Il giallo europeo nel mirino
n°6 Agosto-Settembre- Ottobre del 2006

 

A tavola con la morte

 

Sophie Colpaert, Hob o dell'impossibilità di indagare con il ventre vuoto

André-Pierre Diriken, La cucina di Cawèlêr, gatto di Liegi

Corinne Naidet, Simenon e Maigret vanno a tavola - Robert Jullien Courtine

Sandro Ossola, Wolfe e Carvalho: due modi di mangiare, due modi di indagare

Giovanni Zucca, La cucina del delitto

 


Hob o dell'impossibilità
di indagare con il ventre vuoto

Richard Deutsch, La Bistouille mortelle de Lille e Les voix de Brest, Edizioni del 28 Août « 28.8 police ! »,.Marzo 2006.

Sophie Colpaert
Traduzione: Giuseppina La Ciura

Nella serie, già molto nutrita, degli investigatori gastronomi, un nuovo personaggio ha fatto la sua apparizione in Francia, in questa primavera del 2006. Si tratta del commissario Hetib Hobzbizzeit (egli preferisce, per fortuna, che lo si chiami Hob!) creato da Richard Deutsch.

Di base a Parigi sotto l'autorità di un capo pignolo che non lascia mai la Capitale, Hob è inviato nella provincia francese quando gli affari richiedono un investigatore supplementare e un fiuto di qualità superiore. Il buonuomo è celibe, amante della buona cucina e “riflette sempre meglio davanti ad una tavola ben imbandita”. Qualunque siano le difficoltà incontrate, un buon pasto lo rimette immancabilmente in forma, sia nel fisico che nel morale. Visti sotto questa angolazione, i suoi spostamenti in provincia gli si confanno alla perfezione, perché vi trova delle buone tavole, dai prodotti vari secondo le regioni e che non potrebbe pagarsi a Parigi.

La prima indagine, Les voix de Brest, conduce Hob a Brest, dove tre donne sono state assassinate nello stesso giorno. Tre bigotte avvizzite che cantavano nel coro di ”Les Joyeuses Mésanges de la Mer”1 e possedevano tutte e tre un walkman MP3, tecnologia del tutto incongrua tra le loro mani. Per indagare su questo mistero delle voci bretoni, Hob fa onore alla gastronomia locale e va avanti a salumi, a gallette(crêpes di farina di grano nero con contorno salato) a vassoi di frutti di mare davanti ai quali egli si sforza “di succhiare il più silenziosamente possibile le zampette di scampi”. L'investigatore rimette in moto regolarmente le sue cellule grigie a colpi d'espresso e guai al barista che lo gratifichi con un infame beveraggio! Se egli divide volentieri la sua tavola in un ristorante gastronomico, senza guardare al conto perché per lui i piaceri del cibo sono essenziali, il commissario non è per nulla spaventato all'idea di pranzare solo in un luogo pubblico. A forza d'abitudine, “egli non nota più che i ristoratori e gli osti non mancano mai di piazzare i loro clienti solitari nei luoghi meno salubri dei loro locali : vicino alle toilette, alle cucine, alla porta d'ingresso” A differenza di un Montalbano che detesta parlare mentre mangia, Hob è capace di continuare ad indagare mentre apprezza il cibo servito nel suo piatto. E se un indirizzo gli serve un piatto che egli giudica eccezionale, esso è collocato a livello di referenza e, in quanto tale, raggiunge gli altri nel piccolo carnet a spirale, che Hob usa come pro-memoria gastronomico.

