Europolar is back on line
Home arrow Articoli/saggi arrow Quale memoria per il noir italiano ?
Quale memoria per il noir italiano ? PDF Stampa
mercoled 26 novembre 2008

 


Quale memoria per il noir italiano ?

Resoconto di un’indagine pluridisciplinare

 

Negli anni dopo la guerra fredda in Italia si assiste alla proliferazione di romanzi d’inchiesta rivolti a nodi nevralgici che dividono la memoria storica del paese. Il legame tra noir e memoria è diventato così un campo d’investigazione che oltrepassa i limiti della critica letteraria. A cosa serve la memoria veicolata dal noir italiano e a chi si rivolge ? La domanda che ha costituito il filo rosso del convegno internazionale svoltosi a Louvain-la-Neuve a maggio 2008, assume esplicitamente un’ottica pluridisciplinare incentrata sulla transmedialità della memoria nel suo rapporto intrinseco alla cultura italiana in un contesto globalizzato. Corrisponde alla seconda tappa di un percorso iniziato a Aix en Provence a marzo 2008 in cui sono stati esplorati i rapporti tra « il romanzo poliziesco, la storia, la memoria ».

Nelle relazioni presentate al convegno organizzato dalle università di Anversa e di Louvain, si profilano due percorsi principali in cui gli aspetti sociali e estetici del noir italiano acquistano sia una dimensione antropologico-psicologica che una dimensione politica e etica. Nel primo caso il romanzo d’inchiesta offre una struttura narrativa per rappresentare il “movimento” della memoria, nel tempo e tra diverse culture. Il giallo nel senso di una macchina narrativa che corrisponde a regole e aspettative precondizionate, è qui uno strumento narratologico per analizzare la costruzione della soggettività individuale e interpersonale. Non dimentichiamo che negli ultimi anni la psicologia cognitiva si rivolge sempre più spesso alla narratologia per studiare l’abilità soggettiva di costruire e raccontare storie. Nel secondo caso il noir assume la connotazione di “romanzo sociale” perché il genere investigativo sarebbe adatto per raccontare la lotta contro l’ordine prestabilito. La memoria qui appartiene a determinati gruppi sociali che intendono mettere in questione la Storia per aprire spazi alternativi non sempre omologabili a una memoria di tipo collettivo. L’ultimo sviluppo narrativo in Italia con tale proposito è il cosiddetto New Italian Epic (NIE) lanciato dal collettivo Wu Ming, che porta avanti l’esigenza etica del narrare oltre i limiti convenzionalizzati del noir, per raccontare la lotta della “moltitudine” che cambia faccia a seconda dei tempi e delle istituzioni, ma che non cambia il suo impeto indisciplinato(1).

L’approccio antropologico-psicologico è stato introdotto da Raffaella Petrilli, semiotica, che si è impegnata a definire il concetto di memoria distinguendo al suo interno una dimensione emotiva (il ricordo del valore delle cose) e una dimensione conoscitiva (l’anamnesi o ricostruzione del senso delle cose). Il giallo presenta un conflitto iniziale di ricordi reso dicibile e consapevole dal detective che ha il ruolo di incarnare la “memoria-anamnesi”. Paradossalmente il detective italiano è spesso troppo intrappolato nella “memoria-ricordo” per poter risolvere l’indagine e sul piano investigativo, la macchina dell’anamnesi gira quindi spesso a vuoto. Il discorso di Raffaella Petrilli presenta molte affinità con il contributo di Giovanna Leone, studiosa di psicologia sociale, che si ispirava a Frederic Bartlett per analizzare la memoria come processo di “convenzionalizzazione”, illustrato per il convegno con l’adattamento della serie originale di Maigret a una fiction televisiva italiana. Se la memoria equivale alla lotta per il significato, allora le “iper- e iposemantizzazioni” inerenti alla trasposizione interculturale del testo originale di Simenon diventano indizi per determinare il “blueprint” di una cultura : il malessere sociale di Maigret nella sceneggiatura italiana si trasforma in una resistenza privata e familiare ad una calunnia personale. Sia per Petrilli che per Leone il giallo si presenta dunque come una struttura testuale convenzionale che consente di studiare la peculiarità culturale della gestione del conflitto di ricordi e di interpretazioni all’interno dei “quadri sociali” della memoria delineati da Maurice Halbwachs, citato in proposito da Leone.

