in luoghi che non ho mai visto…
Tu
inizi a scrivere sul finire degli anni settanta, dopo aver partecipato
al movimento del 1977 a Bologna… Che importanza ha avuto quell’esperienza
nel tuo lavoro?
Un’importanza assoluta. Quando si sono spenti i fuochi – quelli
in strada come quelli nell’animo – e una generazione colpevole
di “eccesso di sensibilità” si è dispersa
tra riflusso, repressione, fornace della lotta armata o suicidio – diretto
o tramite eroina, poco importa, in fondo anche la scelta della pistola
fu un suicidio più o meno rapido – a quel punto, abituato
com’ero a vivere in piazza, in strada, collettivamente, quando
fuori è cominciata la glaciazione, mi sono ritrovato al chiuso
di una casa e ho cominciato a scrivere… Uno sfogo salutare. Non è un
caso che tanti della mia generazione abbiano cominciato a scrivere
proprio sul finire degli anni settanta, quasi sentissimo il bisogno
di continuare a vivere con la fantasia – con la scrittura – una
realtà che si era frantumata, sbriciolata, bruciata. Mi è successo
di mettere in pratica, in un certo senso, quello che dice il mio amico
Sepulveda: prima vivi, e poi scrivi. Cioè, che senso avrebbe
narrare se non hai fatto esperienze da narrare? Io, nel mio piccolo,
ho partecipato a una stagione di grande ribellione, e poi, per evitare
sia una fine spaventosa sia uno spavento senza fine, mi sono messo
a narrare di ribelli… Magari lontani nel tempo, perché credo
che sia meglio narrare le ribellioni altrui, in quanto le proprie… siamo
troppo coinvolti, e ci vuole un po’ di distanza dagli eventi,
per raccontarli. Oggi provo spesso delusione, quando qualcuno ci prova – nei
libri e nei film – e immancabilmente si ferma alla superficie,
e non riesce a far rivivere soprattutto il clima di allegria, di ironia
e autoironia che ci animava (perché ci siamo anche divertiti,
eccome: sbeffeggiare il potere e i “benpensanti” era la
spinta primaria del nostro agire, mentre altri vagheggiavano un’irreale “presa
del potere” che si sarebbe trasformata in incubo), mentre
emerge quasi sempre soltanto la cupezza, la tetra scelta distruttiva
che purtroppo
abbiamo in qualche modo tramandato, ma che non ci apparteneva.
E
quale, invece, quella dei tuoi lunghi viaggi in Messico e Centroamerica?
Scrivere
e viaggiare mi hanno salvato la vita. Non so che avrei fatto, se
fossi rimasto fermo e senza scrivere.
Testate nei muri, probabilmente,
muri metaforici e concreti… Non lo so, ma sento che sia stato
così. All’inizio degli anni ottanta vedevo nero, anzi
peggio, vedevo grigio ovunque, non sopportavo più l’Italia,
mi sembrava di sopravvivere in un’era di glaciazione, dopo
quello che avevo provato… Le passioni ci tengono in vita, il
cinismo degli anni ottanta mi ammazzava. Così, prima ho cominciato
a scrivere, ma la solitudine era opprimente, il conteggio dei morti
e degli arrestati e dei pentiti e di cannibalismi era divenuto insopportabile
quanto le facce arroganti dei vincitori, e quindi sono partito. Vagabondavo
senza meta, senza sapere cosa cercavo, ma sapendo da cosa fuggivo.
