Uno scream of consciousness
dello scrittore Matteo Bortolotti
Una volta Bogey, forse in preda al delirio
di qualche medicina omeopatica , disse una frase del
tipo: “Non
bisogna mai contraddire una donna. Basta aspettare: lo farà da
sola”. Ma Humphrey non era certo il simbolo mondiale del femminismo.
Ammetto che cominciare così una rubrica rischia di far
abbandonare la lettura del pubblico femminile oltre le prime
quattro righe, ma chi mi conosce sa che spesso parto da lontano,
parto dall'altro per arrivare dalle
mie parti . Imparerete anche voi a conoscermi, se vi va.
Ragazze, ragazzi, datemi ancora due righe di fiducia e vi dimostrerò che
Bogey ha detto una cosa vera. Una cosa bellissima.
Una donna è un Universo in espansione, dicono, anzi di più,
un magma potente e cangiante, capace di estrema razionalità, di grande
determinazione, di fragilità improvvise e di amore, un amore che l'uomo
spesso non conosce… Tutte banalità, se vogliamo...
Eppure.
La faccenda dell'amore femminile l'hanno indagata in molti e non la voglio
approfondire, m'interessa invece la contraddizione.
La contraddizione - quand'è consapevole, e non venitemi a raccontare
che non è consapevole per la maggior parte delle volte - è una
delle basi fondamentali dell'interrogazione, dell'autoanalisi, della comprensione
del Se.
La contraddizione è alla base di ogni buona storia. Soprattutto
di una storia gialla.
Donne e giallo, in questo caso, non potrebbero stare meglio assieme. Facciamo
due esempi - anche scontati, se vogliamo - e poi corriamo a citare qualche
donna italiana su cui v'invito a buttare l'occhio (nel senso accademico
del termine. E' un invito alla lettura, io non sono certo come Bogey…).
Trent'anni fa, il 12 gennaio del ‘76 chiudeva gli occhi per l'ultima volta
una delle più grandi ricercatrici del genere whodunit :
Agatha Christie affrontava “il grande sonno”. Chi ha detto CHE PALLE? Il problema
di Agatha Christie sta tutto nel come viene presentata, aldilà della
sua infinita bibliografia che appunto si lega al ruolo con cui l'ho qualificata,
ben più che alla sua commerciabilità.
Ricercatrice, avete letto bene. Nel caso della vecchia zia Agatha il giallo,
il mistero, è stata una vera ricerca all'interno di uno stilema
definito, di un'estetica letteraria e narrativa che sembrano all'apparenza
ripetitive e che hanno trovato nella Christie una continua freschezza.
I gusti sono gusti, e come noirista non entro nel merito dell'osservazione
che fece Raymond Chandler riguardo al delitto che doveva ritornare nelle
strade e abbandonare le case dei ricchi, non è questo il centro del nostro
discorso. Non è il fattore Cluedo. Vi parlo da persona che lavora
con le storie. L'indiscussa verità è che la vecchia zia Agatha
ha preso la gabbia - eterno problema dell'uomo, croce e delizia di filosofi
e preti - e l'ha esplorata in tutte le sue varianti di serrature, sbarre,
pavimentazioni. Alcune pagine della zia sono anche belle pagine di letteratura.
Belle parole, grande architettura. Potremmo chiedere di più? Ah, già.
La contraddizione…
La contraddizione sta nel campo stesso esplorato dalla zia. Il fatto che
avesse costruito un universo a enigma, surreale, seguendo la tendenza positivista
e sviluppandola poi con grandi slanci - a mio umilissimo avviso - di satira
della società. Badate: satira non è parodia come certi film
tratti dai suoi romanzi ci hanno restituito. E poi, dall'altra parte, c'è una
vera e propria applicazione scientifica dell'esposizione formale.
Sempre a proposito di contraddizioni, chi meglio di Patricia Highsmith
ci ha mostrato l'altra faccia della luna? Il romanzo criminale psicologico
e intenso. Chi più del signor Ripley è contraddittorio, e sfrutta
questa spinta femminina per mostrarci che in ognuno di noi, donna o uomo,
infiamma una lotta che sembra non aver mai fine. La Grande Madre , la Dea
Kalì , calda nutrice e feroce assassina.
