Il giallo europeo nel mirino

n°7 Novembre-Dicembre-Gennaio 2006/07

 

 

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"Tart Noir"

Maschio marinato, tartine saporite:
E' il racconto noir femminista

Lee Horsley
Traduzione dall'inglese di Raffaello

(“Il romanzo nel ventunesimo secolo, leggere e scrivere racconti di finzione”, conferenza di Lee Horsley, tenuta il 2 e 3 settembre 2005, presso la Lancaster University)

 

Il titolo di questo scritto vuole illustrare significato, tendenza e sviluppi del “Tart-Noir” – della sua consapevole beffa, del suo comico sconvolgimento e della tendenza verso un'allegria che attraversa diversi generi evidenti nel suo mescolamento delle convenzioni della letteratura poliziesca con quelle del romanzo e del gotico. Le “madri fondatrici” Lauren Henderson e Sparkle Hayter, impegnate a definire il loro nuovo sottogenere a metà degli anni '90 (etichetta originale “Slut Noir”, ispirata a “Barbie is a slut”, lo slogan sulla maglietta che Lauren Henderson indossava), decisero per “Tart Noir”, sostituendo “zoccola” con “tartina”, altrettanto saporita. Henderson in collaborazione con Stella Duffy, ha curato l'antologia – venti storie intitolate “Tart Noir”, pubblicate da Pan nel 2002. Entrambe le scrittrici curano il sito “Tart City Website”, per trovare notizie, “consigli sull'amore e la vita”, pupattole di carta “dei vostri personaggi Tart Noir preferiti” ed altre espressioni “delle peculiarità del Tart – cattiveria, insolenza e tentativi di reinventare la scrittura delle donne e di che cosa si suppone dovrebbero scrivere”. Ciò che mi interessa osservare in questo scritto è la forma che questa reinvenzione assume nell'antologia Tart Noir: quali strategie vengono dispiegate nello smantellamento molto deliberato di alcuni dei binari tradizionali della letteratura poliziesca. Queste scrittrici che cosa escogitano per soddisfare le aspettative del proprio pubblico? E quali nuove direzioni possono emergere nel racconto poliziesco del ventunesimo secolo, considerate le numerose e generiche revisioni emerse negli ultimi venti o trent'anni del secolo scorso?

La proliferazione e lo sviluppo di generi narrativi popolari suggerisce che giocare contro e non rispettare le regole sono aspetti essenziali per la soddisfazione del lettore. Se consideriamo in ampi termini le trasformazioni della narrativa poliziesca, vediamo una successione di rotture delle forme familiari del genere ed ogni nuova partenza costruita sui cambiamenti che si sono già verificati. Quando il femminismo sfidò e riscrisse la tradizione dell'investigatore incallito negli anni '80, una delle sue strategie portanti – una strategia di gran successo – fu, naturalmente, il cambio dal maschile al femminile, dell'investigatore. Di gran lunga la più conosciuta protagonista della narrativa poliziesca femminista è l'investigatrice incallita, che si piega al genere “cinico”, stilizzata, pistola in pugno ed invariabilmente smargiassa. Vi sono state obiezioni da parte delle femministe a questa strategia (‘cinico', molti obiettano, è un ossimoro che suggerisce inerentemente un tipo contraddittorio di protagonista, Philip Marlowe o Mike Hammer a seguire, niente di più che una parodia del punto di vista maschile); ma si potrebbe ritenere che per molti scrittori le più grandi di difficoltà derivano dal fatto che negli ultimi venticinque anni la donna PI è spesso troppo prevedibile – omologata come gli innumerevoli protagonisti PI cloni di Chandler o Spillane. Le scrittrici di tart noir creano in realtà figure di investigatrici (c'è sempre una forte richiesta di personaggi in serie e per ovvie ragioni il personaggio dell'investigatore è più richiesto che non la vittima o l'assassino). Comunque nell'antologia Tart Noir, un chiaro vantaggio del racconto breve è che le scrittrici non avevano alcuna necessità di compiacere i propri editori. L'invito a collaborare all'antologia offriva la possibilità di “sperimentare qualcosa di molto differente dal vostro solito… qualcosa forse, che avreste voluto sempre scrivere ma sapevate che il vostro editore non avrebbe accettato”. Il risultato fu un gruppo di ciò che sono nell'insieme, il racconto criminale opposto a quello d'investigazione, portandoli nell'ambito della tradizione dominante noir (che è non-investigativa), e creando opportunità per molti e più vari generi di radicale sconvolgimento, per manipolazioni maliziose di una serie di stereotipi di noir - sia gli stereotipi creati dalla precedente tradizione (maschilista) dell'investigatore incallito sia quelli consolidati nelle seguenti riscritture femministe della tradizione maschilista.

