Salvatore Scalia, giornalista e drammaturgo,
dirige le pagine culturali di “La Sicilia” di Catania. Ha pubblicato Teatro, Trilogia
del malessere e Appunti.
“La
Sicilia come Metafora” diceva Sciascia. E di questa Sicilia,
Catania è una città importante, emblematica nella sua
vitalità tutta mediterranea, fatta di suoni, di odori, di
gesti spesso violenti e nel suo fascino sfrontato, esibito, un po'volgare,
anche se, come annota Tahar Ben Jelloun, “il colore dominante resta
il grigio scuro, il grigio delle rocce dell' Etna e…. anche il cielo
prende per molti mesi l'anno i colori dell'Etna”1.
A Catania, ai margini dello splendido centro barocco della città vecchia,
si aprono i quartieri popolari, poveri, degradati, dalle case fatiscenti,
dalle strade sconnesse dove la spazzatura si ammucchia tra gli escrementi
dei cani e il vomito rosso degli ubriachi, dalle macellerie fumiganti
sui cui bracieri all'aperto si arrostisce la sera la carne di cavallo
e dalle rosticcerie miserevoli dove si vendono i migliori arancini
al ragù, quelli cari al commissario Montalbano. Nei loro dedali
oscuri vive un'umanità che ragioni storiche troppo complicate
(o troppo semplici) hanno resa “diversa”, per linguaggio (anche
solo gestuale), regole di convivenza, visione del mondo2. Uno
di questi quartieri è quello di San Cristoforo, quello in
cui si svolge la vicenda raccontata da Salvatore Scalia.
Maggio 1976. Quattro ragazzini , tra
i dodici e tredici anni, sulle loro Vespe cinquanta dalle marmitte
truccate, “magri come la morte,
imberbi, spettinati, vestiti uguali, scarpe da tennis, maglione e
jeans” vanno a caccia. Di ingenui turisti, stranieri o continentali,
che non sanno. Si aggirano, rombando e piroettando tra la gente,
le macchine, i carrettini degli ambulanti. E' il primo sabato del
mese, è giorno del mercato rionale. I quattro cercano la preda
giusta. Dopo molti giri, la trovano. Scatta il passaparola. La preda è una
vecchia rugosa, grassa, vestita di nero, che cammina al centro della
strada e si concede ai passanti come una regina. A Pinuccio, un novellino
al suo primo “colpo”, tocca l'onore-onere dello scippo. La vecchia
cerca di resistere, cade a terra, poi deve cedere la borsetta. I
ragazzi scompaiono “come ombre rapinose”. Vanno a nascondersi nel
dedalo di viuzze oscure, da casbah. La vecchia resta a terra, si
lamenta ad alta voce, ma nessuno si fa avanti per aiutarla. Nessuno
osa toccarla. Uno strano silenzio, poi il terrore prende tutti. Quella
vecchia è “la capitana”, la madre di Iddu (Lui), il Capo,
il Boss del quartiere, della città, di mezza Sicilia, amico
di potenti politici che stanno a Roma…Una Potenza.
Nel suo codice, quello si chiama “sgarro”,un
crimine gravissimo che esige una punizione esemplare, “purificatrice”,
un'offesa che si lava solo con il sangue. I “carusi”spariranno nel
nulla, nel silenzio assordante di tutti. Anni dopo, un pentito rivelerà la
verità (ma è la
Verità ?Nella terra di Pirandello, tutto, si sa, “così è -se
vi pare”). Anche in questo Noir esistenziale, nel quale l'Autore
fa convivere, in un linguaggio scarno , con grande maestria,
il tragico e il grottesco, il macabro e l'osceno, il sacro e il profano,
la cronaca e la leggenda, l'epilogo è scontato, “la
fine è nota”.
“Pietà per i giusti”come diceva
Camus.
1 Tahar
Ben Jelloun “L'ange aveugle” Edition
le Seuil, 1992. (traduzione del recensore).
2 “Il mafioso non sa di essere
mafioso, vive nella Mafia come nella propria pelle” Leonardo Sciascia in “A
futura memoria”,
1959.