Mentre in questo primo approccio la memoria viene definita in relazione a un’accezione antropologica del concetto di cultura, nel secondo percorso introdotto dal contributo di Elfriede Müller, autrice con Alexander Ruoff di Le Polar français, crimes et histoire, la memoria acquista una dimensione politica dato che appartiene a gruppi e generazioni che costruiscono la loro identità in opposizione alla Storia. In questo caso attraverso la funzione “controrappresentativa” assegnata alla letteratura d’inchiesta, il conflitto di ricordi alla base del giallo delinea “controluoghi” (“contre lieux”) della storia che si distinguono dai luoghi della memoria descritti da Pierre Nora. In Francia, tale procedimento si è concretizzato nel cosiddetto “polar post-soixante-huitard” che è diventato il genere adatto a dare voce ai “vinti”, ovvero prevalentemente a una sinistra extraparlamentare che ha veicolato un’interpretazione positiva del maggio ’68. Müller si chiede se gli autori italiani integrano una memoria di gruppo comparabile e una prima risposta viene data dal contributo militante di Girolamo De Michele scritto per il convegno, pubblicato in forma abbreviata su Liberazione e diffuso tramite il sito di cultura d’opposizione Carmilla online.(2) Rifacendosi alla lezione di Jean-Patrick Manchette, il noir diventa per lui un genere in cui trasgredire i precetti assume i contorni di un dovere etico. Con riferimento ai sociologi Aldo Bonomi e Zygmunt Bauman, ideatori di “identità glocali” operanti all’interno di una condizione “liquida” dell’esperienza della verità, e con riferimento al mito di Proteo che rappresenta l’allegoria della conoscenza, Girolamo De Michele teorizza un sapere performativo che coniuga raccontare e agire. Il noir funziona quindi in una dimensione critica che richiede piena assunzione di responsabilità da parte dello scrittore, che per prendere sul serio il proprio lavoro deve stare “con il culo in strada”. Un atteggiamento critico estraneo alla dimensione ludica del noir testimoniata invece da Piero Soria, autore torinese per il quale il giallo non è altro che un ‘trucco’ o una scusa per raccontare i cambiamenti sociali della sua città, senza interrogarsi sull’eventuale legame con una società di classe. Mentre De Michele presuppone un atteggiamento attivo da parte del suo lettore ideale, Soria si rivolge quindi piuttosto ad un lettore che desidera essere intrattenuto.

Gioco o meno, il noir italiano sembra prima di tutto voler mettere “il dito nella piaga dell’oblio”(3). Il ricorso alla finzione per congetturare possibili soluzioni oltre la realtà dei fatti, potrebbe segnalare la via di un impegno di tipo “postmoderno”, come ha suggerito Jennifer Burns a proposito del volume Assassinations and Murder in Modern Italy. Transformations in society and culture curato da Lucia Rinaldi e Stephen Gundle presentato durante il convegno. Visto che la persistenza di “misteri italiani” suscita prima di tutto una mancanza di fiducia nei confronti di una democrazia italiana che possa elargire “verità e giustizia” ai suoi cittadini, spetterebbe proprio alla narrativa noir consegnare alla mente dei lettori un immaginario collettivo che possa fungere da memoria. Marco Amici e Gert Sørensen nei loro interventi su Giancarlo De Cataldo che con Romanzo criminale e Nelle mani giuste ha offerto ai lettori la possibilità di riconnettersi con episodi traumatici dell’Italia degli anni Settanta e Novanta, si sono soffermati su come il romanzo riesce a sfidare la mistificazione del reale, a offrire una storia più vera di quella ufficiale.