Per la sua seconda inchiesta, Hob è spedito a Lille, nel Nord della Francia, per un'oscura storia di distillerie clandestine. E' roba da ridere, pensa lui. Salvo che,arrivato sul posto, è accolto dal commissario Jablonski, che lo conduce a pranzo nel migliore ristorante della città e gli rivela che certi indirizzi giungono a proporre tutto l'anno dei piatti molto raffinati a dei prezzi straordinariamente democratici. Jablonski ha cominciato a provare: non solo non è caro ma è anche molto buono. Come fanno? La risposta si rivela presto sull'autostrada sotto forma di un pacchetto di cibo liofilizzato. Il ristoratore non deve fare altro che mettere insieme il tutto per ottenere un tournedos Rossini2 o una pollastra alla demi-deuil3. Il procedimento non è, sfortunatamente, nuovo, ma quando i pacchetti di cibo sono distribuiti dalla mafia cinese in disprezzo di ogni controllo sanitario… si può temere il peggio! Poiché Jablonski e i suoi uomini, troppo facilmente riconoscibili, non possono fare il giro di tutti i ristoranti sospetti, egli incarica Hob e le sue leggendarie papille gustative di esaminare alcune di quelle sbalorditive tavole.

Se nella prima inchiesta Hob si contenta di gustare, in La Bistouille mortelle de Lille4, egli si interroga a lungo sui rapporti che i suoi contemporanei intrattengono con il cibo. Per quanto poco si sia buongustai, è difficile essere insensibili a simile tema e si esce dal libro molto preoccupati circa il contenuto dei nostri piatti e il rapporto qualità/prezzo che noi siamo pronti ad accettare.

1 “Le allegre cinciallegre del mare”
2 Filetto alla Rossini
3 Si tratta di una salsa di panna e tartufi neri
4 “Il mortale caffè corretto di Lille”


La cucina di Cawèlêr, gatto di Liegi

André-Pierre Diriken
Scrittore di romanzi polizieschi e dentista di Liegi

Trad.: Giuseppina La Ciura

Quando spinsi la gattaiola che François aveva installato appositamente affinché potessi appagare i miei immensi bisogni sessuali ed altri, altrettanto naturali, senza disturbare tutta la famiglia, constatai che Yéyiette stava finendo di preparare un coniglio allo sciroppo di Liegi1.

.……. ! Malgrado il lato tragico della situazione e il mio padrone che agonizza nel suo lettino d'ospedale pieno di sangue, vedo i tuoi occhi che si accendono, le tue papille che si eccitano, il tuo odorato che si tende e la saliva che sale nella tua mandibola come l'acqua in una vasca. Bene! Poiché non rispetti niente e la tua golosità è più forte della tua compassione, ti darò la ricetta come farebbe Tchantchés2, se fosse in grado di tenere in mano la penna. Ciò potrà sempre servirti per stupire una micetta o un micetto con i tuoi talenti (in)culinari… E' ciò che chiamo prendere due piccioni con una fava!

In famiglia, abbiamo la fortuna di annoverare dei cugini fiamminghi che allevano grandi e grossi Leporidi i cui cadaveri non smettono di infestare il nostro congelatore. Inutile ricordarti che a me, il coniglio, dà il voltastomaco, perché, ogni volta che ne mangio, ho l'impressione di ingozzarmi di un consimile.

Ieri, Yèyiette ne aveva scelto uno di buona taglia e l'aveva piazzato nel frigidaire per fargli dimenticare lentamente il freddo polare, che l'aveva pietrificato dopo il massacro a colpi di tranciatrice.

E, oggi, di buon mattino, ella aveva messo fuori i pezzi della bestia per passarli nella farina ed indorarli a fuoco vivo in una milleusi leggermente oliata. Poi, aveva preparato una cabolêye3 di cipolle, facendole rosolare con un po' di burro fino a renderle trasparenti. In seguito, aveva disposto i pezzi del martire in una larga pentola di ghisa smaltata sul letto di cipolle, aveva aggiunto un mezzo vasetto di vero sciroppo di Liegi, dell'acqua fino a coprirne ogni minimo pezzo, alcune zollette di zucchero, un filino di aceto, più infine, un fascio funerario di timo e di alloro legati da un vecchio pezzo di spago.

Non restava altro che lasciar cuocere la bestiola che ella avrebbe servito con delle autentiche prugne di Liegi, fatte ad Agen; e, in seguito, filtrare la salsa per legarla alla Maïzena4.

Fu al momento di questa “liaison dangereuse” che io feci irruzione nella cucina, macchiato del sangue del mio padrone...

