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DARIO ARGENTO: GLI OCCHI DIABOLICI DEL CINEMA PDF Stampa
gioved 27 marzo 2008

DARIO ARGENTO: GLI OCCHI DIABOLICI DEL CINEMA

                             Matteo Poletti *

“I miei film non sono dei veri e propri gialli, ma degli studi un po’ matematici sui tempi narrativi e sulla tensione”

Oggi, dopo un decennio di film-flop (l’ultimo “LE TRE MADRI”, 2007, è stato giudicato negativamente da più parti), la critica ha archiviato la genialità di Dario Argento, declassando il regista ad artigiano di B-movie truculenti o assurdi. Eppure Argento è e rimane uno dei più innovativi autori del cinema italiano, custode di un filone che comprende e rimescola il thriller, il fantastico e l’horror, creatore di proseliti e discepoli (in Italia e in America).

Argento, classe 1940, si avvicina al cinema come critico, dunque il suo approccio alla settima arte è anzitutto analitico. Egli parla dei suoi film come di “studi”, cioè rielaborazioni, scomposizioni, reinterpretazioni di ciò che il passato filmico può offrire. Può essere collocato come trait d’union tra il cinema classico (rappresentato da Hitchcock, Fritz Lang, Tourneur, Siodmak) e i primi tentativi di rinnovamento degli anni Sessanta (messi in atto da registi come Mario Bava o Lucio Fulci). Argento sceglie il thriller come veicolo per suscitare il terrore nello spettatore, adoperando ed esasperando i topoi del genere: i virtuosismi tecnici, le pause, i silenzi, le attese, i chiaroscuri, ma anche il sangue, le sevizie, gli elementi più splatter che impongono al pubblico di distogliere lo sguardo.

Vedere dunque è sinonimo di “subire”: ogni sequenza che Argento elabora è una messinscena della morte e lo spettatore è relegato al ruolo di osservatore passivo. Non può intervenire, alla stregua dei personaggi presenti nei film che, perseguitati, in pericolo e infine massacrati, non sono altro che pupazzi, oggetti, corpi “usati” dal regista per costruire la suspense. L’occhio, la vista, la visione, sono il fulcro attorno a cui ruotano i film. L’UCCELLO DALLE PIUME DI CRISTALLO (1970) si apre con un delitto che lo scrittore Tony Musante vede, intrappolato in una vetrina, e che non può evitare. Ne IL GATTO A NOVE CODE (1971), chi compie l’indagine è cieco. In QUATTRO MOSCHE DI VELLUTO GRIGIO (1972) si riesce a fotografare la retina di una delle vittime che trattiene l’ultima immagine colta dai suoi occhi. David Hemmings, protagonista di PROFONDO ROSSO (1975) vede di sfuggita, fin dall’inizio, l’assassino riflesso in uno specchio. Per non parlare de LA SINDROME DI STENDHAL (1996), dove l’occhio di Asia Argento “penetra” le tele esposte al museo degli Uffizi, o di OPERA (1987), nel quale l’omicida sistema degli spilli sotto le palpebre di Christina Marsillach per costringerla ad assistere con gli occhi ben aperti ai delitti efferati che compie.

Tuttavia per Argento, vedere non significa mai capire: nessuno dei protagonisti coglie ciò che l’occhio trasmette al cervello. La scena percepita da Tony Musante si rivela in realtà sbagliata (i ruoli della vittima e dell’aggressore risulteranno invertiti rispetto a come appaiono), Hemmings comprende solo alla fine (e con lui anche noi spettatori) di aver visto il volto dell’assassino allo specchio. Guardare, vedere, osservare sono azioni che non conducono alla verità, ma soltanto alla morte (chi sa deve essere eliminato). Si crea un’equazione “personaggi=spettatori=vittime” (spesso esaltata dall’uso di palcoscenici o teatri, ad esempio in QUATTRO MOSCHE DI VELLUTO GRIGIO, in OPERA, in PROFONDO ROSSO, ne IL FANTASMA DELL’OPERA) che sottolinea la totale intercambiabilità di questi ruoli.  Protagonisti, testimoni, vittime e spettatori sono nelle mani di colui che architetta il delitto. Il vero assassino è quindi chi prepara la scena e ce la mostra: insomma il regista stesso.

Argento lavora sul visibile e sul celato. Mostra e nasconde allo stesso tempo, oscilla tra il primo piano e il campo lungo (spesso gli stacchi sono violenti, gli zoom sono “colpi d’occhio” improvvisi), sfrutta ogni espediente, ogni esperimento tecnico, ogni effetto macabro (scivolando talvolta nel gore) come sfida alla sostenibilità dello sguardo dello spettatore. Voler vedere quindi contrasta con il “non poter” vedere o con il  “non riuscire a” vedere. 