In Italia abbiamo bellissimi esempi di entrambe queste strade. Claudia
Salvatori, una grande scrittrice dell'inquieto, e l'ottima Alda Teodorani
anche. Abbiamo gli interrogativi della dolcissima e difficile protagonista
dei romanzi di Grazia Verasani e poi abbiamo le regina del giallo storico
italiano - e non lo dico solo perché è mia amica e le ho fatto quattro semplici
domande per voi… In quanto noirista discuto spesso con chi scrive
di giallo investigativo, e lei per me è la regina.
Danila Comastri Montanari, classe 1948, scrive di narrativa dal 1990, quando
venne dato alle stampe “MORS TUA” primo godibilissimo romanzo che ha come
protagonista l'investigatore ante litteram (sto usando troppo latino in
questa frase, vero?) Publio Aurelio Stazio.
Visto che in questi giorni sono stato molto impegnato con delle cose per
la tv e col mio nuovo romanzo, l'ho raggiunta via mail…
Quattro semplici domande a… DCM.
Danila, qual è il tuo rapporto
col mistero? Quando hai cominciato e perché hai scelto
il romanzo giallo a chiave?
Amo il giallo proprio perché non credo al mistero: tutto
ciò che appare arcano è in soltanto attesa di
una spiegazione razionale. Il giallo, a differenza di altri
generi, cerca di fornirgliela.
Tu nella vita hai insegnato tanto nelle
scuole: quanto hai imparato invece da quello che hai scritto?
Tendo a imparare cose irrilevanti e a restare
impenetrabile a quelle dense di significato.
Torniamo all'argomento contraddizione,
vedo… Una domanda scontata: dal I sec d.c. - periodo in cui ambienti
le indagini del tuo Publio Aurelio Stazio - secondo te, quanto
siamo cambiati? E' vero che per quanto uno scrittore si possa
impegnare finisce sempre col raccontare il suo tempo?
Certo che uno scrittore racconta sempre
il suo tempo! E comunque, se nei miei libri non mescolassi
ai delitti latini le continue allusioni al presente,
mi divertirei molto meno.
E del nostro tempo? Che mi dici del
Nuovo Impero, c'è una bella differenza rispetto a duemila
anni fa? Mi dà l'idea che una volta i grandi condottieri
fossero ben diversi da George Walker Bush...
I romani si avvalevano di un mucchio di
pretesti per muovere guerra ai popoli che avevano deciso di
sottomettere, ma siccome non erano degli sprovveduti, inventavano
scuse più plausibili
di quelle di Bush. E in ogni caso, a differenza degli americani,
loro le guerre le vincevano...
Donne e giallo, vorrei cominciare una
mia rubrica affrontando, come ti ho detto, il tema della contraddizione
e citando alcuni casi interessanti… Quante donne in giallo conosci
e quante leggi con piacere?
A dire la verità, che l'autore
sia uomo o donna, vecchio o giovane, bello o brutto, nero
o bianco, religioso o ateo, omo o eterosessuale, a priori
non mi interessa minimamente: aspetto di vederne l'ottica a
posteriori nelle pagine del romanzo.
La Christie è una grande maestra, ma appartiene alla storia. Io
leggo prevalentemente gialli d'epoca (anche Anne Perry ed Ellis Peters)
o polizieschi ambientati in metropoli scandinave, turche, cinesi,
giapponesi, indiane, israeliane, africane ecc (il mondo non finisce
nelle nostre periferie) ma non chiedetemi a che sesso appartengano gli
autori, perché spesso i nomi sono impronunciabili.
Bene, per questa volta può bastare. Torno alle mie storie… E ricordate:
non abbiate paura del buio: le ombre vere, stanno sempre dove batte il
sole.

Mma
Ramotswe, l'investigatrice africana
Dai
romanzi di Alexander McCall Smith
(10/18 coll. « Grands Détectives »)
Sophie Colpaert
Traduzione: Giuseppina La Ciura
Nel 1998, dalla penna dello scrittore
Alexander McCall Smith, una detective di genere nuovo faceva la
sua apparizione nella letteratura poliziesca: Mma Ramotswe, fondatrice
dell'Agenzia n.1 delle donne detective, con sede a Gabarone, capitale
del Botswana.