(estratto dell'ultimo romanzo - inedito- che racconta le avventure di Cawèlêr5 , gatto di Liegi6)

Nota dell'autore: per inciso,questa ricetta è quella trasmessa dalla mia defunta nonna ed è perfettamente realizzabile dagli amanti della buona tavola.

1 È una marmellata di prugne e carrube. Da leccarsi i baffi! (ndt)
2 Tchantchès è la marionetta tipica del folklore di Liegi, eroe popolare ricco di ironia. Simboleggia lo spirito di Liegi. (Etienne Borgers)
3 Una casseruola di cipolle.
4 E' un tipo di fecola di mais.
5 Cawélêr significa letteralmente “coda in aria” in dialetto locale. Per Camilleri, Quadruppani lo tradurrebbe.
6 “Cuda rritta” cioè “Coda dritta”. (ndt)


Simenon e Maigret vanno a tavola
Robert Jullien Courtine

Robert Laffont • 1974 (rééd. 2003)

Corinne Naidet
Traduzione: Giuseppina La Ciura

Si ha spesso l'immagine del commissario Maigret, che ordina un sandwich e una birra al bancone di un bistrot triste e grigio, immagine che spesso si ripete negli adattamenti televisivi. Ciò vuol dire dimenticare la signora Maigret, sempre saggia, sempre pronta a rimuginare su un brasato di manzo, un fricandò all'acetosa, o su un'altra crostata di mirabelle. Una cucina familiare, semplice e gustosa, spesso corroborante che si addice alle atmosfere Simenon.

Questa raccolta di ricette è stata realizzata da Courtine, amico intimo di Simenon, per cui lo scrittore belga aveva fatto una prefazione per il libro “L'Enciclopedia universale della cucina” pubblicato nel 1969. I testi sono illustrati da fotografie della Parigi degli Anni 50 in cui lo scrittore e il suo eroe amavano andare a zonzo e respirare l'atmosfera, con una buona pipa in bocca.

Questo libro ripubblicato da Laffont nel 2003 era apparso inizialmente nel 1974 e, poi, nel 1992. Ebbe un grande successo, con una traduzione immediata in inglese e una buona diffusione negli Stati Uniti( Madame Maigret's recipes) e una versione italiana nel 1977 ( “Le ricette della signora Maigret”).

Prefazione di Simenon

Mio caro Courtine,

sono molti anni che io ho rinunziato a scrivere delle prefazioni, perché vi avrei passato una buona parte del tempo dedicato ai miei romanzi e il loro numero avrebbe tolto loro ogni valore. Vuole considerare come una prefazione questa lettera che io Le scrivo con sincerità d'amico?

E' da molto tempo che io La leggo e che L'ammiro. Molti, soprattutto in questi ultimi anni, si sono piccati di conoscere la gastronomia e quasi ogni giornale o settimanale possiede la sua rubrica dedicata alla buona tavola Ora, per la maggior parte del tempo, la cucina di cui si parla è una cucina fantasiosa, che si armonizza meglio con i mobili gonfiabili in plastica che con una buona e solida sala da pranzo.

Io scriverei volentieri che Lei è l'ultimo Classico, se non rischiassi di allontanare da Lei gli amanti dell'originalità ad ogni costo. Per ogni piatto, si è dato la pena di risalire alle origini, spesso contadine, di ricercare il perché di tale ingrediente, di tal genere di cottura o di tale contorno. Inoltre spesso, Lei ha cercato e trovato delle semplificazioni, che i nostri poveri stomaci d'oggi esigono.

Io L'ho vista all'opera. La Sua curiosità e la Sua attività mi incantano sempre. E, quando mi trovo dinanzi ad un caso controverso, è con Lei che mi consulto.

Il nostro amico Curnonsky era stato nominato “Principe dei Gastronomi”. Lei merita di ereditare questo titolo, sebbene io lo trovi un po' reboante e gli preferisca la parola “esperto”.