Il Messico è stato un caso, una fortuna, perché sento
che mi ha reinsegnato “a stare al mondo”. Mi ha anche
costretto a batterla forte, la testa, perché il Messico sa
essere spietato, ma salutare, nel mio caso. Quando dico “Messico” mi
riferisco alle sue genti, alle persone incontrate e conosciute lungo
il cammino, alla lezione di dignità che ne ho sempre tratto,
alle radici profonde e all’amore per la propria memoria, insomma,
tanto di tutto ciò che mi mancava in Italia e che forse andavo
cercando inconsapevolmente. E poi il Centroamerica, il Nicaragua
in guerra… Non scambierei la mia vita con nessun’altra,
ricordando le emozioni provate laggiù. E che continuo a provare,
tornandoci. Ma il tempo, si sa, cambia tutto… Si invecchia,
e agli ardori subentrano gli interessi più pacati ma non per
questo meno profondi. Il primo sintomo della vecchiaia è credere
che il passato sia stato migliore del presente. Peccato che, a volte,
sia vero… Di certo, il mondo fa molto più schifo oggi
di venti o trent’anni fa. Ma non è finita qui…
“L’uomo a cavallo che percorre le strade di Tinta suscita la curiosità dei
notabili spagnoli, qualcuno osserva con evidente disprezzo, altri
lo indicano con un cenno del capo e mormorano parole risentite: un indio
così ben vestito, su quel destriero di razza, è un
affronto al loro lignaggio. L’uomo ha lunghi capelli corvini
che gli ricadono sulla schiena, indossa una giubba di cuoio nero
e stivali da monta,
sul capo porta un cappello di feltro a tese larghe e sul petto
ostenta un medaglione dorato con l’effigie del dio Sole.
I tratti del volto e la carnagione scura sono indubbiamente quelli
di un quechua,
ma il portamento è austero, l’espressione e lo sguardo
denotano una fierezza indomita che, in quest’epoca, è cosa
rara in un o della sua specie. Rara, e soprattutto pericolosa.
E non sfugge loro il particolare più importante: la sciabola
che pende dal fianco sinistro. Sarà sicuramente un cacicco,
pensano gli annoiati peninsulares, ma questo non giustifica un
simile atteggiamento:
cacicco o no, un quechua deve tenere lo sguardo basso e mostrare
rispetto verso chi appartienen alla razza superiore. È il
quattro novembre 1780, e l’uomo a cavallo si chiama José Gabriel
Condorcanqui Tupac Amaru, figlio del cacicco quechua di Surimana,
Tangasuca e Pampamarca,
e della meticcia Rosa Noguera Valenzuela, morta quando lui aveva
solo tre anni. È diretto discendente dell’ultimo inca,
Tupac Amaru I° sovrano del Perù, che guidò l’estrema
resistenza contro gli invasori, e ha mantenuto viva la memoria
degli avi studiandone fin da ragazzo le gesta, le tradizioni e
gli usi…”
(da Ribelli!, Feltrinelli, 2001, pp. 147-148)

Lotta
di classe
Dominique
Manotti, Ecrivain
Trad.
dal francese di Giovanni Zucca
Lotta
di classe. Un argomento alla fin fine ben poco affrontato (mi
sembra) dal romanzo noir, che pure è ritenuto essere
un genere di romanzo di “critica sociale”.
Il
caso vuole che il primo e l’ultimo in ordine di tempo
dei miei romanzi si svolgano durante degli scioperi, in piena “lotta
di classe”, il primo nel 1980, l’ultimo nel
1996, entrambi ben addentro a dei conflitti assolutamente
reali.
Nel
primo romanzo, Sombre sentier, (Il sentiero
della speranza, Marco Tropea Editore, 2002, trad. di Francesco
Bruno), gli operai dell’abbigliamento, nel quartiere
del Sentier, a Parigi, che sono immigrati clandestini, fanno
uno sciopero per ottenere documenti e contratti di lavoro.
A prima vista, le condizioni non paiono favorevoli. Sono lavoratori
sparpagliati in una miriade di laboratori piccolissimi, essendo
clandestini non hanno nessun diritto e ovviamente nessuna tradizione
sindacale. Eppure, questi lavoratori trovano il modo per organizzarsi,
per stabilire dei collegamenti con le organizzazioni francesi,
per condurre una lotta coerente e forte per lunghi mesi e,
alla fine, vincere. Vincere su tutta la linea: tutti gli operai
vengono regolarizzati. La solidarietà non si è mai
smentita, solidarietà che possiamo anche chiamare
coscienza di classe.
Il
mio ultimo romanzo, che uscirà a settembre prossimo,
ancora non ha un titolo definitivo, si svolge in Lorena, nel
1996, in una di quelle ‘fabbriche paravento’ erette
sulle macerie della siderurgia, che hanno succhiato sovvenzioni
dall’Europa, prima di trasferirsi altrove, alla ricerca
di nuove fonti di profitto facile. Un movimento violento, quasi
convulso, che sfocia in una sconfitta e in una disintegrazione.