C'è tra Alexander McCall Smith e il
Botswana un attaccamento viscerale. L'Africa ha impregnato dei suoi
odori,dei suoi rumori e dei suoi colori la memoria di quest'uomo
nato nello Zimbabwe nel 1948. Nella sua memoria anche i sussulti
sanguinosi dell'indipendenza…la
faccia scura dell'Africa, carenze dello stato, corruzioni, guerre
civili, popolazioni costrette a spostarsi, affamate, maltrattate… insomma,
tutto ciò che fa regolarmente la prima pagina dei nostri giornali,
Alexander McCall Smith lo conosce bene. Egli si ricorda ancora delle
sue traversate del Transvaal negli anni 80, quando non era consigliabile
inoltrarsi in quella provincia dell'Africa del Sud. Dall'altra parte
della frontiera, il Botswana appariva come un luogo ideale. Un paese
democratico fin dalla sua indipendenza, nel1966, e dove non si scherza
con il rispetto della legge e della costituzione. Un paese risparmiato
dalla guerre civili e dalle carestie. E'quest'Africa che Alexander
McCall Smith ha scelto di mostrare. Un'Africa che ha cura del suo
prossimo, luminosa come il cielo del Botswana, generosa come Mma
Ramotswe.
Precious Ramotwe ha trentaquattro anni,
quando perde il suo amato papà ed eredita una mandria di bestiame. Donna africana di
costituzione tradizionale, secondo l'espressione inventata dall'autore,
Mma Ramotswe ha dietro di sé un matrimonio fallito con un
trombettista violento e una bambina morta troppo presto. Per questo
comprende il dolore di molte donne e, forse, le aiuta nella loro
vita quotidiana.
La vendita della mandria di suo padre
le dà di che realizzare
il suo sogno: aprire un'agenzia di detective privato e “ aiutare
i suoi contemporanei a risolvere i misteri delle loro esistenze”(Alexander
McCall Smith “ Mma Ramotswe détective”) Mma Ramotswe
trova un locale commerciale ai piedi del monte Kgale e assume un'indispensabile
segretaria, Mma Makutsi. In seguito, esse attendono il loro primo
cliente centellinando del tè rosso. Le ore passano e il miracolo
finisce per prodursi : Mma Malatsi varca la soglia e confida a Mma
Ramotswe le sue preoccupazioni circa la sparizione di suo marito.
L'uomo frequentava una comunità religiosa ed è sparito
nel fiume mentre il reverendo si apprestava a battezzarlo con cinque
altri che non hanno visto niente. Una spedizione notturna permette
a Mma Ramotswe di risolvere l'affaire( il colpevole è un coccodrillo)
e di portare alla sua cliente la prova materiale della morte di suo
marito, per cui portare il lutto. Forte di questo suo primo successo,
la detective investe in un manuale: “ I principi dell'investigazione
privata” di Clovis Andersen, con cui affrontare seriamente i
casi seguenti.
Un cliente, o piuttosto una cliente
perché la clientela
di Mma Ramotswe è in maggioranza femminile, scaccia l'altro
e ogni inchiesta è un pretesto per raccontare un aspetto della
vita africana. Mma Pekwane, che si vergogna di vedere suo marito
girare in una Mercedes rubata, desidera che la vettura ritorni discretamente
al suo proprietario. Happy Bapetsi è stanca di mantenere un
impostore sempre più esigente che si fa passare per suo padre.
Solo che prima di metterlo alla porta, vorrebbe essere sicura che
si tratti veramente di un impostore. Mma Ramotswe troverà il
modo di far confessare quell'uomo, che sfrutta senza vergogna la
vecchia morale del Botswana ,che vuole che ci si prenda cura della
propria famiglia costi quel che costi.