Se pensiamo al “tart noir” in contrasto con il “cinismo” del racconto poliziesco investigativo invece di protagonisti che usano le proprie capacità intellettuali e fisiche per restaurare l'ordine, abbiamo protagonisti i quali, nella tradizione noir, finiscono fuori strada per avidità e desiderio. L'Antologia Tart Noir include una o due variazioni del “cinico duro”, capelli corti, posa e fisico da calci in culo, ma la raccolta nell'insieme è molto più sovversiva per inventiva e divertimento delle ideologie di genere. Esitono più opportunità per esplorare la fluidità dell'identità femminile. I racconti nell'antologia Tart Noir non ci danno modelli per ruoli positivi femminili ma personaggi alienati dalle forme culturalmente accettabili (o almeno culturalmente alla moda) dell'identità e del desiderio femminili. Questi sono, come dico, racconti che fanno la parodia dell'investigatore-autorevole del racconto poliziesco e del sotto genere femminista. Essi demoliscono il binario trasgressore-vittima, sessuale-domestico, consumatore-nutriente, aggressivo-passivo, ed una delle strategie chiave per realizzare ciò è amalgamare la femme fatale e la donna domestica nutriente. Il legame tra i due tipi di personaggio tradizionale e antitetico consiste nel particolare dominante della culinaria che è centrale ad alcuni dei migliori racconti della raccolta. Ciò che voglio discutere sono quattro racconti in cui i temi noir di legge e trasgressione, potere e vulnerabilità sono molto brillantemente immaginati di nuovo in termini di appetiti femminili esuberanti ed incontrollati – non solo l'ingorda sessualità e il desiderio di sopravvivenza che caratterizza la femme fatale ma anche un prodigioso appetito per il cibo ed una violenta e grottesca corporeità.

L'attività culinaria non è naturalmente assente dal racconto poliziesco femminista incentrato sull'investigatrice. Invero, tale attività è spesso un'indicazione importante della protagonista opposta alla controparte maschile, sebbene nel complesso è periferica nella struttura della narrativa poliziesca. Patricia Cornwell, per esempio, dice che dopo aver creato il personaggio di Kay Scarpetta è stato naturale per lei “decidere che le piace cucinare… Dopo che Scarpetta ha passato la giornata a contatto con la morte, ha la necessità di venire a casa tra bellezza ridondante, vino e cibo eccellenti insieme alla famiglia e agli amici… Andare in cerca dell'olio di oliva extra vergine pressato a freddo e della mozzarella di bufala”. C'è addirittura un libro di cucina dedicato alla serie di Scarpetta. La funzione simbolica o altamente allusiva del motivo dominante del cibo nel racconto poliziesco sarà familiare a chiunque guardi con attenzione i classici del cinema noir in cui, naturalmente, il “lato oscuro” del motivo dominante prevale, con personaggi di regola annientati dalla loro avidità e con tendenze erotiche pericolose spesso immaginate come un genere di reciproca consunzione (pensate, per esempio, al Postino suona sempre due volte, in cui la fame distruttiva, il desiderio e la bramosia di Frank e Cora sono suggeriti simbolicamente dalla scena a tavola).

