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23-01-2009

“New Italian Epic”

Intervista a WM1 (Wu Ming)

 

Abbiamo incontrato WM1 (assieme a WM5) a Torino, durante la presentazione, al “Circolo dei lettori”, di “Grand River” (Rizzoli 24/7 Stanger, 2008), ultimo parto del collettivo Bolognese.

“Grand River” narra del viaggio fatto in Canada, terra dove vivono gli eredi dei protagonisti di “Manituana”, da parte di tre dei Wu Ming, libro di viaggio e collettivo dunque, ma incentrato su un unico io narrante e strutturato come un romanzo.

In realtà non si può ingabbiare: non è un saggio, non è il racconto di un viaggio, non è un romanzo, è un’opera collettiva, eppure è caratterizzata da un unico soggetto narrante.

Un’opera non classificabile, ovvero un “oggetto narrativo non identificato”. In piena “nebulosa” New Italian Epic (NIE) dunque.

Normale che già nel corso della presentazione sorgessero spontanei i riferimenti ad un'altra opera che “oggetto narrativo non identificato” lo è a pieno titolo, ovvero “Gomorra” di Saviano, così come si parlasse di NIE, appunto.

Altrettanto, e forse ancora più logico, che si continuasse a discutere di NIE nel corso della simpatica chiacchierata che ci hanno gentilmente concesso WM1 e WM5 dopo la presentazione, davanti ad un succo di frutta, un gelato ed un Martini.

Il risultato di quanto ci siamo detti, a volerci per forza imporre un nome, si potrebbe chiamare intervista. Eccola.

“Premesso che trovo molto affascinate il termine astrofisico di nebulosa che usi per caratterizzare il NIE, quand’è che hai cominciato a cogliere i segni della materializzazione di questo insieme di opere letterarie”

I primi segnali li ho avuti proprio parlando con i lettori. Nei vari incontri e dibattiti che seguivano le presentazioni dei nostri libri c’era puntualmente qualche lettore che faceva riferimenti ad opere di altri autori, alcune che ci erano note, altre no, ma che avevano comunque dei punti di contatto, delle similitudini, delle assonanze, pur essendo, di fatto, spesso molto distanti tra loro per genere, stile ed argomenti trattati. In seguito questi segnali ebbero delle conferme importanti.

Quando, nella primavera del 2002, uscì nelle librerie il nostro “54”, il mondo era in pieno contraccolpo da 11 Settembre, tutte le certezze materializzatesi in occidente con la fine della Guerra Fredda e la “presunta vittoria” della civiltà occidentale si erano polverizzate in un solo istante, assieme alle Torri Gemelle. Il medesimo tipo di contraccolpo che descrivevamo nel nostro romanzo. Il compiersi di un ciclo storico, la fine di un’era. Quasi contemporaneamente uscì in libreria “Black Flag” di Valerio Evangelisti, che all’epoca non conoscevamo di persona. “Black Flag” racconta della nascita del capitalismo industriale. Leggendolo scoprimmo che il primo capitolo era un’allegoria molto simile alla nostra. Autori diversi, opere diverse che narravano, in modo dissimile, ma con forti assonanze, i medesimi fenomeni collegati al venir meno di un sistema.

Cinque anni dopo facemmo una nuova scoperta leggendo “Nelle mani giuste” di Giancarlo De Cataldo. Il romanzo narra di vicende ambientate negli anni di Tangentopoli, dalla fine della Prima Repubblica alle stragi di mafia, fino alla “discesa in campo” di Berlusconi.

Da poco era uscito il nostro “Manituana”, che narra della guerra di indipendenza americana dal punto di vista degli indiani Mohawk, che si batterono fianco della corona britannica contro i coloni ribelli.

Due libri apparentemente irrelati, differenti per stile, struttura, epoca storica, con avvenimenti ben differenti nella narrazione, differente area geografica, insomma, tutto diverso.

Eppure notavamo echi, riverberi, somiglianze. Una vibrazione comune.

Dopo un po’ capimmo.