La condizione femminile è largamente evocata in tutti i romanzi
con il personaggio di Mma Makutsi, la segretaria. Uscita come migliore
allieva dall'Istituto per segretarie del Botswana con uno storico
97/100, la giovane donna , con la sua pelle troppo scura e i suoi
grandi occhiali che le mangiano metà del viso, non corrisponde
ai canoni di bellezza in vigore e si vede sempre preferire da concorrenti
meno brillanti ma tanto più graziose da guardare…La segretaria,
poi assistente detective, dovrà anche affrontare molte delusioni
prima di incontrare il suo futuro sposo, un mercante di mobili di
Gaborone di una timidezza morbosa.
Gli apprendisti di J.L.B Matekoni,
il garagista e sposo di Mma Ramotswe, dimostrano come la mentalità degli abitanti del Botswana si
evolva, conquistata dalla cultura americana che è veicolata
dal cinema e dalle serie televisive. Mma Ramotswe disapprova profondamente
questo cambiamento di rotta. Ella resta impregnata di quella tradizione
africana che vuole che si divida sistematicamente la propria fortuna
con quelli meno fortunati. Impiegare del piccolo personale( cameriere,
giardiniere), non appena se ne abbiano i mezzi, rientra così nel
campo dell'obbligo morale, come aiutare finanziariamente la propria
famiglia quando essa è nel bisogno.
Le devastazioni provocate dall'Aids
non sono dimenticate ma evocate per sottintesi. C'è Mma Makutsi che accoglie suo fratello
a casa sua e lo cura fino al suo ultimo respiro. C'è quell'operaio
che froda le assicurazioni Malattie per arrotondare il lunario poiché ha
a suo carico la sua famiglia, genitori, sorelle e un fratello colpito
da “quella malattia di cui tutti muoiono in questo momento”. I bambini
delle famiglie decimate ingrossano i ranghi della Fattoria degli
orfanelli, un istituto diretto da Mma Potokwane, un'energica donna
di costituzione tradizionale, grande amica di Mma Ramotswe. Avendo
appreso del fidanzamento di Mma Ramotswe con J.L.B. Maketoni, ella
convince il garagista ad adottare due bambini che andranno a rallegrare
la loro casa, una ragazzina in sedia a rotelle e il suo fratellino.
I due bambini sono dei piccoli boscimani, tribù che vivono
nel deserto del Kalahari, il che porta sul tappeto la delicata questione
di quella minoranza. Condizioni di vita diverse in modo radicale,
una lingua incomprensibile agli abitanti del Botswana, un'altra morfologia…molte
cose separano quelle tribù del deserto, un tempo ridotte in
schiavitù, dagli abitanti del Botswana e i pregiudizi hanno
dappertutto vita dura.
Mma Potokwane saprà convincere J.L.B.
Matekoni ad adottare i due bambini, raccontandogli molto semplicemente
la loro storia. Resta poi al garagista spiegare alla sua fidanzata
come abbia adottato due bambini per la loro coppia senza parlargliene!
All'inizio un po' arrabbiata per non essere stata consultata, Mma
Ramotswe accetta il regalo con tutto il cuore, testimonianza dell'immensa
generosità dell'uomo che ella si appresta a sposare. Ella
sarà così direttrice dell'Agenzia n 1 delle Detectives
ma anche sposa e madre di famiglia, il colmo della felicità e
del successo, in Botswana e dappertutto d'altronde in definitiva.
Alcuni hanno criticato questa serie
rimproverando all'autore un'eccessiva ingenuità di fronte
ai grandi problemi dell'Africa. L'autore ha scelto di mostrare
un'Africa ricca di speranza. Le piccole indagini di Mma Ramotswe
non mancano mai di suspense e alcune scene sono di un'irresistibile
comicità. Se il tono dell'insieme appare
talvolta un po' naif, ciò non impedisce che una volta chiuso
il libro, queste storie continuino ad aggirarsi nella testa del lettore,
acquistando allora tutte le loro dimensioni sociali.
Oltre allo
studio dei romanzi, per questa Tribuna mi sono avvalsa della lettura
di un'intervista ad Alexander McCall Smith disponibile su www.commonwealthclub.org.
(S. Colpaert)
NDT: Il romanzo citato
nel testo ha come titolo originale “The N1 Ladies'
detective Agency”, 1998. In Italia, il libro è stato pubblicato
da Guanda con il titolo “ Morale e belle ragazze” (2001).