Image
Luca Somigli - Marta Forno
Mentre Amici è partito dalla nuova condizione dello scrittore che si vede confrontato con l’ambiguità dell’esperienza mediata dai mezzi della comunicazione di massa, Sørensen, in quanto storico, ha esplorato il punto in cui il genere noir, che non prevede una soluzione del fatto criminale, coincide con il concetto dello storico Franco De Felice di “doppio Stato”, basato sul presupposto che la violazione della legge non è altro che una strategia per ridistribuire il potere. In ambedue i casi la finzione, nelle sue vesti di “faction”, serve a costruire una linea metaforica che possa elevare la narrazione sul piano della “mitopoiesi” senza perdere però il contatto con il reale. Per tale motivo Amici ha parlato di ritorno al romanzo storico e Sørensen di uno stile verista.

Il “come se” della finzione offre quindi la facoltà di fare “esperienza” del vero in un mondo di verità parallelo, ipotesi sostenuta da Alberto Casadei nella sua analisi di Gomorra di Roberto Saviano come esempio di un “naturalismo 2.0” in cui l’autore non scompare ma sostituisce il lettore nell’azione investigativa instaurando una sorta di compartecipazione portatrice di senso. In altre parole: il naturalismo si traduce in un contatto diretto attraverso la presenza fisica di un narratore testimone che sperimenta la realtà su se stessa. In tal modo si crea un tipo di letteratura-azione che rianima il rapporto con una realtà che sembra già evidente nella sua forma televisiva. Nel suo contributo sui romanzi Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia e Il giorno del lupo di Carlo Lucarelli, Yasmina Khamal mette a fuoco un aspetto di questa narrazione-azione nel suo rapporto alla memoria collettiva e si richiama alla definizione della letteratura come “discorso costituente” che propone Dominique Maingueneau, ossia un discorso che funge da garante per altri discorsi e dà senso agli atti della collettività. La sua enunciazione non può situarsi né all’interno né all’esterno della società e si costituisce attraverso l’impossibilità ad assegnarsi un vero spazio, in una località che Maingueneau definisce « paratopica ». Nel suo confronto tra le rappresentazioni sciasciane e lucarelliane del fenomeno mafioso, Khamal evidenzia questa dimensione “paratopica” degli itinerari conoscitivi messi in scena che assumono in tal modo i contorni della testimonianza.

Gli esempi appena trattati hanno in comune il presupposto che lo straniamento non viene più considerato un mezzo narrativo adatto per stimolare la coscienza del lettore. Si tratta piuttosto di trovare modi per “fare comunità” attraverso la letteratura. Lo straniamento funziona invece ancora a livello esistenziale per evidenziare come la logica culturale del capitale plasma l’individuo alienato da se stesso. William Hope esplora così, nell’analisi del film di Gabriele Salvatores Quo vadis baby?, tratto dal romanzo di Grazia Verasani, i contorni di un noir “stato d’animo” che assale il detective in uno straniamento da sé e dalla società, conseguenza diretta dell’“internalizzazione” delle condizioni socio-economiche e di una criminalità che diventa istituzionalizzata. La compartecipazione memorativa al reale non è poi priva di rischi e non è sempre indolore. Il contributo di Luca Somigli sui gialli storici di Loriano Macchiavelli ha sottolineato che il ritorno al passato nella narrativa noir non equivale necessariamente ad una sua redenzione e consecutiva mitologizzazione, ma l’esperienza del senso tende invece ad evidenziare i lati più oscuri di un mondo già pervaso dai veleni “che ammorbano il presente”. Bisogna dunque anche chiedersi in base a quale interpretazione storica si “faccia comunità”.