Le metafore culinarie nei quattro racconti tart noir che stiamo esaminando possono essere viste in funzione sia positiva che negativa, evocando in alcuni dei racconti associazioni oscure con il consumo capitalistico ed in altri il legame con il miglioramento della vita e qualità ritualistiche che affermano l'appartenenza alla comunità. I significati più positivi tendono ad emergere (come vedremo nella terza e quarta storia) quando il motivo dominante dell'uso del cibo serve a unificare il tipo del personaggio tradizionalmente separato della femme fatale con la donna che prepara il cibo. Le protagoniste, in tutte e quattro le storie, sono, in un modo o nell'altro, “tipe dure”, create in deliberato contrasto con la spavalde, indipendenti ma virtuose eroine della letteratura poliziesca cinica; ciascuna decide il proprio tipo di ordine, ma ciò non è , nei racconti, un risarcimento dell'ordine che sarebbe stato approvato dalla società dominante (se la società dominante conoscesse la verità delle cose). Eccetto, forse, per il diarista “Marooned!”, tutte le protagoniste sono “tarts” nel senso di femme fatale , ma i rapporti che stabiliscono sono sottilmente differenziati da quelli del noir tradizionale: controllano la vita degli uomini, ma li nutrono anche in modo genuino, adempiendo alle funzioni della donna “materna” che di solito (nel noir canonico) è l'antitesi della femme fatale. Nei primi due racconti, abbiamo antieroine giovani, spietate, dalle molte risorse di un'asprezza estrema che non si potrebbe concedere loro la minima approvazione ufficiale, sebbene la loro auto-affermazione, infine, le piazza dove vogliono stare all'interno di una società maschilista; negli altri due racconti, le protagoniste sono definite in modi che immediatamente le staccano dall'agile e stilizzata investigatrice femminista, ed anche (superficialmente) le distinguono dalla immaginata sessualità, per convenzione, della donna tutta curve, seducente, della donna ragno del noir , ed è in queste figure che (penso di discuterne), gli stereotipi generici sono con maggior efficacia indeboliti.

Le connotazioni più cupe del cibo e del mangiare si trovano nei primi due racconti che sto esaminando, ‘il racconto della sopravvivenza del più forte' di Sparkle Hayter, “The Diary of Sue Peaner, Marooned! Contestant” e “Necessary Women di Karin Slaughter. Avendo progettato “The Diary”, mentre guardava “Survivor!” (e mangiava il buonissimo popcorn di Weird Deird), Hayter lo costruisce come il racconto di un assassinio combinato, mescolando una estrema parodia comica – “Survivor!” incontra, per così dire l'isola dei cannibali. La domanda che Hayter si pone è “Che cosa accadrebbe… se i concorrenti fossero in realtà obbligati a sopravvivere in quell'ambiente, senza telecamere?” E le risposte che dà non pretendono di spiegare il programma televisivo, ma criticano una società che pubblicizza e remunera il vincitore della lotta primordiale per la sopravvivenza. La stessa diarista si rivela come la più ingorda e piena di risorse dei personaggi, con il risultato che il cannibalismo non è solo una metafora del consumismo vorace ma ha anche un qualche ruolo più positivo – come un'attività che spezza un tabù che significa l'abilità di liberarsi delle restrizioni convenzionali. Come negli altri racconti che stiamo prendendo in considerazione, l'effetto che ciò ha sugli ingredienti del racconto poliziesco riguardano sia la ristrutturazione di un intreccio classico sia la rivalutazione dei personaggi convenzionali. Il genere di intreccio e dei personaggi attinenti si trovano qui (giustamente numerosi) nei racconti polizieschi degli autori (maschi) di metà secolo in cui lo scenario coinvolgeva un gruppo messo assieme da un qualche disastro o accidente o dal perseguimento di una comune ossessione, inclusi guadagni pecuniari. Prendete, forse l'esempio più famoso, Il Falcone Maltese: abbiamo il protagonista maschile, un duro (Bogart/Spade), la ragazza buona (Effie, la segretaria di Sam Spade), la femme fatale, la decadente, corrotta Gutman, l'effeminato Joel Cairo, e così via – tutti alla ricerca del Falcone, il simbolo (si rivela un simbolo vuoto) di ricchezze oltre l'immaginazione. Il gruppo riunito sull'isola di Hayter non è per niente dissimile, ma (perseguendo l'analogia del Falcone Maltese), è fasullo come Sam Spade è un inganno e gli unici personaggi attendibili sono la segretaria e il tipo gay. La segretaria di Hayter, Sue, la diarista, è sulle prime “spaventata dall'esperienza di queste persone”, incluso un dottore e un veterano di guerra “addestrato a sopravvivere nella foresta”. Ma superate le prime impressioni, viene fuori che il supposto veterano è uno “sbruffone noioso” che non è mai stato in una vera guerra, il “dottore” è solo un insegnante di letteratura all'università – e quando le cose si mettono male, l'unico veramente all'altezza della “tribù” è il cuoco filippino gay l'unico alleato utile di Sue, e furtivamente colpisce forte in testa il più noioso sopravvissuto, ne arrostisce le parti tenere, marina il resto in salamoia. Infine si trovano una di fronte all'altro – a questo punto avendo imparato dal suo esempio, Sue prende l'iniziativa, uccide e marina il cuoco e gli sopravvive fino a che è liberata e portata in gran fretta a mangiare bistecche e aragosta in un hotel di lusso e riceve il gran premio di un milione.