Le donne nel romanzo poliziesco:
tentatrici,
vittime, salvatrici e ricompensa
Cormac Millar
Traduzione di Raffaele Facciolà
L'autore vive a Dublino dove, come Cormac
O Cuilleanàin,
insegna italiano presso il Trinity College. Traduttore e autore
accademico, il suo ultimo romanzo è The Grounds (Penguin
Ireland, 20069. Vedi: www.cormacmillar.com.
Dante nel De Vulgari Eloquentia ha
spiegato che l'anima dell'uomo è vegetale, animale e razionale. L'anima
vegetale cerca la salvezza e la sopravvivenza. L'anima animale possiede
il moto, chiaramente verso ciò che l'attrae, e che conduce
all'amore. L'anima razionale è in cerca di ciò che è giusto.
I buoni romanzi polizieschi toccano
le nostre tre parti dell'anima in tutte le sue dimensioni, a cominciare
dal basso verso l'alto fino ai racconti eroici di difesa della
salvezza. La risposta alla domanda di sopravvivenza è naturalmente
collegata all'erotismo, con amore e morte qualche volta intrecciate
nell'immagine di una donna, contemporaneamente buona e cattiva,
portatrice di vita e morte.
Non è sempre così drammatico. Il racconto poliziesco
presenta una grande diversità di personaggi femminili, abilmente
modellati su una gradazione di valori “femminili”. Perfino la noiosa
cima della classifica ha una sua utilità, radicando il racconto
nella realtà quotidiana. Madame Maigret di Simenon è il
più compiaciuto degli ossimori, della rispettabile donna sposata.
In quanto l'altra metà della normale vita domestica di suo
marito, essa rappresenta il grado zero della femminilità,
il punto d'inizio dell'intero mistero.
Il mistero è molto più interessato alla colpa, cosicché l'innocenza è obbligata
ad alzare la testa. Di regola, se le donne sono davvero innocenti,
sono in pericolo. All'opposto, qualcun altro è in pericolo.
Sciascia con il magistrale A ciascuno il suo presenta
Luisa Roscio, la madre-tentatrice che conduce il goffo investigatore
alla rovina. Prima di arrivare alla fine del libro, la storia di
Luisa è tanto più convincente di quella del piccolo
e stupido uomo della cui morte si accetta l'idea. Luisa ha molte
sorelle meno scaltre nel gioco delle tentazioni. Esse ricavano una
certa soddisfazione dai loro peccati.
La vittima e la donna fatale sono intrecciate con rappresentazioni
di donna ora salvatrice ora ricompensa, spesso all'interno dello
stesso personaggio. Nell' Headbanger di Hugo Hamilton
(attualmente accolto come un capolavoro dai francesi), la tossica
Naomi si esibisce in abituali e rozze danze esotiche come accompagnamento
di omicidi rituali e spinge il poliziotto sposato dalla via della
virtù su quella della perdizione. Naomi oscilla tra il ruolo
di donna fatale e vittima, e poi in un finale mozzafiato, tenta di
salvare la vita del poliziotto.
“Le donne che ho randellato con il sesso! / Le ho spezzate come
meringhe”, ricordava il patetico alter ego di Philip Larkin in A
Study of reading Habits (“Studio delle abitudini
di lettura”)
La donna nel racconto poliziesco può essere
una ricompensa consumabile, non solo per il lettore ma anche per
il sagace eroe: pensate all'accostamento del cuoco Pepe Carvalho
alla cilena Gladys, in Murder on the Central Committee (Assassinio
al comitato centrale) di Vàzquez Montalbàn.
La Salvezza è più essenziale della ricompensa. La
supereroina giusta può realizzare tutto contemporaneamente.
Prendete l'ispettrice Grazia Negro, la poliziotta bolognese di Almost
Blue di Carlo Lucarelli. Non soltanto cattura il pazzo pluriassassino
poco prima che uccida il simpatico ragazzo cieco, ma Grazia con garbo
aspetta che prima uccida la madre eccessivamente protettiva del ragazzo
cieco e quindi inizia il ragazzo alle meraviglie del sesso. Tutto
ciò mentre soffre a causa di forti crampi mestruali.