La Lorena non è ancora riuscita a risollevarsi dalla
distruzione della siderurgia, e le organizzazioni sindacali
neppure.
Il
passaggio da un romanzo all’altro, con l’avanti
veloce, mi fa paura. Certo, i romanzi non danno una spiegazione,
ma fanno vedere, e quello che io vedo qui è un meccanismo
di morte sociale. Spero proprio che Europolar riceverà qualche
contributo più ottimista.
Senza
Patto né Legge
Antagonismo
operaio negli Stati Uniti
Filippo Manganaro
Odradek, 2004, pp. 312
Giovanni
Zucca
Spie
e tradimenti, complotti e delatori, killer e cadaveri… I
personaggi e le situazioni di un thriller pieno di emozioni ci
sono tutti. E le emozioni, anche. Purtroppo, però, non
si tratta di un thriller. Purtroppo è successo davvero,
e i morti, alla fine, non si sono rialzati, perché erano
morti veri. Stiamo
parlando di Senza patto né legge, intenso,
suggestivo e avvincente saggio di Filippo Manganaro, giovane
e combattivo studioso che ben conosce gli USA. Da questa conoscenza
ha tratto questo libro, dedicato all’antagonismo operaio
e politico in quella che, nella vulgata corrente, è diventata
la culla e la sede unica della libertà e
della democrazia, anche da esportazione (laddove l’Iraq è solo
l’ultimo, per il momento, “cliente” di una
lunga lista). I nomi di Sacco e Vanzetti ci sono ancora oggi
familiari, ma forse non molti ricordano chi fossero Big Bill
Haywood, Eugene Debs, Frank Little o Mother Jones, anche se il
nome di quest’ultima,
mitica e infaticabile agitatrice sindacale, sopravvive come testata
di un combattivo mensile della sinistra statunitense. Sì,
perché una
sinistra forte e combattiva, (anche se spesso vittima di se stessa,
dei propri errori e divisioni intestine), negli USA, nel tempio
del capitalismo liberista più sfrenato e senza regole
c’è stata
eccome e questo volume viene opportunamente a ricordarcelo. Una
convincente dimostrazione, per chi si fosse distratto, che anche
negli USA la lotta di classe, i fermenti anarchici, libertari,
socialisti e comunisti si sono diffusi e hanno proliferato, a
partire dalla seconda metà dell’800,
sulla scia delle ondate di migrazione europee verso quel mondo
nuovo, circonfuso da un alone mitico. Il paese dove sfuggire
alla ‘vecchia’ oppressione
europea, il paese dove rifarsi una vita, the land of plenty… Aspettative
costrette però a fare i conti con la realtà della ‘nuova’ oppressione,
in cui gli scioperi e le richieste di condizioni di vita e lavoro
meno dure si trovano di fronte i bastoni e i fucili delle milizie
finanziate dal padronato, da quei robber barons i cui nomi oggi
non di rado contrassegnano musei, istituzioni culturali, ecc.
Questo libro ci ricorda di che carne, e di che sangue, sono impastate
quelle fortune. Dai linciaggi di sindacalisti alle operazioni
clandestine e illegali messe in piedi dall’FBI
di Hoover, ossessionato dal ‘pericolo rosso’. Dai
pestaggi dei Pinkerton (e qui compare anche il nome di Dashiell
Hammett, per un periodo detective alla Pinkerton, cui sarebbe
stato proposto di eliminare, dietro compenso, il sindacalista
Frank Little; Dash, pare certo, rifiutò, ma qualcun altro
provvide alla bisogna) al bieco senatore McCarthy, in un susseguirsi
di scioperi di massa e repressioni sempre più dure, l’autore
ci racconta la distruzione sistematica, feroce, scientifica della
sinistra antagonista americana. Molti ricorderanno ancora le
Pantere Nere o i Weathermen; pochi, forse, ricordano chi erano
i ‘wobblies’, gli Industrial Workers of the World.
Dall’utopia al disincanto, potremmo dire con l’autore
che “…la
storia del movimento operaio americano continua(va) ad alternare
importanti conquiste sociali e civili e indicibili bagni di sangue.” (pag.
138), in un paese dove ci sono industriali che possono “assumere
metà dei lavoratori perché uccidano l’altra
metà.” (pag.