Entrambi i romanzi raccontano di sistemi che entrano in crisi a seguito del vuoto lasciato da dei demiurghi che avevano creato e retto dei mondi. Sir William Johnson, sovrintendente agli affari indiani del Nordamerica, ed Hendrick, capo irochese fautore della comparazione con i bianchi, in Manituana. Il “Vecchio”, grande manovratore di servizi segreti, e il “Fondatore” capitano d’industria e fondatore di un impero finanziario, in “Nelle mani giuste”.

In entrambi i romanzi gli eredi non sono all’altezza, si scoprono inadatti, deboli, in breve la situazione gli sfugge di mano, gli imperi creati dai predecessori si sgretolano e, mentre i maschi falliscono, emergono le figure di donne forti (Molly per Manituana – Maya per Nelle mani giuste) che riescono ad aprire delle alternative, delle via di fuga per pochi.

Nel frattempo i vecchi mondi erano finiti, la storia aveva voltato pagina.

Ad un livello profondo entrambi i romanzi raccontavano la medesima storia.

“E da queste intuizioni qual è stato il passo che ha portato alla nascita del memorandum sul NIE”

Sommando queste esperienze a quelle di diversi altri colleghi, che avevano per così dire, avuto repentine “illuminazioni” innescate da letture comparate, abbiamo capito che si stava creando un insieme di opere che aveva qualcosa in comune, che sta va facendo massa e che questa attorno a questa massa si stava creando un campo di forze.

Per lungo tempo si è trattato solo di impressioni, intuizioni, poi il discorso ha cominciato a farsi più strutturato. Dovevo preparare un intervento per “Up close & personal” un work shop sulla letteratura italiana che si è svolto alla McGill University di Montreal nel marzo del 2008.

Per preparare questo intervento ho provato a tirare le somme di quanto era maturato nel corso degli anni ed è in questo contesto che stata utilizzata per la prima volta l’espressione “nuova narrazione epica italiana”.

“Ovvero, New Italian Epic, e poi la cosa è maturata ulteriormente”

Si, grazie alla prima discussione ho potuto registrare ulteriormente i concetti e nei giorni successivi ho parlato di NIE in altre due università nordamericane: il Middlebury College, nel Vermont, ed il M.I.T. di Cambridge, nel Massachusetts.

Ritornato a casa ho discusso a lungo con i miei colleghi di collettivo, messo a punto gli appunti che avevo raccolto e così sono nate le due versioni del memorandum.

La prima della primavera del 2008 e la seconda (2.0), figlia degli spunti nati dal dibattito sulla prima versione, del settembre dello stesso anno.

“Perché hai voluto utilizzare il termine nebulosa?”

Perché si tratta di un campo di forze che attira attorno a sé opere in apparenza difformi, romanzi, saggi, “oggetti narrativi non identificati”, ma che hanno affinità profonde.

I loro autori non formano una generazione in senso anagrafico perché hanno età diverse, sono piuttosto una generazione letteraria perché condividono parzialmente le poetiche e perché hanno un desiderio di verità che li porta agli archivi o per le strade, o comunque in quei posti dove archivi s strade finiscono per incontrarsi

“Comunque confermi che la nebulosa contiene delle opere e non degli autori?”

Sì perché il NIE riguarda più le prime che non i secondi. Possono esserci autori che hanno scritto alcune opere che rientrano nel NIE ed altre che non vi rientrano affatto.

“A mio modesto parere uno dei pregi del memorandum è quello di avere stimolato un interessante il dibattito e di avere un respiro così ad ampio da permettere che siano stati fatti molti interventi in merito senza che questi necessariamente si sovrappongano. Sei d’accordo?”

Assolutamente sì.

“Nel memorandum identifichi caratteristiche principali, o caratteri distintivi, di questa narrativa. Sei d’accordo se dico che uno dei principali è la necessità di uscire da una visione antropocentrica del mondo?”