Nel mio primo romanzo, An Irish Solution un
uomo di mezza età è schiavizzato dalla moglie. Riconosce
la realtà grazie ad una venerabile suora e ad una studentessa
tribolata che tenta di vivere la vita di un'anima razionale: per
fare quello che è giusto. E ciò si rivela un'opzione
pericolosa.
Non tutte le regole valgono per ogni
circostanza. Le donne non sono limitate dalle prospettive.

Il dottore, la signorina
e l'autore di noir
Claudia Salvatori

Claudia
Salvatori è sceneggiatrice
di fumetti e di cinema. Suoi racconti sono usciti su numerose antologie
e riviste. Ha pubblicato Più tardi da Amelia (premio
Tedeschi 1985), Columbus day , Mistero a Castel Rundegg e,
presso Marco Tropea Editore, Schiavo e padrona (da cui è stato
tratto il film con Rocco Siffredi Amorestremo ), Superman
non muore mai , La canzone di Iolanda e Sublime
anima di donna (premio Scerbanenco 2001). I suoi ultimi lavori: Ildegarda (Mondadori), Il
sorriso di Anthony Perkins e La donna senza testa (Alacrán).
E' appena uscito in libreria il nazithriller Nessuno piange per
il diavolo (Hobby & Work). Dirige attualmente la collana Codice
giallo per l'editore De Ferrari di Genova.
Una
mia cara amica, chirurgo al pronto soccorso, uscendo esausta dopo
un turno massacrante dalla sala operatoria, si è sentita domandare
da un'altra donna: “Signorina, scusi, dove posso trovare un dottore?”.
La mia amica, che aveva desiderato salvare vite umane, avrebbe volentieri
piantato il bisturi nel cuore della sua interlocutrice. Ecco un tipico
esempio di corto circuito culturale. Anni di studio, specializzazione
e praticantato, e perfino la visione delle dottoresse nei telefilm,
non hanno cambiato la sostanza ontologica della signorina: altri
sono, e restano, i dottori.
Diversa attività professionale, la scrittura, stesso corto
circuito culturale, ulteriormente sprofondato in una sabbia mobile
di equivoci, menzogne e falsi miti. L'Italia, paese di dottori (della
Francia, della Germania, di altre realtà europee so poco), se
arriva in sala operatoria per un intervento d'emergenza si rassegna
al chirurgo donna; mentre non fa altrettanto dove non si rischia di
morire: e così si fa aprire la pancia ma non l'immaginario,
non si lascia operare i sogni dalla signorina che scrive.
Viviamo nel grande inganno delle pari
opportunità: presenti
sulla carta e sicuramente anche nella vita reale (non ne dubitiamo).
Ma nella vita reale, appunto. In quella irreale permane la differenza
fra dottori e signorine.
La signorina che scrive deve elaborare
il peso della sua tradizione culturale, in cui il maschile rappresenta
l'umano e il femminile rappresenta soltanto il femminile, o piuttosto
il complementare-contrario dell'umano. Come ottenere l'identificazione
del suo pubblico? Se sceglie di veicolarsi in un personaggio maschile
perde forse qualcosa di sé, ma se
si propone in un personaggio femminile perde gli altri, o guadagna
lettori che non vuole. E se dissacra il maschile con la sua critica
corrosiva? Se tenta di costruire un femminile-non femminile, sarà compresa?
Ogni giorno, ogni minuto della sua vita professionale deve risolvere
enigmi di questa complessità. Come se non bastassero i problemi
interni, ci sono quelli esterni: la ricezione dell'opera. Il libro è l'incontro
fra il proprio teatrino di fantasmi e quello del lettore (o lettrice).
L'immaginario, che è tutto intorno a noi e permea ogni recesso
di quello che sfugge al reale, ha zone di una velocità straordinaria,
vere e proprie eruzioni vulcaniche; e ha zone di stagnazione in cui
tutto è immobile e si corrompe. Spesso la fantasia al calor
bianco della signorina che scrive finisce per spegnersi, e disperdersi,
in questi rivoli lenti di acqua putrida: resistenza passiva, abitudinaria
e rassicurante, di un immaginario collettivo rivolto esclusivamente
al prestigio storico del dottore.