Sono gli esperti che distinguono i quadri falsi dai veri, le opere d'arte di nessun valore da quelle autentiche. Lei fa ciò in cucina, che anch'essa un'arte, se non la più antica. Lei conosce la mia ammirazione. Mi farà piacere, tramite questa lettera-prefazione, condividerla con quelli, rarissimi, tra i miei lettori, che non la condividono ancora.

Amichevolmente Suo, mio caro Courtine

Georges Simenon


Wolfe e Carvalho: due modi di mangiare,
due modi di indagare

Sandro Ossola

Sandro Ossola è nato a Milano il 26 ottobre 1952. Dal '71 al '75 ha militato in Avanguardia Operaia, in seguito è stato tra i fondatori della prima “radio libera” milanese, Canale 96. Dopo una breve esperienza giornalistica, dall'81 ha lavorato come traduttore dall'inglese e dallo spagnolo per le maggiori case editrici italiane, traducendo autori del calibro di Chavarría, Taibo e Vázquez Montalbán. Nell'89 ha pubblicato, presso Mondadori, il suo primo romanzo, “Più bianco del bianco”. Nel 2004, insieme allo scrittore e traduttore Andrea Carlo Cappi, ha fondato la casa editrice Alacrán.
Altre informazioni sul suo sito personale: www.sandroossola.it e su: www.alacranedizioni.it.

Se immaginiamo di domandare a un ipotetico Lettore Ideale quali siano i personaggi letterari che associa al piacere del cibo, difficilmente la risposta ci sorprenderà: Nero Wolfe e Pepe Carvalho (Qualcuno potrebbe citare Maigret: ma non è un loro omologo, essendo un poliziotto in servizio, per di più ammogliato. Il suo rapporto con il cibo, poi, non ha a che fare tanto con il piacere, quanto con la rivincita contro una fame atavica, tipica delle sue origini contadine).
Eppure si tratta di personaggi quasi antitetici, così diversi da rappresentare due estremi, due modi opposti di interpretare la ricerca della verità.

In realtà parlare di cibo in relazione al romanzo giallo significa, in ultima analisi, associare la morte - il delitto - al nutrimento, che garantisce la continuazione della vita, almeno dal punto di vista fisico. Ma non sono certo le contraddizioni a poterci fermare. Anzi.
Cominciamo precisando che Nero Wolfe è, in realtà, solo metà del personaggio investigante dei romanzi di Rex Stout (o tre quarti, se si fa riferimento alla stazza): l'esistenza di un personaggio come Archie Goodwin è fondamentale, se vogliamo istituire un paragone con Pepe Carvalho.
I due detective hanno in comune solo il fatto di essere stati, in un certo periodo della loro vita, agenti segreti, ma – anche in questo senso – in modi assai diversi. Wolfe è stato al servizio dell'impero austro-ungarico, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Pepe Carvalho nasce nel '71 come protagonista di un “romanzo sperimentale”, Yo maté a Kennedy , in cui è un ex militante comunista, ora agente della CIA, guardia del corpo e assassino di Kennedy. Ovviamente nel Carvalho “definitivo” rimane solo la passata militanza politica e qualche vago accenno (soprattutto nei primi romanzi) a una collaborazione con i servizi statunitensi.
CIA a parte, Manuel Vázquez Montalbán - creatore di Carvalho - ha diverse cose in comune con il suo personaggio: dall'amore per la buona cucina alla militanza comunista, che gli fruttò diciotto mesi di soggiorno nelle patrie galere ai tempi del franchismo.
Stout, al contrario, non era che un normale scrittore: non risulta che sia mai stato coinvolto in “avventure” di qualsivoglia genere. Tra l'altro la dualità Nero Wolfe-Archie Goodwin gli consentiva - con un legittimo calcolo di marketing - di riunire i due principali filoni del romanzo d'indagine: quello che ha per protagonista l'investigatore “all'inglese”, il genio individualista che muove solo le “cellule grigie”, che, come un computer, raccoglie i dati e li elabora; e quello “all'americana”, che se ne va in giro tra salotti e bassifondi, dà e prende cazzotti, seduce ed è sedotto da donne di ogni genere: insomma, “si sporca le mani”.