Sì perché in termine ultimo molti dei libri che fanno parte del NIE ci dicono che noi, noialtri Occidente, non possiamo continuare a vivere come eravamo abituati, spingendo il pattume (materiale e morale) sotto il tappeto e fare finta di nulla. Ci rifiutiamo di accettare che andiamo incontro all’estinzione come specie. Noi non siamo immortali, neppure la Terra lo è. Solo che la Terra morirà quando la specie umana si sarà già estinta da un pezzo e nel frattempo il pianeta avrà già digerito ed eliminato tutte le scorie, i danni ed il pattume che la specie umana è riuscita a produrre nel corso della sua esistenza. Se ce ne rendessimo conto, se accettassimo la cosa, vivremmo con meno tracotanza. La tracotanza e la ristrettezza di vedute del genere umano non sono più accettabili. Non possiamo accettare che la specie stia facendo di tutto per accelerare il processo di estinzione nel modo più doloroso e meno dignitoso possibile. L’antropocentrismo è vivo e vegeto, malgrado tutto, continuiamo a vivere convinti di essere la specie eletta.

Perciò è importante il messaggio che può arrivare dalle opere che fanno parte del NIE, uno sguardo obliquo, perché se è vero che siamo anthropoi ed abbiamo difficoltà ad adottare un punto di vista non antropocentrico, è altrettanto vero che il linguaggio, la letteratura, possono aiutarci a simularlo.

“Che è quello che scrivi al termine del memorandum. Cito espressamente:”

Oggi arte e letteratura non possono limitarsi a suonare allarmi tardivi: devono aiutarci ad immaginare vie d’uscita

Esatto non possiamo permetterci il lusso di fingere di essere in pace, o che comunque il fronte di guerra sia lontano, la letteratura non deve mai credersi in pace. Le riflessioni sul memorandum in merito all’assurdità della visione antropocentrica mi sono state ispirate dal libro di Alan Weismann “Il mondo senza di noi”, un’opera che contiene passaggi di autentica commovente poesia e di cui occorre assolutamente tenere in considerazione si vuole capire l’esiguità del genere umano rispetto alla storia ed alle potenzialità del pianeta.

“In merito a questo penso all’intervento in merito al NIE scritto da Simone Sarasso, dove afferma che, anche qui cito espressamente:”

La maggior parte delle opere ascrivibili all’orizzonte del NIE ha un’efferata, spasmodica tensione apocalittica

È vero, nel senso che sino ad ora tutta la letteratura rientrante nel NIE si occupata di apocalissi, di fini, più o meno traumatiche: di un epoca, di un mondo, di un sistema di potere, nel caso più ristretto dell’universo dei protagonisti.

“E sinora nessuno si è ancora avventurato nel racconto di quello che potrà avvenire dopo, del post apocalisse”

Finora tutti noi abbiamo alluso a una mitologia fondativa, o ci siamo protesi, inarcati verso di essa, ma dobbiamo fare un salto, andare oltre. Abbiamo mostrato tentativi di fondare civiltà terminati in tragedia (gli anabattisti che conquistano Munster, in Q) oppure abbiamo descritto esodi, esodi oltre i quali ci saranno nuove fondazioni. In generale, nel NIE ci sono tante Iliadi e - soprattutto - Odissee, ma poche Eneidi, come direbbe Valter Binaghi. Ecco, dobbiamo ragionare in termini di Eneide. Enea è un fuggiasco, ma fuggendo finisce per fondare qualcosa.

“Per insistere nell’uso di termini legati all’astro fisica, potremmo dire che siamo in un punto della storia del NIE, dal quale il nostro orizzonte degli eventi ci permette di vedere il passato della nebulosa costituito dalle opere scritte sinora, (tutte che trattano di apocalissi e della fine di universi) e solo immaginare quelle del futuro, che potrebbero trattare della fondazione dei nuovi universi, nati dai germogli delle apocalissi precedenti”

Come dice Benjamin, l'angelo della storia vola all'indietro, e di fronte a sé ha una distesa di rovine. Il NIE ha un passato epico di fronte a sé (possiamo vederlo) e un futuro epico alle spalle (che possiamo visualizzare solo gettando occhiate dietro di noi.


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Dernire mise jour : ( 23-01-2009 )
 
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