L'attuale boom del noir è, secondo me, un paradosso in atto
che fa girare ancora più vorticosamente il corto circuito culturale.
I generi letterari, un tempo declassati, erano appannaggio delle basse
manovalanze dell'intelletto e della creatività. Era perciò possibile
(più nel mondo anglosassone e meno in Italia) la lavoratrice
subordinata, la scrittrice di gialli; e del resto anche gli uomini
dediti al giallo erano signorine. Ora che i generi letterari si stanno
ponendo come unica letteratura, vi investono scrittori che un tempo
avrebbero battuto altre vie, e si delinea di conseguenza l'antica
gerarchia: ecco i nuovi dottori del noir, seguiti da un codazzo di
dottorini, studenti, infermiere e suore.
Per la signorina diventata nel frattempo
autore di noir, confusa e stupita, ci sono all'interno dei festival
letterari dibattiti sulla scrittura al femminile, sul giallo
al femminile, su qualsiasi cosa al femminile. La signorina dibatte
in pubblico con altre donne, quasi mai con uomini: come se si appartenesse
a due popoli diversi per usi, costumi e religione. Nessuno sembra
capire che il corto circuito culturale si placherebbe se spalancassimo
le porte della percezione e i dottori cominciassero a identificarsi
nelle signorine. Almeno nel mondo dell'immaginario, dove è possibile
abbattere le barriere ontologiche senza riportare danni materiali.
Eppure, se la signorina che scrive è tenuta a bada, guardata
con sospetto, svalorizzata o perfino rimossa, questo significa che è dentro
di noi, nel luogo più segreto della nostra unica anima da
dottore, e pertanto assolutamente necessaria, indispensabile. E'
questo che mi fa stringere i denti e andare avanti, fra problemi
personali e pessimi rendiconti di vendite, fra rabbie serene e richiami
mai attuati alla sterilizzazione letteraria.
Gli organi malati hanno bisogno del bisturi
della signorina.
Si è tenuta a Matera, dal 20 al 24 settembre scorso, la terza
edizione del Women's Fiction Festival, che quest'anno, onorando il
trentennale della morte di Agatha Christie, ha aperto le porte al giallo,
ai delitti veri e di fantasia, ai detective privati e non, agli assassini
seriali, tutti ovviamente al femminile. Il festival è organizzato
dall'Associazione Women's Fiction Festival, nelle persone di Elizabeth
Jennings, Mariapaola Romeo, Maria Teresa Cascino e Giovanni Malinterno.
Vorrei parlare anche di Matera, che
ho visitato per la prima volta, ma mi rendo conto che è impossibile fissare emozioni tanto forti.
Matera è qualcosa di indescrivibile e per coglierla nella sua
essenza e nella sua magica, persino inquietante bellezza bisogna entrare
nel cuore antico dei suoi sassi. Un consiglio a tutti, amici e nemici,
andateci prima che arrivino le invasioni barbariche che già,
dopo il film di Mel Gibson, hanno fatto scattare qualche campanello
di allarme.
Torniamo al Festival e a tutte le sue dark lady.
Tanti sono stati gli eventi ma vorrei fissare l'attenzione su un paio
di convegni.
Danila Comastri Montanari, validamente
affiancata da Valeria Montaldi e da Ben Pastor, con la passione
che le è tipica, ha orchestrato
il tema del primo convegno, cioè "altri tempi, stessi delitti,
stessi moventi" dedicato al giallo storico. Come dire fuggiamo
nel passato per raccontare il presente? "Il passato è l'ultimo
esotismo" ha detto. Aggiungendo che il mystery classico è diventato
poco credibile dopo l'invenzione del DNA e di tutti gli altri apparati
scientifici di cui ora si servono gli investigatori. Addio allora alle
astuzie, le intuizioni geniali, i machiavellismi dei vari Holmes, Poirot?
No, c'è pur sempre il senatore Publio Aurelio. Così come
c'è frate Matthew di Valeria Montaldi, che si addentra nei cupi
misteri di una splendida Milano medioevale e Martin Bora, detective,
ufficiale tedesco nella seconda guerra mondiale, protagonista delle
storie narrate, con qualche bel tocco di crudeltà, da Ben
Pastor.