E siamo arrivati al punto.
Sia Wolfe che Carvalho hanno un rapporto con il cibo che potremmo definire “maniacale”. Ma si tratta di “manie” molto diverse, anche qui quasi opposte.
Nero Wolfe è un mangiatore solitario, il piacere del suo palato è onanistico. Non condivide mai l'esperienza del cibo, nemmeno quando sembra che lo faccia. I commensali occasionali il più delle volte lo disturbano. Il suo commensale quotidiano - Archie Goodwin - implicitamente non è ritenuto all'altezza di apprezzare i capolavori preparati dal cuoco svizzero Fritz Brenner, che infatti vengono raramente commentati se non con l'artefice in persona.
Pepe Carvalho esprime la sua maniacalità anche cucinando personalmente, magari cimentandosi alle tre di notte con piatti di preparazione complessa e difficile digestione. E spesso, quasi sentendosi in colpa, cerca un amico o un'amica con cui dividere l'esperienza.
Questi due diversi approcci al cibo (al trattamento del cibo, soprattutto) trovano un riflesso diretto nei rispettivi metodi d'indagine.
Carvalho si sporca le mani: sventrando il pesce, affettando la cipolla, andando a fare la spesa alla Boquería, il mercato di Barcellona, dove si viene travolti da straordinari profumi e da straordinarie puzze, come in tutti i grandi mercati popolari del mondo.
Possiamo star sicuri che Nero Wolfe non si accosterebbe mai, personalmente, a tanta umana carnalità. Lui, per dirla tutta, è un fottuto aristocratico. La sua visione della vita è elitaria: la Bellezza, il Piacere, la Raffinatezza non possono (non devono) essere apprezzate da tutti.
Alla fine, in mancanza di solide tradizioni cui fare riferimento, Wolfe (Stout) sembra convinto che in cucina la raffinatezza conti più di tutto, anche della sostanza.
Il che, tutto sommato, è abbastanza tipico dei nordamericani. Personalmente - dando per scontato che Wolfe sia nato in Montenegro e sia arrivato negli Stati Uniti negli anni Venti, secondo le contrastanti versioni accreditate dallo stesso, e distrattissimo, Stout - credo che nella fiction statunitense destinata a un pubblico popolare, si tenda ad attribuire a personaggi non-americani caratteristiche e tendenze negative o ritenute tali.
Una spiccata propensione per i piaceri del sesso o della gola, per esempio. Roba da europei.
Nel romanzo Alta cucina, ambientato in una convention gastronomica, gli chef - tutti europei: francesi e italiani, più Marko Vukcic, storico amico montenegrino di Wolfe - sono descritti come macchiette, personaggi bizzarri e bizzosi, patologicamente invidiosi l'uno dell'altro e ossessivamente gelosi delle proprie ricette, la cui esclusività consiste, immancabilmente, in un misterioso ingrediente segreto.
Nella realtà i grandi chef sono spesso bizzarri, a volte persino bizzosi, ma difficilmente vantano ingredienti segreti o rifiutano di rivelare ricette.
L'immagine che Rex Stout ce ne dà risente della visione che l'americano medio ha degli europei: geniali ma incomprensibili, quindi inattendibili. E, oh, così anti-igienici...
Carvalho, invece, si sporca le mani, si butta nella realtà.
A volte sospettiamo che non si butti nella realtà per indagare, ma che faccia l'investigatore per tuffarsi nella realtà.
In lui (e qui forse c'è un altro punto di unione con Wolfe) la curiosità è l'unica pulsione che prevalga sulla ricerca del Piacere.
Gli capita quindi di mangiare cose che prevede di sapore mortificante, come i churros bisunti e stantii nel bar madrileno di Assassinio al Comitato Centrale. Carvalho sa bene che le possibilità che i churros siano decenti è minima, eppure li assaggia.
Non per farsi del male (concetto che gli è estraneo), ma perché la considera un'esperienza necessaria, ineludibile, di un soggiorno madrileno.
Per Carvalho - come per Maigret, in questo senso - il cibo fa parte di un contatto fisico che tiene ancorati alla realtà.
Condividere la mensa, essere a tavola con qualcuno, per Carvalho è parte integrante dell'indagine.
Questo per Nero Wolfe è assolutamente proibito: a tavola non si parla di lavoro, nemmeno con il cliente del momento o con Archie Goodwin. Sarebbe fiato sprecato.
(Considerazione personale: se lo incontrassi gli chiederei se non considera come un piccolo fallimento personale il fatto di non aver nemmeno tentato, in tanti anni di convivenza, di introdurre Archie ai piaceri della cucina).
Carvalho - come Vázquez Montalbán nella vita reale: ve lo posso assicurare - quando ha l'opportunità di mettersi a tavola con una persona che vuole “sondare” (o da cui desidera lasciarsi sondare), spia il suo modo di sedere a tavola, di approcciare il cibo, di guardarlo e di toccarlo con la forchetta; osserva il suo modo di versare il vino, di assaggiarlo, di farlo ruotare nel bicchiere. E ne trae elementi di giudizio.
Nei confronti degli astemi, degli inappetenti e di chi si ingozza senza assaporare quello che mangia, Carvalho nutre una diffidenza “culturale” che forse non lo aiuta a risolvere i casi su cui indaga, ma fornisce a Vázquez Montalbán la possibilità di descrivere i personaggi anche attraverso il loro modo di rapportarsi al cibo.
Oltre all'opportunità (forse l'ultima) di farci conoscere la realtà barcellonese parlando di personaggi che non hanno ormai da condividere che una crescente perdita d'identità, di un “comune sentire” che sopravvive solo in alcune abitudini alimentari.
In Gli uccelli di Bangkok, Carvalho incontra un architetto di successo, ex marito della vittima di un omicidio. È un possibile indiziato, ma il suo livello culturale e il suo passato antifranchista fanno pensare al detective che l'interrogatorio - se avvenisse al tavolo di un buon ristorante - potrebbe avere risvolti piacevoli, o almeno interessanti.
“A lei piace mangiare bene?” domanda Carvalho. Quando l'altro risponde che mangia per vivere e non vive per mangiare, il detective ribatte senza esitazioni: “Allora ci vediamo per un caffè”. Meglio mettersi a tavola con un possibile assassino gourmet che con un innocente che non apprezza il cibo.
Può condividere con un perfetto sconosciuto il piacere di un panino ben fatto, apprezzare gli sforzi culinari di Biscuter, suo assistente sottoproletario, discettare con un salumiere di fiducia sulle varietà di prosciutti iberici: ma l'indifferenza no, non potrà mai accettarla. Perché l'alimentazione non è separabile dalla vita, e Carvalho (Montalbán) è curioso prima di tutto della vita reale.
Nell'opera di Stout, invece, la passione di Nero Wolfe per la buona tavola serve solo a costruire un personaggio che l'autore vuole fortemente caratterizzato come eccentrico (come se non bastasse coltiva orchidee, vezzeggiandole come esseri umani...). Una “maschera”, insomma, pur nel senso più nobile della definizione, in perenne contrasto con la “sana americanità” di Archie Goodwin: come la fame atavica di Arlecchino rispetto alla stitica borsa di Pantalone.