Come il racconto di Hayter, il secondo che voglio esaminare, la macabra vicenda del Massacro di Karin, “Necessary Women” ci presenta una giovane donna che accetta la sfida sullo stesso terreno degli uomini, sfruttando le capacità domestiche ai fini delle tattiche di sopravvivenza. Di nuovo, la preparazione e il consumo di cibo sono centrali alle rivendicazioni di potere della protagonista e il cannibalismo è una metafora sia per la crudeltà della società descritta che – dal punto di vista della protagonista – come dimostrazione di libertà analoga allo sfacciato disprezzo della femme fatale verso le costrizioni della società. Come la protagonista di Hayter essa non vuole essere sottomessa dalle tradizioni che regolano il suo ruolo di donna – anche se il suo fine è infatti assicurarsi un posto nell'ambito della società tradizionale dominata dal maschio. Nella sua nota finale, Karin Slaughter definisce la sua posizione di autrice in opposizione al racconto noir di precedenti autori maschi, un genere, afferma, in cui un uomo onesto incontra la Donna Sbagliata – “Adamo ed Eva, solo con più liquore e sesso”. Le donne del racconto noir “sono marchiate a vita dai maschi”; come in grado di raggiungere il potere solo attraverso il sesso, e ne sono inevitabilmente punite. Il Tart Noir, afferma Slaughter, è d'altra parte, “in ogni caso, una ricompensa alle donne che prendono il potere”: confiscando questo potere, esse possono prendere decisioni mediocri, ma saranno le loro decisioni, e gli uomini coinvolti saranno soltanto un mezzo per il fine – accessori, seccature, vittime. Il racconto di Slaughter è un tradizionale triangolo Noir – casalinga, “donna senza legami”, un uomo in mezzo – e prepara la demolizione delle nostre supposizioni acquisite circa il ruolo che ciascun personaggio interpreta: è il punto di vista di una ragazza (in età scolastica), apparentemente intrappolata in una famiglia bianca povera, la madre è morta e un padre violento che presumiamo ha avuto qualche responsabilità nella morte della madre e che adesso sta progettando un nuovo legame con “l'altra donna”. L'intreccio ricompone la nostra immagine del triangolo e lo fa scambiando il ruolo della donna domestica che nutre in un ruolo enfaticamente poco somigliante al concetto maschile della “piccola donna” circoscritta dalle necessità del maschio: la “donna necessaria” fa da sola le proprie scelte; queste sono, secondo un “normale grado di qualità”, scelte immaginarie e spaventose (essa non solo dorme con suo padre, ma interessata a mantenere le cose come stanno, ha ucciso sua madre e l'ha servita per pranzo – ed ha in mente lo stesso destino per qualunque potenziale madre adottiva). La sua scelta è stare a casa con papà; nel perseguire questo obiettivo, essa soddisfa con abilità l'appetito del maschio sia nel senso sessuale che culinario (lo stufato che ha preparato con parti di sua madre era delizioso). Essa parla a suo padre in termini di devozione filiale e sottomissione, ma è lei che tiene il coltello e non prepara soltanto lo stufato; e le ultime righe del racconto, mentre si sottomette a parole al suo accessorio maschile, sono in realtà un'affermazione del suo futuro controllo sia di suo padre che di ogni “altra donna” che gli capiti di invitare. “Va bene, papà”, dissi, con una punta di allegria nella mia voce. L'ho guardato con uno smagliante sorriso. “Perché non la inviti per la prossima domenica? Possiamo servirla per pranzo”.