Sempre nella sala dalle grandi arcate
di palazzo Lanfranchi (XVII sec,) ha preso il via il secondo convegno
dal titolo " Le donne
detective indagano meglio?" Chi scrive ne ha parlato con Leonie
Swann, che nel romanzo Glennkill, ha presentato
la sua strana creatura, la pecora Maple, la più intelligente
del gregge, che indaga sulla scia di Miss Marple (Agatha, scusa...
non agitarti nella tomba...), per scoprire chi ha ucciso il suo pastore.
Un mondo tutto ovino, belati, considerazioni para-filosofiche, ironia
e qualche lampo di poesia. Purtroppo non si è potuto parlare
con Paola Barbato, assente per motivi personali, che ha costruito
il personaggio di Giuditta Licari all'interno di una fosca trama
diabolica in un romanzo estremo, " Bilico ".
E di lei come di altre (Camilla Cagliostro, Irene Bettini, Lauren
Laurano) incontrate sulla strada di Matera mi piacerebbe poter dire
di più,
molto di più. Faccio solo un breve accenno alle due grandi
americane, Kay Scarpetta, di Patricia Cornwell e Temperance Brennan
di Kathy Reichs. Qualche anno fa, a Courmayeur ho incontrato Kathy
Reichs e le ho chiesto qual è la reale differenze tra la sua
protagonista e quella della Cornwell, perché fanno più o
meno lo stesso lavoro. "No",
mi ha risposto "Kay Scarpetta lavora su cadaveri freschi, Temperance
su cadaveri putrefatti..." e me lo ha detto col tono di una
che dice "la Cornwell nell'apple pie mette la cannella, io no." Grande!
E ancora a proposito di detection, sempre nello stesso convegno ci
ha raccontato le sue esperienze reali Miriam Tomponzi, master in
criminologia, titolare di quella agenzia di investigazioni che si
potrebbe definire la Pinkerton italiana e, last but not least, l'unico
uomo presente, il dottor Francesco Introna anatomopatologo che ha
ferocemente sparato contro i vari CSI televisivi, per l'impatto deleterio
sulle modalità delle
indagini reali. Perché anche l'ultimo degli agenti si sente
Gibbs, Di Nozzo, Abby e chiede la prova del DNA anche se il cadavere
ha la carta di identità in tasca e i famigliari piangono nella
stanza accanto.
Altri eventi, altri convegni si sono
succeduti nell'arco di tutte le intense giornate del festival,
per concludersi, sotto un cielo blu e un vento gelido e teso, con
una grande festa in piazza, condotta da Alessandra Casella, che
ha consegnato il premio letterario la "Baccante" a
una presenza prestigiosa, la spagnola Alicia Gimenez-Bartlett e alla
impareggiabile Pedra Delicado, eroina di tutte le sue storie. Grande
tra le grandi.
Certo, la quota rosa in campo giallo
non si esaurisce qui. Tante sono le eroine che da più di cento anni hanno dovuto affrontare un
lavoro tanto poco adatto a una donna, pur restando donne. Con tutte
le problematiche femminili, con la necessità di farsi accettare
in un mondo che...
Chiudo con una considerazione amara.
Oggi c'è un gran proliferare
di gialli-neri. E' il genere più diffuso e certo non tutto è oro.
Però anche quando è oro puro, l'attenzione dei grandi
media, tv e quotidiani, guarda altrove. Un po' per un atteggiamento
intellettual-snobistico che non ha ragione d'essere, un po' perché se
non sei una velina, o un calciatore o comunque una faccia televisiva,
non sei nessuno.
Purtroppo, gli scrittori di gialli,
e ce ne sono di veramente validi, rappresentano una sorta di riserva
indiana. E le scrittrici poi sono una riserva nella riserva. Perché dico ciò ? Perché quando è arrivato
al Festival Giancarlo Carofiglio (chapeau) a parlare di "malavita
e bellevite", il giorno successivo l'inserto regionale del Corriere
titolava, a proposito del festival al femminile, "la star è Carofiglio" con
buona pace di tutte le nipotine e nipotone di Agatha & company.
Donna, con dolore partorirai... libri.