L'intenzione di questo scritto non è quella di esporre una tesi, ma di evidenziare i tratti di due personaggi letterari che esprimono, anche attraverso il rapporto con il cibo, modi diversi di vedere la realtà.
Sarebbe sciocco fingere un atteggiamento neutrale, quando è evidente anche per il lettore più distratto che le simpatie di chi scrive vanno al personaggio creato da Montalbán.
È più corretto esporre i motivi di tale preferenza.
Se è vero, come sostengono alcuni, che anche nel “giallo” esistono una destra e una sinistra, la “destra” è rappresentata da una concezione sostanzialmente enigmistica delle storie (tipo Conan Doyle, Agatha Christie, ecc.). L'indagine si svolge in una specie di “realtà separata”, fatta di personaggi scontatamente ricchi per nascita o per abilità finanziaria, dove i soli lavoratori rappresentati sono i servitori: maggiordomi, giardinieri, bambinaie, ecc. Alla fine l'investigatore raduna tutti in un elegante salotto e smaschera il colpevole in virtù delle sue straordinarie doti intellettuali.
Carvalho, figlio più che legittimo di investigatori come Sam Spade e Philip Marlowe, (vogliamo definirli “di sinistra”?), preferisce rapportarsi con persone “vere”: camerieri, taxisti, lustrascarpe, e poi avvocati, architetti, musicisti emarginati o di regime...
A costo di ritrovarsi a disquisire di storia dell'alimentazione mediterranea a tavola con due allibite prostitute (Charo, la sua donna, e una collega in difficoltà).
Montalbán, a differenza di Stout, ha conosciuto la galera, dove si impara - anche al di fuori della retorica da cantautore genovese - che non esistono “i malvagi” e “i buoni”, ma solo le persone, una per una, con le loro storie piccole o grandi e i loro sentimenti, piccoli o grandi. E dove gli emarginati sono più dolenti che pittoreschi.
Pepe Carvalho sa che “nessuno è perfetto, nemmeno un perfetto cretino” come canta Huwey Lewis.
Chiunque, una volta nella vita, può dire una cosa importante: un buon detective dev'essere pronto a raccoglierla.
E forse non solo un detective.