In un intreccio continuo tra macro- e microstoria, la memoria nel noir italiano rimane spesso collegata o collegabile ad un determinato gruppo sociale, a volte dimenticato strumentalmente dalla Storia come lo sottolinea Marta Forno nel suo intervento su Piero Colaprico e Pietro Valpreda e la loro esperienza del processo di oblio che accompagna i cambiamenti della criminalità milanese tra gli anni Sessanta e Novanta: può la memoria in questo caso essere motore di qualche forma di giustizia che oltrepassa il livello personale? La questione fino a che punto sia legittimo che la memoria di un gruppo si assuma l’onere di rappresentare una collettività è particolarmente intricata per quanto riguarda la tradizionale divisione bipolare tra fascismo e resistenza. Qui l’auspicio di Elfriede Müller di arrivare attraverso il noir a una memoria di gruppo che aspira a essere consensuale, nel contesto italiano sembra impraticabile. Come ha messo a fuoco Maria Pia De Paulis nella sua analisi di Quella mattina di luglio di Corrado Augias incentrato sul bombardamento del quartiere romano di San Lorenzo il 19 luglio 1943, la rilettura storica degli eventi può avere una funzione pedagogica memoriale soltanto attraverso il “senno del poi” della letteratura. Combinando la credenza nella mistificazione di Mussolini da parte del personaggio principale del romanzo con la rilettura in chiave antifascista del narratore, il lettore viene collocato al centro della problematica della narrazione che richiede una prospettiva etica. Attraverso l’analisi del romanzo a quattro mani di Loriano Macchiavelli e Francesco Guccini, Tango e gli altri, Paolo Chirumbolo si scaglia contro giornalisti quali Giampaolo Pansa che ribaltano la storia della guerra partigiana mettendo in luce la resa dei conti ai fascisti sconfitti. Partendo da una citazione di Linda Hutcheon secondo la quale la narrazione è ciò che traduce sapere in raccontare (“narrative is what translates knowing into telling”), egli dimostra che Tango e gli altri è una narrazione che risponde a ciò che gli autori considerano la “grande bugia” del revisionismo storico, imperante sia nell’immediato dopoguerra nella politica reazionaria del governo Tambroni sia nell’oblio storico operato dal governo Berlusconi.

Una memoria condivisibile è problematica in Italia non soltanto per motivi storici, ma anche per motivi sociali e geografici. Alessia Risi nella sua analisi delle trame secondarie dei romanzi di Grazia Verasani Quo Vadis Baby? e Velocemente da nessuna parte dimostra che la trasposizione stereotipata dei profili femminili al cinema e alla televisione testimonia dell’oblio colpevole di un percorso di emancipazione femminile che dovrebbe portare a una ridefinizione dei ruoli sociali anziché a un processo di “rigenderization”. Un vuoto della memoria che ha spinto la giornalista Loredana Lipperini a scrivere il saggio Ancora dalla parte delle bambine sottolineando l’attualità prolungata dell’allarme suonato da Elena Gianini Belotti negli anni Sessanta. Per quanto riguarda la memoria di un’identità nazionale, il panorama giallistico presentato da Franca Pellegrini rispecchia un’identità italiana sfaccettata che rende più lecito parlare di identità “nazional-regionale”. Dell’idea gramsciana di una cultura nazional-popolare rimane intatta una letteratura che si ispira sì alla cultura popolare ma per mettere in risalto che l’identità si costruisce per “interconnessione”, decostruendo così anche l’opposizione tra Nord e Sud. La tesi viene dimostrata con il paragone tra NordEst di Massimo Carlotto e Marco Videtta e Gomorra di Roberto Saviano, e potrebbe essere ampliata per includere la nuova realtà multiculturale italiana introdotta da Daniele Comberiati con il giallo migrante Scontro di civiltà per un ascensore in piazza Vittorio dell’autore algerino Amara Lakhous. Nello sguardo “obliquo” che lo straniero Lakhous rivolge alla società italiana, la memoria tende addirittura a cancellarsi in una frammentazione di interpretazioni individuali che impediscono di giungere ad una verità storica condivisa. Il doppio finale antitetico rende chiaro che la forma di giustizia creata dal giallo non viene raggiunta, forse proprio per la mancanza di una memoria che potremmo definire “transculturale” in quanto traduce lo “scontro di civiltà” nel modello più pacifico dell’interconnessione delineato da Pellegrini.

Image
Christian von Ditfurth
Giunti alla fine del percorso si potrebbe chiedersi a quali criteri dovrebbe rispondere una verità di tipo consensuale che la finzione investigativa consentirebbe di raggiungere. Minne de Boer nella sua tipologia del giallo storico mette in discussione l’elemento di “antistoria” che associa ai gialli che trattano degli scandali italiani della guerra fredda. Per lui il romanzo d’indagine funziona come un mezzo alternativo e non antitetico alla storiografia professionale: la suspense introdotta in una storia che già appartiene al passato la riapre a nuove interpretazioni. Claudia Canu cerca la sua risposta nella cifra epistemologica del poliziesco che, attraverso la verosimiglianza della narrazione, ridefinisce la bipartizione tra simboli e cose. Con l’esempio del giallista sardo Giorgio Todde ha rilevato come il simbolo possa diventare la traccia intorno a cui si costruisce la memoria collettiva.

