Intertestualità e strutturalismo:
i
due volti della confusione
Il caso increscioso del
romanzo poliziesco come tentativo d'approccio alla letteratura
popolare
(Risposta al saggio
di Moez Lahmédi)
Okuba kentaro
Traduzione: Giuseppina La Ciura
Nel numero
6 di Europolar, Moez Lahmédi presenta uno studio
nel quale riduce la scrittura del romanzo poliziesco al gioco dell'intertestualità.
Saggio critico, paradosso brillante, scorcio avvincente o fredda
decapitazione? E' difficile giudicare, e non vi si può opporre
l'argomento di un linguaggio tecnico complesso suscettibile d'interpretazione.
Ciò significherebbe allora che il saggio non è formalmente
realizzato: ora, esso si presenta come testo scientifico e si può ancora
sussumere l'univocità della sua lingua come primato del rigore
scientifico. Dopo tutto, sono meno pedanti quelli che usano un gergo
di quelli che riducono la scienza a dei regolamenti di conto sommari.
Questa non è forse l'intenzione profonda di Lahmédi,
ed io non gli farò alcun processo su questo punto. Per contro,
mi sembra utile ritornare proprio sulla validità della sua
esposizione, tanto quest'ultima è suscettibile di interpretazioni
spiacevoli.
Il riepilogo dell'affaire
L'autore ha inteso studiare, in un
caso particolare, quello del romanzo poliziesco, il metodo d'analisi
detto dell'intertestualità,che
consiste particolarmente nel ricercare nel testo,e dunque nel segno
scritto, la materia di una tipologia dei processi di costruzione
romanzesca.
Ammettiamo il postulato dell'autore
secondo il quale,e noi vi ritroviamo molto la dottrina di Eco,
il prodotto scritto importi più dell'idea
creatrice, e seguiamo la dimostrazione dell'intertestualità “poliziesca” secondo
la terminologia in breve di Lahmédi.
Essa è certo differente,poiché funziona su un adattamento
di testi anteriori, che costituiscono per l'autore la base materiale
della sua futura operazione di “collage” e di “grattage”. Alla maniera
dei copisti medioevali, lo scrittore “poliziesco” recupera la carta
di antichi testi per lavarla e riscriverci sopra altre opere.
A questo punto della dimostrazione, propongo di chiamarlo l'incollatore
per distinguerlo dal romanziere.
L'autore, sentendo l'intento riduttore
dell'azione palinsestuale, interviene per ricordare l'altra faccia
dell'intertestualità in
quanto gioco di lettura, essendo il lettore secondo il suo grado
di cultura suscettibile di mettere o no in relazione il testo letto
effettivamente con altri libri già “percorsi”. Beninteso,
questo fenomeno è indipendente dal genere letterario e dall'oggetto-libro
stesso,come riconosce Lahmédi.
Sennonchè il romanzo poliziesco fa spesso allusione ad altri
romanzi dello stesso genere, e crea dunque una dinamica ripetitoria.
Ora, il lettore, riscoprendo in un'opera le figure di una o parecchie
altre,si sentirà incline a entrare nel gioco di lettura, nel “contratto” così istituito
e che prende valore di lettura naturale.
Bisogna notare, dice Lahmédi,
che la ripetizione sistematica si chiuderebbe con una fossilizzazione
del genere a breve termine, e che bisogna dunque supporre questa
volta una dinamica meta-testuale.
L'inventiva dell'incollatore poliziesco
consiste nella sua capacità di
scrivere lo stesso libro, ad eccezione dell'epilogo, in maniera da
procurare al lettore assunto con un contratto a termine un effetto-
sorpresa. Certo, se si vuole analizzare il metodo impiegato, l'effetto-< sorpresa
fa esso stesso parte del contratto e l'incollatore ha la fortuna
di trovare anche dei lettori così benevoli.
Stando così le cose, come si è arrivati
a questa situazione?
Perché innanzitutto, dice l'autore, l'incollatore poliziesco
ha bisogno di prendere dei testi e di dar loro valore di indizi.