La cucina del delitto

Giovanni Zucca

In copertina, un revolver minaccioso, e un paio di manette. Sotto la copertina, un trionfo di ghiottoneria, erudizione e curiosità, all'insegna del giallo e del noir. Sto parlando di Manuale pratico di cucina noir & criminale, elegante volume edito da una piccola casa editrice milanese specializzata in gastronomia, la Guido Tommasi Editore. Autrice del libro, un saggio brillante con citazioni, che è anche un autentico manuale di cucina, è Montse Clavé, animatrice insieme a Paco Camarasa della libreria di Barcellona Negra y Criminal, tappa obbligata per gli amanti della letteratura di genere in visita alla città catalana, di certo ben nota alla redazione spagnola (e a qualche socio di 813).

Dalla Z di Emile Zola (con Teresa Raquin) alla A di Raul Argemí, scrittore argentino ancora inedito in Italia, secondo l'ordine seguito dall'autrice, incontriamo molti dei grandi nomi del giallo e del noir, rapidamente presentati e abbinati a una ricetta in tema con il personaggio, o l'ambiente da cui proviene: da una soupe à l'oignon gratinée che suona perfetta per il commissario Maigret, uno che avrebbe odiato i fast food, al goulasch con cui si ristora Kinsey Millhone dopo troppi pranzi, appunto, al fast food; dalla caldeirada per Pepe Carvalho (una gustosa, ricca zuppa di pesce) alla saporita bistecca alla messicana ‘cucinata' da Paco Taibo II per il suo eroe Belascoarán. Da buon europeo, gongolo soddisfatto nel vedere che gli eroi a stelle e strisce devono ricorrere all'Europa (o al Centro e Sud America) per mettere qualcosa sotto i denti tra un'indagine, una pupa e una scazzottata, vedi il pesce alla veracruzana abbinato a Ed McBain o la mussakà con cui il Tom Ripley di Patricia Highsmith festeggia il suo successo criminale. Ma ci ricorda l'autrice che i nordamericani (quanto meno, quelli letterari) bevono assai più di quanto mangino: e infatti ci sembra perfetto vedere il grande Sam Spade alle prese con un Talisker single malt. Potremmo forse immaginarci il padre di tutti i private eye davanti a un piatto di maccheroni?