In termini di manipolazione dei personaggi tipo del noir, ciò che abbiamo nel racconto di Karin Slaughter è una protagonista femminile che combina la mortale femme fatale con l'apprensivo angelo del focolare, una combinazione molto più ovviamente espressa nel mescolamento di sesso e cibo. Questo indebolimento sovversivo di uno dei più affermati binari del racconto noir (l' amalgamazione piuttosto che l' opposizione della donna sensuale alla donna domestica) è ancora più esasperata negli altri due racconti che voglio analizzare: “Take, for example, Meatpie” di Jen Banbury e “Martha Grace” di Stella Duffy. In entrambi questi racconti un forte senso del rituale e della comunità è consolidato attraverso la preparazione e/o la condivisione del cibo. L'atto di mangiare non perde tutti i suoi significati potenziali più oscuri (“Martha Grace”, per esempio, implica l'assassinio con l'eccesso di cibo), ma la tensione è sul rapporto tra la ricchezza nutritiva del cibo e l'esperienza erotica, tra mangiare e soddisfare i propri appetiti sessuali. In contrasto con i primi due racconti esaminati l'influenza femminile si raggiunge attraverso un atteggiamento positivo materno, attraverso la somministrazione di cibo da parte di una donna più grande di età, attenta dispensatrice di cibo e insegnamenti, che trasforma e migliora il giovane che prende sotto la propria protezione. Sebbene abbiano finali minuziosamente noir – perdita, partenza, morte – gli avvenimenti centrali dei racconti comprendono scene conviviali e allegre, comportamenti che liberano, almeno temporaneamente, entrambi i personaggi maschili femminili, dalle panie del protagonista noir. Benché queste sono figure secondarie, il loro mangiare/cucinare significa un'incorporazione del mondo; invece di un protagonista alienato e sconfitto dal “mondo”, avete protagoniste femminili che assimilano e incorporano il mondo e in breve creano per gli uomini che istruiscono alla loro maniera semplice e materna un'unità ricca, primitiva e quasi paradisiaca.

“Take, for example, Meatpie”, è un ruolo avverso a un intreccio classico noir, di una donna risoluta che cattura un uomo più debole, lo piega al suo volere – ne indebolisce la personalità, lo fa interamente suo – e lo distrugge. Qui, analogamente, si ha una donna forte, educatrice e formatrice, la donna più grande che si impadronisce del meno promettente e del più antipatico ragazzo che può incontrare nella sua vita e nel suo letto. “Meatpie”, il cui nomignolo sprezzante è cibo, è sedotto con biscotti e mini-tartine, insieme a sesso, musica e poesia. La protagonista gli insegna la creatività – ma lo scaltrisce anche a spezzare le convenzioni di una società che lo svaluta e lo persuade ad inorgoglirsi per essere una polpetta di carne (Meatpie); essa lo consuma sessualmente ma usa (in un ritmo contrario al noir tradizionale) anche questa consunzione per dargli la sua vera identità, usando l'azione reciproca della forte femme fatale -maschio debole, non per sminuire e traumatizzare il maschio ma, per aiutarlo a definire la sua personalità matura. Questa donna più grande di età, educatrice, non prende posizione in un qualunque ambiente socio-economico tradizionale ma si situa completamente al di fuori della società convenzionale ed una conseguenza di ciò è che essa mantiene il proprio potenziale trasformativo oltre lo scopo della stessa storia, andando infine nella direzione di “nutrire le fantasie” di un nuovo maschio debole che eventualmente, come Meatpie, sarà iniziato ad una vita da adulto sicuro di sé . La metafora culinaria che Stella Duffy usa parlando di “Martha Grace” è pertinente anche al racconto di Jen Banbury: parlando degli esclusi della società, Duffy sostiene che essi sono “il succo che nutre l'immaginazione esaltata degli altri conformisti”.