5). Una storia di dibattiti infuocati e di coraggiosa mobilitazione,
di ingenuità e di infamie (queste ultime quasi sempre
addebitabili alla stessa parte…), lungo una strada lastricata
di sangue e di ingiustizie, i cui effetti si fanno sentire ancora
oggi, dopo aver dilagato nel ‘cortile di casa’ dell’America
latina, con il trionfo di quello che ieri era il ‘complesso
militare-industriale’ e
oggi il sistema delle corporations che, in nome dell’omaggio
all’empio dio Mercato e al suo spirito santo, il Profitto
(cui anche tante forze di sinistra si sono piegate, e questo
la dice lunga sullo stato delle cose…) stanno privatizzando
tutto quello che possono (compresa la guerra): oggi l’acqua,
domani, chissà,
anche l’aria, se si riuscirà a salvarne un po’ dall’inquinamento.
Per questo il minimo che dobbiamo a Filippo Manganaro, oltre
a un sentito ringraziamento, è leggere questo libro bello
e terribile, un salutare antidoto alla versione corrente del
pensiero unico neoliberista. Con l’augurio, e la speranza,
che la lotta di classe non sia solo uno zombie barcollante.

Zorro,
la storia e l’anarchia
Giovanni
Zucca
“A come archivio, zeta come zoom; a come anabattisti, zeta
come zeloti.” Così, con questa bella frase sottilmente
enigmatica, comincia l’editoriale di presentazione del primo
numero di Zapruder, uscito a metà del 2003. Simbolicamente
intitolata al nome di Abraham Zapruder, un ‘uomo qualunque’ che
il 23 novemnbre del 1963, a Dallas, filmò per caso l’assassinio
del presidente John F. Kennedy, questa bella (già dalla copertina)
rivista quadrimestrale nasce dal dibattito del progetto Storie in
movimento (divenuto il sottotitolo della rivista stessa): un folto
gruppo di storici e storiche uniti dall’intenzione di recuperare
un modo di fare storia e storiografia ‘altro’, alternativo,
che punti soprattutto ad allargare il “dibattito sulla storia
del conflitto sociale, intesa a trecentosessanta gradi. Quindi la
storia della conflittualità sociale dall’a alla zeta:
dal sociale in senso stretto (classi e attori/attrici sociali) al
sociale in senso lato (dunque anche il politico, il culturale, il
non pubblico, ecc.); […] Il “materiale” e l’“immaginario”,
l’ “utopia” e la “scienza”, la “finzione” e
la “realtà”. La a di anarchia e la zeta di Zorro.”
Storia non paludata, dunque; rigorosa e analitica, leggera senza
leggerezze, schierata, ma senza settarismi; caratterizzata da un
linguaggio chiaro, leggibile e soprattutto da una scelta di argomenti
vasta e originale. Conflittualità di piazza, antifascismi,
stragi naziste, il fascismo nella science-fiction (n. 1); guerra
tra storia e memoria, Vichy, cinema bellico, fascismo vero e virtuale… (n.
2); e poi lavoro e identità operaie, fordismo e franchismo,
archivi storici, colonizzazione…fino allo spionaggio politico,
protagonista del n. 7, insieme ad articoli sul movimento del ’77,
cui si lega anche l’intervista a Pino Cacucci presente in questo
numero di Europolar.
Ricca di recensioni librarie, Zapruder è arricchita
da apparati iconografici che spesso hanno la forza di veri e propri
articoli:
come le vecchie foto di una fucilazione italiana di giovani abissini
riprodotte nel n. 1. Solo sette foto, ma raggelanti.
Per chi ha voglia di un approfondimento, per chi vorrebbe abbattere
il Palazzo d’inverno dei salotti televisivi, per gli spiriti
non riconciliati con questo grigio presente, che a volte si fa nero
(o dovrei dire noir?) Zapruder è una lettura
consigliabile, utile e dovuta.
Zapruder - Storie in Movimento
Rivista
di storia della conflittualità sociale
3 numeri annui di circa 160 pagine ciascuno
abbonamento ordinario: 25 euro (Italia), 38 euro (Estero)
www.storieinmovimento.org - info@storieinmovimento.org