Un solo appunto all'edizione italiana, in cui i due celebri poliziotti neri creati dalla penna di Chester Himes, Coffin Ed e Grave Digger Jones, figurano con i nomi spagnoli di Ataud e Sepulturero: forse era meglio lasciarli con i nomi originali, o rispolverare i suggestivi nomi italiani delle vecchie traduzioni dei gialli Longanesi, vale a dire il Bara e il Beccamorto, terrore dei delinquenti di Harlem…

Ma perdoniamo volentieri questa veniale svista a un editore che prima di questo volume ne ha pubblicato un altro, in cui il sapore della cucina (e quello del crimine) hanno un ben diverso sentore di realtà. Parlo di Avanzi di galera – Le ricette dei poco di buono, curato dal netmagazine www.ildue.it, sito internet a cui lavorano i detenuti del carcere milanese di San Vittore. Situato in pieno centro, a cinque minuti a piedi da Sant'Ambrogio, il grande e affollatissimo carcere è noto ‘nell'ambiente' come ‘Il Due', dal numero civico dei suoi ingressi e negli anni ha ospitato l'aristocrazia del crimine (quello vero, non della fiction), rapinatori e mafiosi, illustri finanzieri e politici presi con le mani nel sacco e illustri sconosciuti, ma soprattutto tanti poveri diavoli, privati, oltre che della libertà, di una buona tavola… E questo libro ci accompagna dentro le celle, alle tavole dei detenuti, nutriti con quella che viene definita ‘la sbobba', il cibo passato dall'amministrazione carceraria, che nel migliore dei casi pare sia appena passabile, e spesso è disgustoso. A differenza delle mense collettive che abbiamo visto in tanti film USA, nelle nostre carceri si mangia in cella, cucinando il cibo mandato dalle famiglie o comprato alo spaccio interno su precari fornelletti (situati accanto alla ‘turca' per i bisogni corporali). I coltelli sono proibiti: come tagliare, ad esempio, la carne? Ci si arrangia con utensili di fortuna, ricavati dalle bombolette di gas vuote o dalle scatole di pelati, sapendo che se verranno trovati dalle guardie scatterà una punizione. La grattugia? Una scatola vuota di sardine bucherellata con un chiodo. ‘Aprire il frigo' significa mettere il cibo o la bevanda da tenere in fresco sotto un filo d'acqua continuo. E dove manca l'attrezzatura, o l'ingrediente difficile da trovare, scatta l'arte di arrangiarsi, la creatività personale, che abbina il tonno usato per condire una pasta con fettine di mandarino; e quando la fame è tanta, se nella agognata pasta con i piselli finiscono un bel po' di formiche, si toglie quel che si può, poi buon appetito… Insieme alle ricette, alcune delle quali fanno veramente venire l'acquolina in bocca, scopriamo istantanee della vita dietro le sbarre, spesso ‘scattate' con un pizzico di ironia dietro al quale è facile intuire l'amarezza; una vita in cui il cibo, dal procurarselo, alla preparazione, al rito del pranzo, acquista un'importanza che noi che stiamo ‘fuori' abbiamo spesso perso di vista. Mentre leggiamo che la ‘moda' della cucina etnica è entrata anche in carcere, insieme a tanti detenuti di origini straniere, ci viene ricordato che tra ‘noi' e ‘loro' ci sono, certo, quelle maledette sbarre, conseguenza di reati, arresti, processi ecc ma che ci accomuna la medesima natura umana, il medesimo diritto ad un rispetto e una dignità da parte degli altri: considerazione banale, lo so, ma troppo spesso dimenticata, sulla scia di paure e ‘tolleranze zero' ideali per una facile ricerca del consenso politico. Divisi dalle sbarre, dunque, ma accomunati dallo stomaco, potremo senza dubbio apprezzare gli ‘spaghetti alla disgraziata' o la pasta con le ‘zucchine in salsa per l'ergastolano' anche noi, Noi, che stiamo ‘fuori'. Per ricordarci di loro, che stanno ‘dentro'.

Montse Clavé, Manuale di cucina noir & criminale, Guido Tommasi Editore, 2006, 190 pagine)

www.ildue.it, Avanzi di galera – le ricette dei poco di buono, Guido Tommasi Editore, 2005, 190 pagine.


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