La mia preferenza per la più splendida donna creata nella collezione Tart Noir va a Martha Grace di Duffy, figura descritta in modi che ricordano al lettore i debordanti, carnevaleschi corpi delle donne dipinte da Jenny Saville. Come Saville, Duffy si interroga sulla bellezza rappresentando un corpo che non è una bellezza nel senso convenzionale, ma invece è dilatato, grasso, grottesco e poco rassicurante; come Faville, essa ci chiede di considerare le cose che, in un clima culturale normativo, le donne sono incoraggiate a nascondere – “quelle parti del loro corpo considerate grasse, che ballonzolano, fuori controllo ed eccessive”. Il fisico disegnato con amore della protagonista di Duffy è l'antitesi del levigato, “accuratamente controllato” corpo che riassume l'ideale contemporaneo della bellezza ed attrattive femminili; essa è un ribaltamento dello stereotipo maschile della donna desiderabile e in netto contrasto con ciò che Duffy chiama la “snella e scattante eroina” che è tanta parte della narrativa poliziesca femminista dopo gli anni '80. Il corpo di Martha Grace, con le sue protuberanze eccessive, suggerisce desideri e appetiti incontrollati “Io volevo”, dice Duffy nella nota finale della sua antologia, “una donna grassa e vecchia – e immensamente scopabile… ciò che rende Martha Grace ideale per il materiale Tart – autosufficiente, non spettegola, in cerca di qualcuno che la scopi e un po' di amore”.

Nel racconto di Duffy, la protagonista riempie i fine settimana di uno studente fanatico che è bravo e bello, “E furbo. E maturo”. L'intreccio di sesso e cibo costituisce l'insieme del racconto ”Fresca e calda in una cucina disordinata (ma pulita)”, Martha lo nutre e lo distrugge sessualmente: dopo averlo nutrito per esempio, con pane fresco, spesse fette di burro giallo e strati di miele cremoso, lo bacia mentre mangia (”Tim Culver è delizioso” ed ama l' “avida bocca” di lei): come la “donna più grande” la protagonista di “Meatpie”, Martha educa il suo giovanotto a letto, nel periodo in cui frequenta il college.

La relazione dura finché lei entra brevemente nel suo ambiente, facendogli una visita inaspettata al bar vicino al college. Duffy usa il bar come l'antitesi culinaria ed emotiva di tutto ciò che la casa di Martha rappresenta: lo stesso Tim è sguaiato e fastidioso lì, e Matha Grace sta seduta da sola in un angolino con “la schiuma del cappuccino che le ha lasciato una pallida asciutta briciola su un lato della bocca”; ridicolizzata dai suoi amici, sgraziata e impacciata è costretta a questa parodia commerciale della reale somministrazione di cibo. E' fisicamente circondata, bloccata in un angolo, e la scena si conclude in una confusione grottesca di cibo estratto dal paniere che s'è portata dietro – cibi appetitosi, torte, fragole, finisce umiliata. Dopo questo disastro, Martha capisce che la relazione deve terminare, e la scena finale del racconto è una sfacchinata di cibo e sesso, con Martha che prepara i più elaborati e inimmaginabili piatti, le cose che sa che Tim più desidera, “vera cioccolata nera e forte” in una “spessa tartina di mirtilli”, insaporita di calde essenze distillate come le ha insegnato la nonna, servite con vino e sesso, uno “speciale trattamento”, troppo perché il ragazzo sopravviva. La storia di un assassinio, quindi, con i tradizionali ingredienti noir – una casalinga, una mortale femme fatale e un maschio morto che si è perso nel covo di lei – ma di nuovo, con binari sconnessi e significati alterati: la femme fatale e la donna che nutre sono una sola, e il maschio morto trova sia la sua identità sia il suo ultimo adempimento con questa donna mistica. Quando lui muore per un attacco di cuore, Martha Grace lo porta fuori, e non vista, lascia il corpo nella strada buia, dove vi è “un forte odore di cioccolato, cibo e sesso”. Egli ha vissuto le più soddisfacenti esperienze che la vita offre ed è morto felice, per l'eccesso di piacere procurato dall'immenso potere (sotto tutti i punti di vista) di una donna – una conclusione che è realizzazione e ribaltamento dei modelli della tradizione noir.

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