L'accordatore di Destini
Salvio Formisano
Meridiano Zero, 2007, 154 pagine
Giovanni Zucca
Ma
quale sarà il segreto legame tra il ‘gelido' nordico Marco
Vicentini, patron della casa editrice Meridiano Zero di Padova (cui
dobbiamo tra l'altro l'arrivo in Italia di Robin Cook/Derek Raymond,
e scusate se è poco) e la calda, vitale e spesso tragica Napoli?
Quale che sia, dopo Cane rabbioso, fortunato esordio ultra-pulp
di Angelo Petrella (ne abbiamo parlato su Europolar) ecco arrivare
dalla città partenopea un nuovo esordio, cui auguriamo la
stessa fortuna, perché la merita. Si tratta di L'accordatore
di destini, opera prima (dal bellissimo titolo) di Salvio
Formisano, uomo di molti mestieri ora dedito (giustamente) alla scrittura.
Il protagonista io-narrante della vicenda è tornato a Napoli
dalla Germania, dove lavorava, per chiedere a una donna di sposarlo;
lei, invece , gli ha detto addio. Lui è rimasto, vittima del
fascino strano e perverso esercitato da questa città splendida
e maledetta. Per giorni ha vagato per le strade, immergendosi nelle
vie, nei suoni, negli odori. E quando ha dovuto trovarsi un lavoro,
il caso lo ha portato a fare l'investigatore privato. Un segugio
da 250 euro al giorno più le spese, specializzato in squallide
storie di tradimenti extraconiugali. Presto i giorni si fanno tutti
uguali, gli incarichi ripetitivi: pedinare, spiare, fotografare,
fornire al coniuge tradito le prove per mettere in moto la macchina
legale della separazione, del divorzio. A volte è facile,
a volte meno, le regole impongono di non simpatizzare né con
i committenti, né con i ‘soggetti' da spiare, ma il nostro
detective ogni tanto prova ad ‘accordare' destini che hanno perso
ogni armonia, ogni sintonia; dapprima camuffando un po' la realtà,
poi, sempre più coinvolto dalle storie personali, ricorrendo
a gesti più drammatici…
Tanto Cane
rabbioso era pulp, esagerato, provocatorio
e ‘sporco', tanto
L'accordatore di destini è levigato, misurato, nitido. Eppure
da questo piccolo noir (ma l'appartenenza al genere è quasi
casuale, non programmatica) filosofico, un po' metafisico, trasudano
una serie di accurate e profonde riflessioni sul male di vivere e sulla
nostra capacità (o incapacità) di reggere le fila dei
nostri destini, che da sole giustificano la lettura di un romanzo che
non ha bisogno di sbrodolarsi addosso per pagine e pagine per colpire
la nostra attenzione. E quando il racconto del protagonista si sofferma
sull'amore per l'atto di scrivere, ci sembra di scorgere, nella penombra,
lo scrittore al lavoro. E ci congediamo da lui, con rammarico, in attesa
di rileggerlo, prima o poi. Perché, proprio, come il suo protagonista, “non
poteva fare altro.”