Bisogna quindi reinventare la storia per mettere in scena la mitologia dell’epica lotta tra bene e male ? A scapito della gratuità estetica del postmodernismo, tra gli scrittori italiani degli ultimi anni riaffiora quella che Claudio Milanesi, ripercorrendo le tappe del memorandum sul New Italian Epic, chiama la “coscienza dell’eticità del narrare”. Trasporre la lotta per il significato a un livello mitologico comporta però anche il rischio di interpretare il conflitto non tanto in termini razionali ma piuttosto in termini passionali. L’atto memoriale che iscrive gli eventi narrati nella mitologia tracciando segni profondi nell’immaginario collettivo oltre i confini del noir non basta quindi a se stesso e andrebbe comunque accompagnato dal lavoro storiografico.

Nell’ambito della tavola rotonda tenutasi sotto la guida di Elfriede Müller, si è cercato di ampliare il discorso sulla relazione tra romanzo noir, storia e memoria a due paesi con una storia altrettanto divisa: il Belgio e la Germania. Un quadro ‘europeo’ della genesi del noir come romanzo sociale è stato offerto da Étienne Borgers, uno dei fondatori del sito Europolar. Dato che la memoria di una storia assente viene tramandata proprio attraverso il romanzo poliziesco, secondo Borgers si tratta sempre di un genere di contestazione. Le origini vanno cercate negli Stati Uniti, nella versione sociale dell’‘hard-boiled’ inaugurata da James Cain nel 1934 con The Postman always rings twice, che solitamente ha come spunto un fatto o anzi una crisi sociale che si riflette in un atto di ingiustizia. Il noir come critica sociale raggiunge il suo apice in Francia con la rivoluzione sociale vera del maggio ’68. Capostipite del ‘néo-polar’ che ritraduce la contestazione in letteratura è Jean-Patrick Manchette, seguito negli anni Ottanta da Didier Daeninckx. Tra i teorici che ispirarono questa componente sociale del genere va anche citato il situazionista Guy Debord.

C. von Ditfurth E. Borgers X. Hanotte E. Mueller A. Berenboom P. Soria
Come si rapportano gli autori invitati alla dimensione sociale e di denuncia del noir delineata da Borgers? Il modello a cui si ispira Xavier Hanotte, autore belga non limitato al genere poliziesco, è piuttosto il classico whodunit alla Chandler che un modello di contestazione. L’autore si interessa agli aspetti narratologici e gnosologici quali la lettura della realtà attraverso il poliziesco e i suoi personaggi, il ruolo del caso nel romanzo d’inchiesta, la dimensione umana dei personaggi. Definisce lento il ritmo dei suoi romanzi, in cui manca la velocità dell’azione. Della sua opera ricorda in particolare Manière noire, il titolo del quale deriva da una tecnica di disegno. Nelle sue opere manca spesso l’indagine poliziesca vera e propria, e il caso sotto inchiesta è contemporaneamente troppo grande e troppo piccolo per entrare nei parametri dei delitti da risolvere. Ciò che prevale nei suoi modi ‘noir’ di raccontare è l’ambiguità del vero e la pratica di lettura, che invita a un doppio fondo. Egli può così chiamarsi un buon esempio del giallo postmoderno metafinzionale che riscrive la quête poliziesca per trattare questioni epistemologiche e ontologiche.