“I miei film nascono per essere verosimili, non realistici. Con un cammino che prende il via dal razionale per giungere all’iper-razionale e quindi approdare all’irrazionale e al delirio”, afferma Argento. Il razionale si trova nei protagonisti, detective improvvisati, giornalisti, scrittori, musicisti: sebbene essi contengano un che di irrazionale o istintivo (sono quasi tutti artisti o creativi), conducono un’esistenza “normale”. Razionali, o meglio, “reali” sono inoltre i luoghi, le città in cui essi vivono.

Tuttavia questa normalità è destinata a crollare nel momento in cui i personaggi entrano in conflitto con l’irrazionalità, la devianza mentale, la follia: tutti gli assassini di Argento portano in sé una tara, un’ossessione che sfocia in azioni criminali. I protagonisti sono costretti ad intraprendere un viaggio distorto, visionario, fantastico dove la ragione viene gradatamente annullata e l’innaturale, il diverso, il mostruoso (si pensi al bambino-mostro in PHENOMENA) penetra e sconfigge questo universo consueto e conosciuto. Anche le città divengono luoghi “fantastici”, irreali e deformati da una fotografia che enfatizza il loro aspetto minaccioso e sinistro. Si pensi alle geometrie inquietanti di Torino, con i suoi palazzi e le ville abbandonate e presaghe di morte de IL GATTO A NOVE CODE, di PROFONDO ROSSO o di NONHOSONNO, alla Roma luminosa e futurista di TENEBRE, alla New York cupa di INFERNO, alla Friburgo gotica e fiabesca di SUSPIRIA. La realtà della città viene snaturata; i décor urbani prendono le sembianze di luoghi maligni, fucine di fenomeni quasi soprannaturali e di accadimenti macabri.   

L’oscillazione tra razionalità e irrazionalità permette ad Argento di spaziare dal giallo classico (quello di NONHOSONNO, di PROFONFO ROSSO, dei primi film degli anni Settanta) al fantasy, fino a penetrare l’abisso dell’horror. LE TRE MADRI non a caso è il terzo capitolo di un viaggio nella favola nera iniziato con SUSPIRIA (1976) e proseguito con INFERNO (1980). Naturale e soprannaturale si fondono in una danza macabra (quante magiche coreografie troviamo nei delitti messi in scena da Argento!) dove il male, umano o diabolico, è fotografato in tutti i suoi aspetti. L’occhio, di nuovo, sa coglierne solo una parte, sa vedere solo gli effetti fisici. L’astratto e l’extrasensoriale si materializzano nella concretezza dei corpi torturati, seviziati, fatti a brandelli, sbattuti davanti ai nostri occhi.

Oggi Argento è accusato di povertà di idee, di carenze di sceneggiatura, di mancanza di coerenza e di scarso senso estetico. I critici detestano il suo lavoro, truculento, osceno, kitsch. Ma Argento non ha fatto altro che continuare il suo “studio” sulla creazione di suspense, la sua dilatazione del senso narrativo in funzione di un cinema visionario, che mescola l’intangibile alla corporeità, che parte dal possibile per giungere all’inverosimile, alla pazzia, alla magia nera.

Argento è rimasto fedele alla sua poetica e al suo stile; in linea con i nostri tempi, questo autore ha continuato a parlarci degli eccessi della visione, dell’assuefazione che il pubblico oggi ha nei confronti di scene cruente, tragiche, hard (distogliamo oggi lo sguardo dallo squallore che la tv ha sdoganato?); ha continuato a sfruttare citazioni filmiche e luoghi comuni per condurre i suoi spettatori nei territori sinistri e magici di fiabe horror, di incubi cinematografici, di situazioni comuni che si fanno eccessive, inspiegabili, angoscianti; ha sviluppato e arricchito un genere (il thriller, in Italia poco frequentato fino agli anni Settanta) che spesso è stato snobbato o relegato a puro divertissement.

 

*Matteo Poletti è nato- nel 1979- e vive in provincia di Torino. E’ laureato in Scienza della Formazione e in Storia del Cinema all’Università di Torino. Il suo lavoro “tradizionale” in un ristorante in un delizioso paesino dell’Alta Valsusa gli concede il tempo libero e  la tranquillità necessari per potersi dedicare alle sue altre passioni: il cinema e la scrittura. Collabora quindi con siti on line dedicati al Cinema e scrive  racconti polizieschi che  hanno ottenuto lusinghieri piazzamenti in importanti concorsi letterari. Nel 2007 con il suo primo romanzo giallo “Lo sguardo di Carola” ha vinto la prima edizione del “L’indizio nascosto” concorso bandito da Terza Pagina Edizioni. 

 

Ultimo aggiornamento ( gioved 14 agosto 2008 )
 
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