Mondadori, Coll. “Strade
Blu” • 2006 • pag. 334
Giancarlo Pagani vive a Piacenza. Appassionato
ed esperto conoscitore di letteratura, non solo poliziesca e noir, è autore
del romanzo Il diavolo non
profuma di zolfo, Ed. Libreria dell'orso,
2004, e di numerosi racconti pubblicati su riviste e antologie.
Sulla
fascetta invece del numero delle copie così rapidamente
vendute dovrebbero scriverci: “ Attenzione! Questo libro nuoce
gravemente all'indifferenza!”
Perché Gomorra è proprio
questo, un libro contro l'indifferenza, il distacco e il disinteresse
per tutto quello che accade nel sud Italia. Non è un romanzo,
ma non è nemmeno
un saggio. È una
specie di Transgender... di mutazione socio-antropologica
della scrittura.
Però lascia il segno. Come pochi
altri lavori negli ultimi anni.
Io lo avvicinerei proprio al colossale Romanzo
Criminale,
di Giancarlo De Cataldo.
Sono testi nuovi, importanti perché attraverso
i vecchi artifizi del mistery, l'uso del colpo di scena,
della suspense, del dialogo prolungato (sempre aborrito nei testi
storici...), partendo dalla ricerca febbrile dei particolari, dal
confezionamento di una nuova figura di detective, provano a raccontarci
la realtà.
A spiegarcela. Facendo letteratura.
Se volete ancora chiamarli gialli,
nessuno ve lo vieta.
La prima immagine di Gomorra è emblematica:
teste di cinesi che si spiaccicano sul cemento delle banchine del
porto di Napoli; rotolate giù da un container che si aperto.
Il rumore delle angurie mature che esplodono. Indimenticabile.
Non
mi interessa se è successo davvero. Se Saviano era lì.
E l'ha visto coi suoi occhi. Mi interessa che non lo dimenticherò;
e tutte le volte che leggendo o guardando Napoli negli sbiaditi reportage
che passano, io penserò a quell'immagine, e vedrò il
mondo – di poco, di pochissimo, è vero... – ma in un altro
modo.
Eccola la funzione del mistery contemporaneo,
quello che viene dopo James Ellroy.
Che a furia di scavare, di cercare
con le mani il mistero, e di farlo attraverso il modo di raccontare
che ha sempre usato il giallo, si va a trovare il lato più oscuro
della società. Quello
che tutti tengono nascosto perché non è conveniente...
quello dalla quale vorremmo stare alla larga. E si cambia.
Gomorra - Transgender lo
fa utilizzando sempre una scrittura cinematografica, che usa le
immagini come bombe visive. E ci racconta quel perverso corto circuito
tra mentalità criminale, fiction che vorrebbe ispirasi alla
realtà,
e criminalità che attraverso la fiction si crea il proprio
immaginario. Senza aver fatto mai altro che delinquere, è difficile
avere tanti soldi e sapere come spenderli...
Questo complicato ragionamento
per spiegare il capitolo “Hollywood”,
dove Saviano racconta di un boss che si è fatto costruire
una villa uguale in tutto e per tutto a quella di Tony Montana in Scarface ,
con tanto di sala controllo zeppa di monitor e bagno con vasca a
due piazze e testa di leone. Villa che naturalmente non è mai
esistita nella realtà, perché a Hollywood era soltanto
un set, ma solo quello poteva essere il sogno di un boss. E villa
che si è fatto costruire a poche centinaia di metri da una
discarica abusiva, perché a vivere in quel modo esiste solo
il presente, i rischi che avrebbe corso a stare vicino a fumi cancerogeni
lui non li considerava... la vita di un boss è per sua natura
breve.
Grazie alla mancanza di pudore di Saviano,
e pertanto all'utilizzo sempre dei nomi reali, si è subito sprofondati in una sensazione
forte, che quello che stiamo leggendo lì davanti non è solo
carta, ma carne e sangue, biglietti rosa da cinquecento euro e sacchetti
pieni di coca; molto più che nel più truculento e cadenzato
dei thriller.
Sono 11 capitoli che ci raccontano
un mondo che la televisione ha sempre e solo proposto come clichè. Nel momento in cui tutti
sostengono che il giornalismo d'inchiesta sia morto e sepolto, Saviano
invece di raccontarci delle tribolazioni di diciassettenni annoiati,
ricchi dei soldi dei padri, che si fanno le canne, continuano a straparlare,
cambiano ragazze ogni sera, ma sono innamorati dell'unica che non
ci sta (non preoccupatevi, ci starà nella penultima scena...),
ci racconta di un modo di pensare che ci circonda tutti come lo smog,
le temibilissime polveri sottili. Bisogna fare soldi. Tanti soldi.
Sempre più soldi. Non importa come. Non importa neanche dove,
tutto e subito. Puoi stare nel mondo del contrabbando, o in quello
delle griffe dell'alta (ma va bene anche quella bassa...) moda e
dei suoi falsi, puoi partire come soldato di una guerra che si dichiara
velocemente e non ha tante regole di ingaggio, puoi anche essere
una donna, il diktat con cambia, e il cemento armato, la “roba” celebrata
da Verga sarà sempre la più alta merce di
scambio.
Le sue conclusioni, il suo messaggio
sono chiari. Lo dice chiaramente che la Camorra (quella con C maiuscola),
non è una associazione,
ma un sistema. E che la sua logica, la logica dell'imprenditoria
criminale e il pensiero dei boss, coincide col più spinto
neoliberismo.
Leggetelo, come avrete già letto
Romanzo Criminale,
e su Napoli nulla sarà più come prima.