Per lo scrittore e storico tedesco Christian von Ditfurth il poliziesco ha invece una chiara funzione sociale che per lui non si colloca tanto nel presente ma nell’indagine del passato. Egli considera i suoi romanzi d’indagine come narrazioni in cui la Storia acquista un volto umano. Gli storici sono per lui eroi che osano andare controcorrente e perciò il protagonista investigatore dei suoi polizieschi si chiama Stachelmann, “uomo spinato”. Il romanzo poliziesco gli serve per evidenziare gli effetti della macrostoria al livello della microstoria del quotidiano, come per esempio il progetto nazista dell’“arianizzazione” (Arisierung) che a piccola scala veniva effettuato dalla gente comune derubando i propri vicini. Ad Amburgo per esempio più di trecento difensori della supposta razza ariana erano coinvolti attivamente nell’espropriazione di ebrei, e l’operazione non veniva coordinata dalla Gestapo ma dalle guardie di Finanza (Finanzamt). Il romanzo d’inchiesta si presta anche a costruire ipotesi storiche, ovvero ‘ucronie’, ad alterare i fatti storici per progettare futuri alternativi. Von Ditfurth si immagina per esempio in Die Mauer steht am Rhein che dopo il 1989 la Germania socialista dell’Est occupa quella dell’Ovest. Nella finzione gli atti eroici possono assumere altre connotazioni invitando il lettore ad una revisione critica del passato: in un altro romanzo lo storico decostruisce per esempio il mito “degli uomini del 20 luglio 1944” che organizzarono l’attentato contro Hitler e che non sono “partigiani” quali la Repubblica federale ama presentarli a fronte della resistenza comunista celebrata nell’ex-DDR.

Anche lo scrittore e avvocato belga Alain Berenboom considera che il suo compito di giallista partecipi all’elaborazione di una ‘contro-memoria’. Per il Belgio ci si può chiedere però se esista una memoria storica collettiva, ovvero se esista il Belgio come nazione. Nutritosi del noir statunitense ma anche di autori francesi quali Jean-Patrick Manchette, è dell’opinione che il noir non si limita ad un genere paraletterario. Si tratta piuttosto di un procedimento per costruire la suspense e che consente di dar voce al punto di vista della strada. In genere la letteratura non si fida della politica ma nel suo caso è stata la politica a interpellarlo come scrittore. Gli interessa mostrare la trasformazione storica del Belgio, come per esempio quella di Anversa, per secoli una città cosmopolita dove ora domina il partito nazionalista e separatista Vlaams Belang. Un morto quindi non basta per trasformare il romanzo in poliziesco. Anche se i suoi romanzi sono ambientati nel passato, dimostrano per analogia come tali eventi incidono sul nostro presente. Per esempio Péril en ce Royaume che è ambientato nel comune bruxellese di Schaerbeek, narrando a livello macrostorico la questione reale del 1947, a livello microstorico mette in scena un’epoca in cui il proletariato belga è in crisi, in cui tra gli emigranti polacchi e ebrei riemerge la questione della espropriazione ebraica.

Con accezioni diverse, il ‘come se’ della letteratura sembra offrire uno spazio ideale sia per mettere a nudo l’ambiguità della percezione del reale, sia per costruire una memoria culturale che conferisca una dimensione sociale e morale agli eventi della Storia. Quest’ultima conclusione viene messa in discussione però dallo scrittore italiano Piero Soria, che sottolinea la necessità di mettersi prima d’accordo sul concetto di ‘memoria’ adoperato in combinazione al noir. Per lui ‘memoria’ potrebbe anche essere soltanto un ingrediente nostalgico di cui il narratore si serve per divertire il lettore. Anziché esortarlo a rivolgere lo sguardo verso la memoria storica, il giallo stimola la curiosità dello scrittore e lo spinge piuttosto verso il futuro. Soria interpreta in questa stessa chiave di divertimento e di curiosità verso l’esistente, anche l’eredità di Giorgio Scerbanenco, ai suoi occhi fautore non tanto del noir sociale ma piuttosto del noir parodico, in cui oltre al delitto e all’inchiesta succedono le stesse cose assurde che avvengono nella vita normale. In questo modo egli sembra interpretare, in chiave ludica e nostalgica, l’eredità contestatrice dell’ordine attribuita agli antenati statunitensi e francesi, facendo del poliziesco anzitutto un genere di intrattenimento nonché un modo divertente per parlare d’altro.


Ultimo aggiornamento ( luned 08 dicembre 2008 )
 
< Prec.   Pros. >
© 2018 Europolar- powered by jl2i.com
Joomla! est un logiciel libre distribu sous licence GNU/GPL.

Design by syahzul, FlexiSaga.com