Distribuendoli abilmente, coordinandoli in collage che abbia un significato
alla maniera dei primi cubisti, l'incollatore permette al lettore
avido di riferimenti familiari una progressione nel testo. Perché poi,
questa funzione indiziaria è al tempo stesso una funzione
riflessiva: il lettore, leggendo dei pezzi che conosce già,
si percepisce come lettore adesso e lettore prima e si trastulla
di un tale effetto- specchio. Certo, questo argomento pare debole
se si considera che, essendo la funzione intertestuale fondamentalmente
palinsestuale nel collage poliziesco, la differenza psicologica tra
i pezzi – di fatto sempre la stessa, poiché nihil novi sub
sole- tende rapidamente verso lo zero.
Ultimo argomento, questo genere di
metodo è proprio del romanzo
poliziesco.
L'indagine
Ecco dunque chiarite, se si può dire, le specificità proprie
dell'intertestualità del romanzo poliziesco: un semplice gioco
formale che sostituisce il processo di creazione se non tautologico,
almeno quasi esclusivamente endogeno, con effetto- stupefazione garantito
sul lettore.
Nessuna riflessione sul valore dell'idea
creatrice, né sulla
volontà politica dell'autore di porre , nell' estremo campo
di libertà del genere poliziesco- Imre Kertèsz, Ismaël
Kadaré,per esempio- le questioni della perdita dell'umanità proprie
del sistema totalitario: tutt'al più, è citato Manchette,
ma è questo un motivo di soddisfazione? nel carnet di Lahmédi,
un buon esempio di struttura intertestuale questo, non è scritto
di citare Manchette per ogni punto politico? Non è nemmeno
evocata l'avventura formale portata al suo più alto grado
d'astrazione della Trilogia New-Yorkaise di Paul Auster.
E quella idea così singolare, assestata con tanto aplomb,
che non c'è enigma nel romanzo e forse nemmeno funzione riflessiva…
In nome di quale autorevole argomento
si deve seguire la requisitoria incompleta di M.Lhmédi: Genette, Barthes? Degli strutturalisti,
se vogliamo ritenerli tali, degli uomini che pensano alla costrizione
di base attraverso l'onnipotenza delle strutture stilistiche. Certo,
ma essi hanno spiegato che quella struttura valeva solo per i romanzi
polizieschi? Perché, come ? ecco le domande minimali, che
bisognerebbe porre in una tesi costruttivistica, e che non sono solo
evocate qui. Si potrebbe, per esempio, riprendere la situazione dei
testi letterari del XVII secolo e gli intertesti dell'epoca: gli
autori latini in lingua originale , per favore , la mitologia, la
Bibbia. Allora , Racine, vecchio mio, con le vostre cinquecento parole
e i vostri intertesti, siete un autore?
O allora, ed è forse un semplice errore di inquadratura,
Lahmédi pensa a Gérard de Villiers e ai suoi 164 romanzi,
che sono dei veri e propri enigmi in sé: come delle persone
normali possono tuffarsi sempre con lo stesso piacere in un'acqua
sempre simile? Forse anche Lahmédi tenta di comprendere/ perseguire
il valore della letteratura popolare, senza sapere troppo come qualificarla
e analizzarla. Gli si rimprovererà in ogni caso di partecipare
della confusione che dovrebbe risolvere .
Il giudizio
Sia da lettore che da divoratore di
libri, io sono sempre sfavorevolmente impressionato dalla facoltà di quelli che cercano di uccidere
il piacere, come se questo spazio di libertà, di distensione
e di fantasticheria, nel senso bachelardiano del termine, fosse loro
insopportabile a livello epidermico. Io sono altrettanto stupito
di leggere, nella linea dei lavori dell'inesauribile Eco, lo strano
ritratto del lettore di romanzi polizieschi: un uomo che rilegge
sempre la stessa cosa e che, nello stesso tempo, si contempla mentre
sta leggendo. Magnifico esempio di abnegazione solipsistica.
M. Lahmédi non è il peggiore
tra costoro, ma è,
coscientemente o no, dalla parte dei vivisettori.
Presentarsi in un gruppo di lettori
e di autori per schiacciare, senza alcun metodo rigoroso, l'oggetto
del loro piacere, ridurre la scrittura di un libro ad un gioco
di copia-incolla, ecco in ogni caso dei processi che lo classificano
tra gli elementi brillanti della generazione a venire. Peccato
che egli abbia scelto il caso increscioso del romanzo poliziesco
per darsi ad un freddo attacco alle letteratura popolare: per lui, è fin
d'ora un caso fallito (risata gialla).